Società

di Giovanni Marcotullio

«L’epoca dell’aborto sta passando». Intervista esclusiva con Thérèse Hargot

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Mi prende una bizzarra euforia, ora che mancano due giorni all’uscita del libro di Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), che Sonzogno ha avuto il merito di voler pubblicare in italiano. È bizzarra, dico, perché la vita non mi ha negato la gioia e il piacere di veder dare alle stampe un libro mio (è del resto un piacere, questo, che oggigiorno nessuno più si nega); tuttavia non ricordo di aver mai atteso la comparsa di una mia pubblicazione con l’aspettativa di piacere e di bene che vivo negli ultimi giorni.

Agli amici più benevoli, i quali mi domandavano se un simile stato d’animo non sia poi simile a quello di una donna che dà alla luce un bambino, ho dovuto rispondere che – non essendo io donna, né ponendo in alcun modo diventarlo – mi mancano le basi per dare risposte sensate. Ai meno benevoli tra i conoscenti, e a tutti gli altri, sento di dover premettere una dichiarazione d’innocenza: lo si sappia o no, i traduttori vengono pagati a cartelle e una tantum, quindi una volta che hanno ceduto a un editore i diritti sul testo tradotto il loro profitto pecuniario resta assolutamente insensibile a qualsivoglia esito del commercio librario.

Mi tocca dire una cosa tanto volgare perché chiunque, – vedendomi «che mai per mio veder non arsi / più ch’i’ fo per lo suo» – si sentirà autorizzato a indagare anzitutto quale sia la sorgente della mia eccitazione. I maliziosi correranno al risvolto posteriore di copertina e poi penseranno a me, che senz’altro devo essermi innamorato degli occhioni blu della bionda autrice belga, naturalizzata francese. Sì, non nego che il suo personale abbia del petrarchesco, ma chi mi conosce bene sa che il mio cuore indugia su Petrarca solo nell’istante mediano della corsa altalenante tra Dante e Boccaccio: le bionde non mi fanno impazzire nemmeno in birreria, chiedo venia, sono altri i motivi per cui Thérèse e il suo libro mi hanno rapito.

Cominciamo allora col dire che la mia trepidazione è quella del talent scout, e che già questo – intanto – conferisce all’attesa dell’esito una temperatura e un sapore diversi da quelli che si hanno da autore: un allenatore, un insegnante, un maestro, un pastore di anime, questi mi capiranno – quando uno presenta al mondo (e ogni mondo, a suo modo, è il mondo) un talento che ha scoperto, costui è tentato dal più disinteressato dei narcisimi e dal più egoistico dei doni. In aggiunta a ciò, il piacere di aver potuto partecipare alla pubblicazione con una propria traduzione è un coronamento di sensualità spirituale che avvicina il traduttore alla responsabilità morale dell’autore: non ho voluto aggiungere o togliere una parola al testo, ma in questo titanico (e sempre fallimentare) sforzo di fedeltà assoluta mi assumo il peso lieve di ogni pagina, e procedo quindi alle mie doverose dediche.

Dedico anzitutto il libro a tutti i giovani che conosco, e in particolare a quelli che negli anni hanno guardato a me chiedendomi un orientamento, un suggerimento, un’indicazione. Lo dedico specialmente a quelli che a vario titolo ho potuto considerare miei alunni, ossia cuccioli d’uomo affamati di cibo: a loro va, con tutto il cuore, da parte di questo pellegrino che vedevano decorato nella mantella da più toppe, da più macchie, da più strappi.

Lo dedico quindi a tutte le coppie, soprattutto a quelle fidanzate o sposate: ho scelto di trovare un editore per Thérèse Hargot, e di tradurne il libro, perché da nessuno come da lei ho sentito illustrare le ragioni di una vita che comprenda e integri le belle, difficili e talvolta dolorose dimensioni della sessualità. Altri sono forse altrettanto profondi, ma non ugualmente comunicativi.

