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di Thérèse Hargot

Occorre una guerra senza conformismo al porno

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«Comunque, se uno ha ancora delle domande, basta che vada su YouPorn». Dieci anni fa, a uno con quella faccia avrebbero dato la comunione senza passare dal confessore. Ed ecco che cosa mi ha appena detto, fresco fresco, quando alla fine della mia lezione nella sua quinta elementare dico che mi dispiace di non aver avuto abbastanza tempo per rispondere alle loro domande sull’inizio della vita umana e sulla pubertà. Ok, basta saperlo: se basta internet alla bisogna, almeno ci siamo liberati da questa imbarazzante incombenza. «Dimmi, com’è che sai questa cosa?», gli chiedo poi in disparte. «Eh, prof, io ho un fratello maggiore!», ribatte lui fieramente. «Ah, sì? E quanti anni ha il tuo fratello maggiore?» «Tredici, prof.»

Compulsata con incredibile disinvoltura da questi “nativi digitali”, internet è innegabilmente la loro fonte d’informazione primaria. Niente di cui stupirsi, quindi, che un bambino di dieci anni faccia notare che, se le domande persistono, c’è uno strumento apposito. Quanto alla summenzionata piattaforma d’informazione, essa raggruppa centinaia di migliaia di video a carattere pornografico. Mettiamo le cose in chiaro: non si tratta affatto delle pagine di lingerie dei cataloghi da donna per corrispondenza, che all’epoca titillavano alcuni. Non si tratta neppure dei film erotici “peace and love” degli anni Settanta. La pornografia raccomandata da questo bambino consiste in una serie di primissimi piani sugli organi genitali e sulle zone erogene. Bando a ogni trama, attori o amatori non sono che ammassi di carne che si accroccano secondo fantasmi senza dubbio curiosi, di primo acchito, ma in sostanza estremamente codificati e stereotipati. Questa volontà di mostrare tutto rivela l’aspetto meccanico della cosa, che riassume la sessualità in una prodezza tecnica, nella quale bisognerebbe essere performanti per realizzarsi nel godimento.

Porno-banalità, porno-conformismo

«Bisogna accettare la sodomia?», «È normale guardare video porno con il proprio ragazzo?», «Bisogna veramente masturbarsi?», «È grave se uno non ha ancora avuto dei rapporti sessuali?», «Farselo succhiare da un’altra è già tradimento?», «A che età bisogna farlo per la prima volta?». Le domande zampillano a getto continuo e si assomigliano tutte: «Bisogna?», «Si deve?», «È normale?», «È bene, è male?»: non si tratta che di norme, di doveri e di morale. Al “bisogna essere sposati per avere rapporti sessuali?” si è sostituito il “bisogna avere rapporti sessuali prima di sposarsi?”. In fondo, che cos’è che la rivoluzione sessuale ha cambiato nei nostri rapporti con il sesso? Niente, fondamentalmente, se non producendo un’inversione della norma. Nient’altro che un’inversione a u.

La sessualità di un adolescente “normale” consiste ormai nel moltiplicare e diversificare le esperienze sessuali. Al contrario, la verginità è denigrata e gli ingenui vengono disprezzati dai coetanei. Ma nel passaggio da un estremo all’altro si è solo rovesciata la prospettiva. La maniera di apprendere la sessualità, in sé, resta identica: normativa. Che cosa è normale? Che cosa non lo è? Che cosa bisogna fare o non fare? La cura scrupolosa nel conformarsi alla norma è e resta l’elemento fondamentale, al di là dei nuovi comportamenti. Perché? Semplicemente perché la norma rassicura. Ed è vero, nell’adolescenza si ha bisogno di sostegno di fronte alle inquietudini e alle angosce generate dalle trasformazioni della pubertà. Il bisogno di sicurezza è esacerbato, la norma dovrebbe rassicurare.