Lo dedico a tutti i sacerdoti cristiani perché io, che ho dovuto studiare la Humanæ vitæ un paio di volte, prima di innamorarmente per sempre, non ho mai sentito spiegare la dottrina sessuale della Chiesa come da questa figlia di Eva, che neppure si professa credente. E aggiungerò anche che alcune delle sue critiche ai “nostri” approccî pastorali (e parlo dei migliori!) non sono prive di una loro feconda fondatezza.

Lo dedico alla mia famiglia di origine, di cui – come il fiume che verso valle si placa e lascia brillare nella sabbia le pagliuzze d’oro strappate alle rocce montane – ogni giorno riconosco la quotidiana fatica, spesa fedelmente nei decennî scorsi, per collaborare a fare di me l’uomo che sono. Ancora di più lo dedico alla famiglia che ho formato e sempre ri-formo con mia moglie: a lei, che mi accoglie con tutti i miei difetti, e a nostra figlia, che nei prossimi mesi vedrà la luce, affido in queste pagine la testimonianza di un anelito a una vita più bella e più libera.

Solo arrivando alle dediche ho già bruciato una cartella, e non posso dilungarmi ancora molto, prima di lasciarvi alla trascrizione di una conversazione avuta con l’autrice domenica scorsa, nella quale ci siamo soffermati su alcune tematiche che il libro non ha potuto o non ha voluto trattare. Ma prima quali sono quelle che ha voluto trattare? Ecco, vi dico che cosa mi ha innamorato di questo libro di Thérèse Hargot: è un libro che pone domande su una materia nella quale una gilda di ciarlatani si affanna a dare risposte. “Ciò che noi non siamo”, invece, e anche “ciò che non vogliamo”, sì: questo afflato montaliano che in Thérèse (la quale ha tra i suoi limiti il non conoscere Montale e la lingua dei nostri poeti) significa l’esame critico, filosofico, antropologico e clinico dell’eredità del Sessantotto, questo afflato è quello su cui si sbalza il progetto di una riforma sessuale personalista. Non una controrivoluzione, si badi bene, e neanche una controriforma (sono parole che hanno ciascuna un proprio peso e un proprio dazio da pagare): c’è una riforma sessuale che intende respingere con estrema e radicale fermezza le aberrazione della “liberazione sessuale” sessantottina (come il dilagare della pornografia, la rivendicazione scriteriata e ideologica del “diritto all’aborto”, soprattutto la pillola, vero avatar maschilista e fallocratico delle pie intenzioni femministe); e che d’altro canto vuole recuperare l’antico e atavico contatto con il corpo, il proprio e quello altrui, la conoscenza dei ritmi e delle stagioni della vita, dei soli delle età e delle lune dell’amore. Questa riforma intende archiviare i danni del furore sessantottino senza vergognarsi di ringraziare per i suoi lasciti, o anche solo per i suoi richiami: la stessa Chiesa cattolica incorporò nella propria Riforma alcuni spunti della Riforma luterana, e giustamente gli storici insistono col dire che non le si rende la debita giustizia col rancoroso nomignolo di “Controriforma”. Analogamente, i disastri provocati dalle femministe sessantottine – danni enormi che non sappiamo quando finiremo di pagare – non dovrebbero tuttavia farci indulgere in passatismi nostalgici, che sarebbero colpevolmente naïf e ignoranti. A quelle femministe, anzi, andrebbe dedicato e donato questo libro: anche a loro. Sì.

E dunque di cosa parla questo libro, che da come lo descrivo potrà forse sembrare magico? Di cose antiche e cose nuove, direi richiamando alcune umanissime e misteriose parole di Gesù. Parla di umanità e di società, del XX secolo e del XXI ormai avviato; parla di salute e di economia, di medicina e di erotismo; parla di coppia, di figlî, del dovere di trasmettere una civiltà e del diritto a ricevere una educazione. Rivendica la libertà dei bambini di crescere senza forzature ideologiche di alcun tipo, specie sul versante dell’affettività e della sessualità, e ribadisce la necessità che gli adulti riscoprano il modo più naturale e sano di vivere la sessualità. Perché con Thérèse anch’io «torno […] al mio primo amore, la filosofia. Nella nostra società ultrasessualizzata, in cui il sesso è utilizzato tanto per far vendere uno yogurt quanto come risposta alle questioni esistenziali, questa è un’eccellente porta d’ingresso per toccare il cuore di ogni persona».

Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), copertina italiana
Thérèse Hargot, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), copertina italiana

Ed ecco a seguire alcuni passaggi della nostra conversazione di domenica pomeriggio.

Allora, Thérèse, ho letto sulla stampa francese che quella di una decina di giorni fa potrebbe essere l’ultima Marcia per la Vita che abbia avuto luogo in Francia. Nel tuo libro hai definito l’aborto “Servizio clienti della contraccezione”. Non pensi che Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) possa presto finire all’Indice?

No, non ho avuto proteste particolari, per il mio capitolo sull’aborto. I media hanno parlato molto poco di questo capitolo, è passato liscio come l’olio perché non ho mai scritto “sono contro l’aborto”. Ho scelto di non pronunciarmi “pro o contro” perché ho 32 anni e sono nata con il diritto all’aborto. Nessuno mi ha chiesto se sono a favore o contro. D’altro canto bisogna dire che il diritto all’aborto ha avuto ripercussioni sul modo in cui si vede il bambino e sul modo in cui i giovani di oggi percepiscono l’aborto stesso, e per questo lo chiamo “l’assistenza clienti della contraccezione”. Se hai una gravidanza per disattenzioni nell’uso dei mezzi contraccettivi non è un problema, ti dicono: «Puoi sempre abortire». Non si può riflettere sulla questione dell’aborto senza riflettere su quella della contraccezione, vorrei far capire che sono cose intimamente connesse. Ecco perché, penso, almeno fino a questo momento i giovani hanno capito cosa voglio dire: non sono finita all’Indice perché porto molte testimonianze. C’è questo miscuglio di idee e fatti, nel libro, e contro i fatti si può obiettare poca cosa: è per questo che non vengo attaccata e il libro riscuote interesse sia sul piano mediatico sia su quello politico. Quando mi si chiede se sono contro o a favore, da parte mia dico questo: domenica scorsa non ho partecipato alla Marcia per la vita perché il mio fronte di battaglia non è sulla questione della legalizzazione dell’aborto ma si trova piuttosto a monte, dove io mi batto con tutte le mie forze per impedire che si dia la situazione in cui la questione [dell’aborto singolo, ndr] si pone. Poi certo, è anche una questione di strategia, perché il dibattito in Francia – ma penso pure in Italia – è minato, anzi completamente ostracizzato. Io invece voglio – ed è il mio obiettivo nel libro – uscire da questa impasse e prendere un altro punto di vista per nutrire la riflessione e permetterla. E lo stratagemma funziona.

Scusami, Thérèse, ma nessuno ti ha obiettato che questo sembra più che altro un modo furbo per sottrarsi alla domanda?

Sì, mi rendo conto che possa sembrare così. Allora provo a essere più esplicita: non voglio rispondere a questa domanda. Trovo che per me, come donna (e ho tre bambini), sia molto difficile dire “sono contro l’aborto”. Nel mio essere donna ho spesso un sentimento ambivalente, riguardo alla maternità: ci sono emozioni e desiderî contraddittorî, e quest’ambivalenza è importante e credo abbia diritto di cittadinanza. Quello che, come donna, mi pare importante è l’avere un uomo, il quale non ha ambivalenza in questo desiderio, o non ce l’ha allo stesso modo della donna. Quello che voglio dire è molto tradizionale, ma io credo che l’uomo sia “il garante della legge”. Mi piace poter dire a mio marito: «Forse non la voglio, questa gravidanza», «Magari porrò fine a questa situazione»; e lui che mi dice “ti ascolto”, e poi conclude: «Però no, non si abortisce». Vedi, io voglio poter dire tutto quello che abita il mio cuore e poterlo sottomettere a mio marito, o all’uomo che condivide la mia vita, e lui – non io – è il garante della legge. Quando vado in giro per conferenze io voglio poter dire tutto quello che c’è nel cuore delle donne, voglio parlare dell’ambivalenza, la legge è affare da uomini. In fondo penso che tutto ciò sia molto tradizionale.

Ma quale legge? Quella scritta di Creonte o quella non scritta di Antigone?

Vorrei rispondere: «Entrambe», ma penso che la legge sia di non abortire, non si può interrompere un processo vitale, in tal senso mi riferisco più precisamente alla legge morale. Oggi il problema è che la legge giuridica non è sempre morale, come poi è sempre stato nella storia, almeno in parte. Ma per me il grande problema è che oggi si è tolta voce all’ambivalenza del desiderio materno, perché appena una donna dice “non voglio questo bambino”, le rispondono: «Ok, ti portiamo ad abortire». Ma io – direbbe quella donna – non ti ho detto che voglio abortire, bensì che per me è difficile. Dico a livello emozionale, non sul piano normativo, e questa duplicità semantica fa parte dello spirito femminile.

Ma visto che in Francia è in discussione il “délit d’entrave à l’IGV” [il crimine di porre ostacoli alla decisione di abortire, ndr], il tuo libro non potrebbe comunque ricadere sotto questa mannaia?

Ah, questo è interessantissimo, sei la prima persona che mi pone questa domanda – anche perché la legge è tuttora in discussione. Io penso che il mio libro non dovrebbe rischiare di essere proibito perché propongo una riflessione e non influenzo le donne dicendo “non fatelo”: parlo di società, di come stanno le persone. Ma tu hai ragione e può darsi che io mi sbagli: chi potrà decidere se il mio libro sarà passibile di condanna? Qualcuno potrebbe osservare che “il lavoro della Hargot va contro l’aborto”, e allora certo, con una simile legge, la questione sarebbe in mano ai giudici. E tutto sommato non mi dispiacerebbe che qualcuno si spingesse a tanto: sarebbe appassionante! Magari! Vedi, per esempio, qualche giorno fa “Alliance Vita”, che in Francia si occupa molto di questioni prolife, ha diffuso un video del ministro che ha proposto la legge, video che ho pure condiviso su Facebook e su Twitter, in cui si dice che «non si interrompe una vita quando si abortisce». Ebbene, ho condiviso quel link (che ovviamente era molto critico) e nessuno mi ha contestato, e sì che ne ho di femministe tra i follower e i contatti.

Capisco. Ascolta: senza entrare in considerazione squisitamente politiche, qual è il tuo giudizio filosofico riguardo a una certa tendenza liberticida in voga oggi nei governi? E nel caso particolare, quali possono essere secondo te le conseguenze – nel corto e nel lungo periodo – di una così violenta repressione del dibattito su aborto e contraccezione?

Allora, tu dici che i governi e le legislazioni si irrigidiscono, e quello che vorrei anzitutto sottolineare è questo: l’irrigidimento si deve a una crescente opposizione delle nuove generazioni. Esiste un sentire diffuso, e questo sentire è per me un buon segno: pensieri contrarî alla doxa, all’opinione dominante, hanno diritto di cittadinanza, possono circolare e si diffondono, hanno l’attenzione dei media e questo li manda nel panico [i gestori della doxa, ndr]. Da un lato. Dall’altro osserviamo quello che mi pare l’ultimo colpo di coda di una generazione che ha difeso una certa ideologia e che ne vede il crollo, che assiste alla fine della propria epoca. Ci sono tutti i segni della fine di questo periodo: il “délit d’entrave” è fantastico perché mostra fino a che punto possono arrivare i sostenitori dell’aborto come “diritto umano”, dal momento che non esistono argomenti a sostegno di una simile posizione. Se credessero veramente in ciò che dicono, se si fidassero della forza dei loro sofismi (che non sono argomenti), non avrebbero bisogno di inventare certe leggi, di mettere a tacere gli altri.

Quindi pensi che l’epoca dell’aborto stia passando?

L’epoca dell’aborto sta passando, sì, almeno per come è stato vissuto fino a questo momento: ne vediamo tutti i segni. Purtroppo l’aborto è anche il sintomo di tanti comportamenti, e per questo non si può proporre di impedire sic et simpliciter l’accesso all’aborto, oggi, perché bisognerebbe offrire in cambio altri metodi di regolazione della fertilità, alternativi a pillole e preservativi. Bisogna quindi che avvengano questi cambiamenti. Però di certo le cose stanno cambiando: lo vediamo negli Stati Uniti, ma pure nella stessa Francia.