Dico che la norma dovrebbe rassicurare perché bisogna pure constatare che quella in vigore oggi non ha l’aria di riuscirci. Confessate che tra adulti, nel segreto di un ufficio o delle amicizie, si sentono esattamente le medesime domande. Si constata esattamente il medesimo bisogno di rassicurarsi: «Bisogna accettare la sodomia?», per esempio, è una domanda altrettanto comunemente diffusa che nelle generazioni precedenti, esattamente come “mio marito vorrebbe che guardassimo insieme dei video pornografici, devo acconsentire? Dice che sono inibita.» Allo stesso modo, sposarsi vergini e giovani è non solamente atipico, ma soprattutto risibile perché completamente desueto. Mentre convivere e sposarsi sul tardi (o non sposarsi affatto) fa tendenza… e in fin dei conti è di un conformismo penoso. Sì, penoso, perché l’individuo crede di vivere una vita sessuale e affettiva svincolata dalle proibizioni, dalle regole e dalle istituzioni ma in realtà si conforma in ogni punto, e a sua insaputa, ai “bisogna”, “si deve” ed “è normale” della sua epoca, ai nuovi comandamenti.

In buona sostanza, si direbbe che l’evoluzione della società occidentale autoproclamatasi sessualmente libera sia rimasta bloccata all’adolescenza. Ha rimesso in questione i principi morali della cultura giudaico-cristiana, si è opposta ai divieti, li ha trasgrediti con fierezza per affermarsi e svincolarsi da ogni autorità, ma è rimasta in un rapporto totalmente immaturo con la sessualità. L’immaturità è questa volontà, conscia o inconscia, di “fare bene”. “Fare bene” significa fare quello che mi hanno designato come tale, e poco importa chi sia stato a farlo. La maturità sarebbe al contrario questa capacità di scegliere e vivere liberamente quello che io penso essere bene per me. Ma che avremmo potuto sperare da una rivoluzione che portava in se stessa la contraddizione del suo famoso slogan “vietato vietare”? Morale della storia di un periodo che voleva abolirla: siamo rimasti nella proibizione.

«Ma la parola si è liberata! Lo vede da se stessa: le domande degli adolescenti evocano una diversità di posizioni e di pratiche sessuali con un vocabolario opulento, ficcante, perfino incomprensibile ai non iniziati! Noi non dicevamo mica tutte quelle cose, alla loro età!», mi spiegano i genitori. È vero, il loro vocabolario si è considerevolmente arricchito: non hanno ancora un pelo ma pronunciano “zoofilia”, “vibratore” e “fellatio” – per non citare che i termini più soft – con un aplomb perfino esilarante. Sempre più giovani, hanno accumulato un lussureggiante repertorio di parole sessuali. La memoria è viva, quando si tratta di sesso. Queste bionde testoline utilizzano meglio dei loro genitori un vocabolario in altri tempi riservato al milieu della prostituzione, reso ormai corrente da una pornografia sempre più accessibile. Sempre più cruda, pure: l’industria pornografica si vanta di possedere il formidabile potere di sciogliere le lingue e gli immaginari offrendo alla vista ciò che lo spirito cerca di nascondere a se stesso – il mondo dei fantasmi sessuali. Allora, in effetti, il discorso sessuale sembra francamente liberato. Non ci sono più tabù. Si può dire tutto perché tutto viene mostrato, l’immagine e il discorso sessuale si esibiscono per strada o sui monitor. Eppure, davvero questo è una prova di libertà?

Il desiderio in corto circuito, l’immaginario violato

«Prof, volevamo sapere: lei che ne pensa dei triangoli? Cioè, è solo che vorremmo capire perché la gente li fa», mi sussurrano discretamente due ragazze in un corridoio delle medie. Eh, sì, quando si insegna la mia “materia” bisogna essere pronti a qualsiasi aggancio, a ogni ora. Sbalordita dalla loro questione, che stride coi loro tredici anni, le interrogo a mia volta: «Da dove viene questa domanda, ragazze?» «Eh, non lo so, non mi ricordo… Forse alla radio ho sentito qualcuno che ne parlava», mi dice una. «Io mi sa che ho visto una cosa, un giorno, in televisione. Sì, cioè, una trasmissione tipo allucinante dove la gente raccontava i suoi trip sessuali… E poi comunque si vede pure nei film porno», riprende l’altra.

[…] «Me ne ricordo bene. Ho aperto il computer di mio padre, volevo inviare un messaggio a un compagno e ho visto delle cose sessuali schifose là sul desktop. Francamente, mi ha scioccato. Non ho capito», mi assicura Lisa, quindici anni. «È il mio fidanzatino dell’epoca che mi ha proposto di vederne insieme, era la mia prima volta. Avevo quattordici anni, ero molto a disagio, non avevo voglia di vederli ma non ho osato dirglielo – mi racconta un’altra ragazza – che cretina sarei sembrata?!» «Mi è successa una cosa di cui non ho mai parlato – racconta Vincent, trentacinque anni –. Dovevo avere tredici o quattordici anni e, un giorno in cui ero solo, il padre di un amico mi ha fatto guardare le sue riviste pornografiche.» Per Cédric e Alex, è stato un compagno del gruppo che glie le ha mostrate. Dovevano avere tredici anni, non molto di più. Quanto a Mathias, quindici anni, ha scaricato senza rendersene conto un film pornografico che circolava sotto un falso titolo…

E voi? Quando è stata la vostra prima volta? Voglio dire la prima volta che avete visto o letto della pornografia? È stato l’effetto di una curiosità maturata dopo un certo tempo? Avevate voglia di guardare dal buco della serratura? Piace pensare che sia così, per gli adolescenti, per giustificare il loro consumo massivo. «È normale, sono solo curiosi!», si dice di continuo. «È tipico della loro età, voler guardare dei video per adulti, vogliono conoscere la vita da grandi», li si giustifica quando si deve affrontare l’argomento. Nella quasi totalità dei racconti che mi vengono a fare, però, l’esperienza è stata inflitta da un altro, volontariamente o involontariamente. In questi casi, sono immagini imposte a uno spirito che non ne formulava il desiderio. C’è una specie di stupro, uno stupro dell’immaginario.

Falsi rapporti, veri atti sessuali

«È curioso: la pornografia la trovi ripugnante, e al tempo stesso ti eccita», mi racconta questo ragazzino di dodici anni. «Se mi eccita, vuol dire che mi deve piacere… Allora ho voluto sapere se era la stessa cosa dal vivo. Ho proposto a un compagno di provare. Guardavamo dei video sul nostro portatile, poi cercavamo di fare la stessa cosa nei bagni della scuola», mi spiega. Il meccanismo dei fantasmi è così complesso che anche la maggior parte degli adulti lo ignora. Come può, quindi, questo ragazzo concepire che delle immagini che trova violente e degradanti possano nondimeno provocare in lui una reazione sessuale? Come può comprendere che queste immagini lo scioccano ma gli danno al contempo la voglia di masturbarsi – cosa che fa e che trova gradevole? È causa di grande turbamento e di forte senso di colpa. Non si guarda della pornografia come si guarda dello sport, una serie o una trasmissione televisiva. La mano accompagna lo sguardo: stimola gli organi genitali per sfogare la tensione sessuale che le immagini suscitano. Il semplice fatto di guardare immagini pornografiche diventa un atto sessuale in sé. Non si tratta di svegliare il desiderio, e nemmeno di iniziare alla sessualità. La pornografia si consuma sul posto per offrire un piacere sessuale immediato tramite la masturbazione. […] Adesso, immaginate di avere una figlia di dieci anni, o quattordici, o diciassette – poco importa. Immaginate che nella sua classe o in vacanza al grest la quasi totalità dei ragazzi guardino dei video pornografici. Anche le ragazze ne hanno visti, ma per la maggior parte di loro è occasionale. Perché? Perché il novanta per cento di questi video non sono destinati a loro: il target è maschile, i fantasmi messi in scena sono scelti per questi signori. La domanda è semplice: pensate che vostra figlia sia al sicuro?