Visto che stiamo parlando di cose proibite, perché non mi dici qualcosa sull’utero in affitto? C’è una ragione particolare per cui non ne tratti nel libro? Da una parte abbiamo molte sentenze nazionali e internazionali – l’ultima a Strasbourg la settimana scorsa –, e dall’altra un fiorente business planetario. Che pensi a riguardo?

Sì, la prima ragione è che ho fatto una cernita tra gli argomenti che riguardano più da vicino i giovani, anche se in effetti l’argomento lo sfioro, un istante, sul finale del capitolo sull’aborto: termino quel capitolo spiegando che la questione della GPA è semplicemente una conseguenza della connessione tra il diritto all’aborto e quello alla contraccezione (e di nuovo vediamo questo legame). Niente di nuovo: questo femminismo ha dato le proprie armi, ha procurato i proprî strumenti ideologici, per rendere possibile la GPA. Per esempio, il classico slogan “Un bambino, se voglio, quando voglio”, veniva usato nel contesto delle manifestazioni per l’aborto e per la contraccezione, ma l’aborto e la contraccezione non riescono a produrre “un bambino se voglio e quando voglio”, riescono al limite a permettere di non averlo, il bambino, se non si vuole averlo: è la GPA che permette di realizzare questo slogan per la contraccezione e l’aborto. Ecco perché diverse femministe francesi sono contrarie alla GPA, almeno in Francia: pensa, che so, a Sylviane Agacinski. Quello che mi manda in bestia è che questi sono dei femminismi incoerenti, perché secondo me non si può essere coerentemente contro la GPA e a favore della contraccezione e dell’aborto. Perché? Perché il retropensiero è lo stesso: sul corpo e sul bambino. Dunque c’è una profonda incoerenza e, per tornare alla domanda, non ne ho parlato specificamente perché secondo me si tratta quasi di un non-argomento, in sé: l’argomento in sé è la contraccezione. Per me è l’origine dell’intero sistema ideologico.

Capisco cosa dici. E a proposito di sistemi e di ideologia, volevo fare una domanda alla filosofa che c’è in te: diversi anni fa scrivevi sul tuo blog che «la teologia del corpo provoca gli stessi effetti della pornografia, sulla sessualità». Che volevi dire?

Era una provocazione, naturalmente. In realtà non è certo la Teologia del corpo ad essere problematica: è l’insegnamento della Teologia del corpo, semmai, ed è tale perché per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…

Penso ci sia del vero in ciò che dici, ma Giovanni Paolo II non poteva avere esperienza di tutte le dimensioni della vita sessuale che tu enumeri. Che cosa manca, secondo te, alla Teologia del corpo? E a chi toccherebbe il compito di integrare quella visione sublime con ciò che ancora non ha?

Ecco, quello di cui c’è bisogno è di avere dei bravi sessuologi in Vaticano [ride]. Lo dicevo a un incontro con dei preti, anzi due anni fa ho avuto modo di incontrare tutti i Vescovi di Francia e anche a loro ho detto: «Non cambiate il vostro insegnamento; però accompagnatevi a uomini e donne, laici, che si accompagnino a voi e che facciano dell’educazione. Di questo ha bisogno la nuova generazione». Devo dire che in Francia la Chiesa cattolica è stata molto recettiva al mio messaggio e in generale sono stata accolta benissimo: una donna giovane, che parla di sessualità senza complessi… io sono sbalordita a vedere che questa cosa è considerata straordinaria ma prendo atto della cosa. Mi dicono che questa cosa mancava e che ce n’era bisogno perché quel messaggio venga integrato. E ce n’è bisogno davvero, penso, perché davvero constato che gli esiti di certa non-educazione sono simili a quelli della pornografia: intendo disfunzioni sessuali, come problemi di erezione, difficoltà con l’orgasmo, calo del desiderio, vaginismo… sono effetti di un insegnamento teorico che non viene incarnato. E tocca ai laici completare questo passaggio: è compito loro.

31/01/2017
2804/2017
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