«Per un anno, cioè per tutto il mio secondo superiore, il mio ragazzo mi ha proposto di fare delle robe sessuali. Ogni volta che ci si vedeva, aveva una nuova idea: voleva che la provassimo insieme. Ho accettato, avevo voglia di fargli piacere. Ero veramente innamorata e per me, quando si ama, bisogna fare piacere all’altro», mi confida questa giovane ventenne. «Poi però, mano a mano che la cosa andava avanti, mi sentivo sempre peggio. Avevo l’impressione che non vedesse in me se non il mio corpo, tra noi non c’era più che il solo sesso. Alla fine mi utilizzava, semplicemente, per il suo piacere. Mi rendo conto che da allora non ho più alcun rispetto per me, mi detesto, mi sento una nullità, mi faccio schifo. Di fatto, lui ha distrutto la mia autostima, dal momento che, da parte mia, io accettavo tutto questo perché cercavo in lui la conferma di essere una persona buona, una persona amabile; ma non ero che il suo oggetto. Un giorno me ne sono accorta, ed è stato lì che ho deciso di lasciarlo. Era furioso ma, per fortuna, ho tenuto duro.» La storia è banale. La rivelazione di “titillamenti sessuali”, come si dice quando si tratta di rampolli di “buona famiglia”, o di stupri collettivi, quando sono praticati negli scantinati delle case popolari, provoca sempre una certa emozione. Ora, si tratta di una medesima realtà: l’utilizzo del corpo altrui per soddisfare la propria pulsione sessuale.

La nuova moda della ricreazione

«Abbiamo sorpreso parecchi alunni di terza media intenti a guardare video pornografici sui loro smartphone durante le lezioni»: è una situazione ormai classica, ben nota nei plessi scolastici. Ne consegue il fatto di sorprenderne alcuni intenti a masturbarsi sotto i banchi di scuola o a filmarsi per far poi girare il video con “l’impresa” tra compagni sui social, che ne è la variante. E va bene, è ben nota la difficoltà degli adolescenti nel gestire le loro pulsioni sessuali, nel diventarne padroni e nell’imparare che c’è un tempo per tutto, che c’è un posto per ogni cosa. Si conoscono pure gli effetti del gruppo, particolarmente affascinanti in quell’età della vita, che disinibiscono e diminuiscono il sentimento di responsabilità: «Non sono io, glie lo giuro, sono gli altri che hanno avuto l’idea!»

Ma al di là di queste spiegazioni, un’altra domanda persiste: come possono imparare a diventare padroni delle loro pulsioni sessuali, quando queste possono essere sfogate a qualunque ora del giorno e della notte, in qualsivoglia luogo, ad ogni età, visto che i mezzi per estinguerle, individualizzati e connessi, rendono accessibilissime le immagini pornografiche? L’hi-tech, messo tra le mani dei bambini e degli adolescenti, è un fattore che suscita nuove sfide educative. «Se voglio, quando voglio» – è dunque questo, essere liberi sessualmente? Ma quali sono gli effetti di una libertà che consiste nel lasciarsi trascinare dalla propria pulsione?

Non bisognerebbe porsi – in nome della convivenza e del rispetto per ciascuno – una seria e preoccupata domanda sull’abitudine invalsa di lasciare che la generazione allattata alla tettarella della pornografia viva in balia delle sue pulsioni?

“Addict”: l’immaginario preso in ostaggio

«Se vengo a trovarla è perché non ne posso più. Le ho provate tutte… cioè, alla fine la cosa va a periodi: posso non guardare niente per qualche giorno e poi dopo non fare altro che questo. Mi rendo conto che nei fatti sono completamente dipendente dalla pornografia. È più forte di me. E hai voglia a mettere filtri nel mio computer, addirittura un controllo parentale: arrivo sempre a procurarmi quello che cerco – delle scene di sesso», mi dice Raphaël, ventisette anni, che me ne parla nel segreto del mio studio. Ed è lungi – ben lungi – dall’essere il solo! La cosa riguarda anche le ragazze, anche se queste restano largamente in minoranza.

La dipendenza dalla pornografia, tra l’altro, è uno dei primi motivi di consultazione, insieme con l’infedeltà, ovviamente – delle donne, tengo a precisare. La presa di coscienza è violenta. In effetti, la pornografia offre precisamente un sentimento di controllo nel consumatore. Con un clic, può aprire o chiudere la finestra sul suo schermo; dal suo posto di guardone, egli crede così di mantenere il controllo. Ma quando comprende che si è fatto prendere per il naso (anzi, per il sesso) fin dal primo istante, allora la faccenda prende una piega drammatica. «La prima volta che ne ho visionata? Dovevo avere quattordici anni. Ora che ci penso, non ho mai veramente smesso di guardarne», deve ammettere.

Lo rassicuro a colpi di «È normale», «Questo è il nostro obiettivo». Che credete? Che le immagini pornografiche accessibilissime e gratuite siano un atto di generosità, di puro altruismo di chi intende svegliare alla vita sessuale dei giovani in fase puberale? La pornografia è un’industria, ha il suo posto nel mondo del mercato. I siti gratuiti portano incassi: più traffico c’è, più la pubblicità e i “prodotti derivati” fruttano denaro. Il modello consiste nell’offrire un supporto efficace finalizzato all’eccitazione in vista del conseguimento di un piacere sessuale mediante stimolazione delle zone erogene (poco importa la maniera, se da soli o in compagnia). Prima si abitua il consumatore, più forte sarà la dipendenza, perché anche prima che abbia il tempo di scoprire e di sviluppare la propria immaginazione, essa sarà svuotata della sua sostanza mediante immagini prefabbricate. La stizza sale, Raphaël comprende che si è fatto fregare: il suo immaginario erotico è preso in ostaggio.

Sguardi fissi

«Non sono più capace di guardare una ragazza normalmente!», comincia a dirmi questo giovane davanti a me. Lo incoraggio a proseguire. «Senza volerlo, m’immagino degli scenari sessuali, di continuo, in situazioni totalmente inappropriate. Tutt’a un tratto, mi trovo a disagio con le ragazze, a disagio soprattutto con la mia coscienza, perché lo so che considerare le donne degli oggetti sessuali è male. Al tempo stesso, è più forte di me, non riesco a impedirmelo.» Ha ventisei anni, è venuto fuori dai quartieri-bene, è stato educato secondo i valori francesi di uguaglianza e di rispetto. «La verità è che guardo un sacco di video porno», prosegue. «Quello che voglio dire è che quelle immagini sono impresse nel mio spirito, mi tornano su come un flashback, opacizzano il mio sguardo.»

Uno sguardo è capace di riconoscere l’altro come una persona nella sua interezza o di ridurlo allo stato di oggetto. «Il mio sguardo non riesce più a guardare la persona che sta di fronte a me»: è l’effetto diretto di una pornografia consumata prima dell’età adulta, vale a dire prima che l’individuo abbia una visione unificata della propria persona e di quella altrui. Come gran parte degli uomini, celibi o no, neppure riesce a guardarla, una donna: resta fissato sul suo sedere, sui suoi seni, sulle sue gambe, vale a dire su frammenti di corpo, senza giungere a guardarla poi come un soggetto. […]

Ricerca del piacere, ansia da prestazione

Il piacere, giustamente, è divenuto lo scopo della sessualità. Alla domanda «perché abbiamo dei rapporti sessuali?», gli alunni rispondono di punto in bianco: «Per il piacere!» Quando si nasce con il diritto alla contraccezione e all’aborto, il “godete senza problemi!” non è più un’idea astratta. «Poiché si possono avere rapporti sessuali senza avere bambini, non siamo neanche più obbligati ad averli con qualcuno che conosciamo, che amiamo, con cui ci si dovrebbe poi giocoforza impegnare», mi dicono in sintesi i più onesti. Confinando le donne in uno stato d’infertilità, la contraccezione ormonale ha permesso di svincolarsi dall’imperativo divino “siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” e da qualunque responsabilità. Ma ha lasciato posto a un nuovo imperativo: godere.

Non soltanto si è passati dal “dovere di riprodursi” al “dovere di godere”, ma in più il corpo femminile è ormai permanentemente disponibile per procurare e ricevere piacere sessuale senza il rischio di una nascita (o quasi). Le donne sono rasserenate, gli uomini pure. Anche se va ricordato che non hanno mai avuto scrupolo a “prendersi un momento di piacere”, che ci fosse o no rischio di gravidanza: il fatto è che l’uso della contraccezione ormonale non ha fatto evolvere più di tanto le mentalità degli uomini. Peggio ancora: ponendo il piacere come finalità della sessualità, il corpo diventa di fatto uno strumento di godimento per sé, per l’altro. L’atto sessuale è allora una masturbazione, alle volte reciproca… con un po’di fortuna…

E chi meglio della pornografia può dispensare dritte sulla maniere di ottenere il piacere più intenso? Se il senso della sessualità è il godimento, il ragazzino di dieci anni ha ragione di raccomandare l’uso di siti pornografici per informarsi su come ottenerlo. Se il senso della sessualità è il godimento, gli alunni di secondo superiore hanno ragione di volersi allenare a godere e a far godere per migliorare le loro performances. Se il senso della sessualità è il piacere, le ragazze fanno bene a lasciarsi trattare passivamente da oggetto di compravendita, perché la ricerca di piacere sessuale le riduce a non essere più che oggetti di consumo. Altrimenti detto, l’influenza considerevole della pornografia sui giovani è frutto di una società che ha dissociato la dimensione procreativa e il piacere nella sessualità. Affrancata dalla morale tradizionale, la sessualità è sottomessa a un’altra morale, quella del godimento proposta dalla cultura pornografica. I giovani pensano di trovarci un manuale d’istruzioni, ma esso è ben lungi dall’offrire la garanzia del piacere. E di qui una delusione che può spiegare una crescente tendenza all’astinenza qualche anno più tardi.

[…] «Il problema, poi, è che ciò che funziona con una persona non va necessariamente bene con un’altra. Quindi si può imparare un monte di tecniche, avere un mondo di esperienza, e non è per questo che si arriverà a soddisfare pienamente la persona che si ama!», fa notare al gruppo un’altra ragazza. Ed è qui che casca l’asino: credere che più si sperimenta più ci si saprà fare è una falsa credenza, perché ogni persona è unica, ciascuna relazione è differente. In un incontro interpersonale, non si tratta soprattutto di eseguire una prestazione ponendo in atto meccanicamente una serie di gesti – l’altro si sentirebbe certamente intercambiabile. Per sentirsi unici, bisogna che i movimenti siano spontanei, che abbiano un’aria “naturale”, che siano guidati dal desiderio e non dal dovere. La meccanica del sesso è invalidata da quella del cuore! Eh, sì, è seccante ma se uno aspira all’amore, deve rivedere la propria strategia: la preparazione mediante il porno e la sperimentazione come viene viene sono garanzia dell’insuccesso.

Rieducare nell’era del porno

«Come sta, prof?», mi domanda Jules quando entro nella sua classe. «Ragazzi, vi dirò la verità. Sono scoraggiata. Sono piena di dubbi. Mi domando se quello che faccio serva a qualche cosa.» Tutti gli alunni mi guardano come se avessero incrociato lo sguardo della Medusa. «Prof! Non può dire una cosa simile!», esclama Valentin. «Che cos’è un’ora spesa a farvi riflettere sul senso della sessualità, dell’amore? Un’ora impiegata a cercare di comprendere ciò che è la persona umana, di fronte alle migliaia di altre ore che passate a guardare film, serie, reality, canzoni e video che trasmettono un messaggio opposto?» Salita in cattedra, quel giorno non avevo voglia di far finta. Le pagine di cronaca avevano dato la notizia, una volta di più, di diversi abusi sessuali in ambienti scolastici, si erano pure dati la pena di menzionare il consumo di immagini pornografiche durante la ricreazione. «Mi sento come Davide contro Golia», concludo con un grande sospiro.

«Lei non può fare questo paragone, prof. Quando siamo in classe, assimiliamo meglio le cose, siamo concentrati. Io, al contrario, penso che quello che lei fa sia molto efficace. Per esempio, parlare della pornografia in classe, be’, ha cambiato delle cose in noi!», mi dice Jules. Immaginiamo che non me lo dicesse per accattivarsi la prof, ne ricaviamo la prima lezione: aprire degli spazi di dialogo, di riflessione e di formazione sulla posta in gioco nella vita affettiva, relazionale e sessuale negli ambienti scolastici.

La pornografia è riuscita a disintegrare la persona umana in mille pezzi? Ora bisogna rimettere insieme i cocci! Ancora prima di parlare di qualunque cosa riguardi da vicino o da lontano la sessualità, bisogna cominciare riprendendo le cose dal principio: che cos’è una persona umana? Che cos’è che la distingue dagli animali e dagli oggetti? Il corpo, il cuore e lo spirito possono staccarsi gli uni dagli altri?

È il frutto positivo della cultura pornografica: d’ora in avanti siamo obbligati a porci delle vere questioni, delle questioni esistenziali, essenziali. E non bisogna aspettare la tesina di filosofia alla maturità: questo lavoro di riflessione deve cominciare dalle elementari, perché già lì i bambini sono assaliti da messaggi sessuali che decostruiscono l’immagine della persona umana. Questa è la seconda lezione.

Infine, bisognerà pure che le autorità si decidano a condurre un’azione forte contro l’accessibilità dei siti pornografici da parte dei minori. È complicato? Non è grave: troveranno una soluzione. Se si possono inviare sonde spaziali, fare operazioni chirurgiche a distanza e far riapparire Michael Jackson per un concerto, non si potrà trovare un modo per impedire a dei mocciosi di nove anni di incappare in siti porno? Ah, mi dicono che non è un problema tecnico ma simbolico: non possiamo finire, nonostante tutto, col restringere le libertà! Ma quali libertà? Di quelli che ne consumano senza volerlo o di quelli che si arricchiscono rendendo dipendenti i primi? Gli adulti non si sentono in diritto di condannare il consumo di pornografia da parte dei minori perché la faccenda riguarda anche loro. Non si sentono in diritto di denunciare le conseguenze sugli adolescenti perché non vogliono immaginare che la cosa possa avere effetti negativi sulla propria vita. Non si sentono in diritto di limitare l’accesso ai siti pornografici perché questi sono concepiti apposta per loro. Non si sentono in diritto di denunciare l’uso abusivo dei cellulari da parte degli adolescenti perché sono loro che glie li hanno messi in mano. Non si sentono in diritto di denunciare la visione della sessualità veicolata dalla pornografia perché hanno strombazzato le virtù di una sessualità liberata da tutte le proibizioni e pilotata dalla ricerca del piacere. Non si sentono in diritto di agire perché sono totalmente complici.

Ma il ballo degli ipocriti non è durato abbastanza?

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02/02/2017
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