Storie

di Lucia Scozzoli

Se l’ignoranza ribolle negli atenei

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I docenti delle università italiane - su iniziativa del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità – hanno scritto una lettera al governo per denunciare la gravissima situazione degli studenti che approdano agli studi alti senza sapere nulla della grammatica italiana.

Nella lettera vengono anche fatte proposte concrete per invertire la rotta dell’ignoranza lessicale: più esigenza nel controllo degli apprendimenti, più efficacia nella didattica, una spinta decisa non sui nuovi metodi, bensì
sulle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari.

Servirebbero traguardi intermedi, verifiche nazionali periodiche, il recupero di vecchie prassi passate un po’ in secondo piano, come il dettato ortografico, il riassunto, la comprensione del testo, la conoscenza del lessico,
l’analisi grammaticale e persino la scrittura corsiva a mano.

«Sarebbe utile - affermano - la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale
tra insegnanti dei vari ordini di scuola».

Insomma, la lettera contiene un appello accorato al ministro dell’istruzione Valeria Fedeli affinché si rimetta mano alla programmazione delle metodologie scolastiche nel senso di una virata all’indietro decisa, verso i tempi in cui in seconda elementare si faceva un dettato tutti i giorni e i congiuntivi erano padroneggiati con destrezza già in terza.

In effetti la critica mossa dal nutrito numero di docenti firmatari non è affatto pretestuosa, né rintraccia nelle sue motivazioni alcun desiderio di polemica: tra essi ci sono personaggi famosi e di sinistra, che non hanno alcun interesse a contraddire

il governo per posizione ideologica, come Massimo Cacciari, Andrea Carandini, Fulco Lanchester, Ernesto Galli della Loggia.

Chiunque abbia un’età superiore alla quarantina può ripercorrere con la mente il ricordo del proprio percorso scolastico e, se ha figli, facilmente può confrontarlo con quello dei ragazzi di oggi: il paragone è
impietoso sotto tutti i punti di vista.

Noi andavamo a scuola molte ore in meno, facevamo intervalli lunghissimi scorrazzando in cortile mentre le maestre prendevano il the dalla bidella, ci portavamo in cartella tre libri e due quaderni e chiamavamo l’insegnante
“signora maestra” dandole del lei. noi abbiamo imparato le province a memoria (tutte), non conoscevamo i dinosauri ma sapevamo chi erano i greci e i romani.

La maestra colorava i dettati con la temibilissima matita rossa e blu, per distinguere gli errori veniali da quelli mortali, e in fondo veniva fuori un numero secco, a volte impietoso, scritto con mano ferma e senza faccine simil-smile.

E lo script lo sapevamo leggere benissimo nei libri senza bisogno di scriverlo: noi scrivevamo in corsivo, riccioluto e proporzionato.

La mia maestra delle elementari aveva una grafia splendida, ne ammiravo le lunghe gambe che svettavano verso l’alto e verso il basso sul rigo come un guizzo leggiadro e cercavo di imitarne il portamento maestoso. Non
credo di esserci mai riuscita. i programmi erano più seri e i risultati più evidenti, che lei aveva studiato i Promessi Sposi in quarta elementare. Ora i miei figli stanno a scuola una quantità di ore indecente, piegati sotto zaini
mostruosamente stracolmi di libri pieni solo di figure e disegnini. Hanno un quaderno per ogni materia, la loro unica preoccupazione è portare a scuola il materiale giusto.

Le maestre danno elenchi dettagliatissimi del materiale da comprare, compresa la marca delle penne cancellabili e il numero di colle stick, perché sui quaderni più che scrivere si incollano esercizi ritagliati.
La fotocopiatrice ha ammazzato la scuola più di ogni altra cosa. Adesso c’è tanta roba in più a disposizione, decisamente troppa: 6 insegnanti già alle elementari, montagne di carta, valanghe di ore passate sui banchi o sui compiti a casa, ma manca l’essenziale. Manca l’autorevolezza della figura educativa, che una volta aveva una competenza tecnica incontestata sulle sue materie e non metteva becco negli ambiti emotivi dei bambini. Distaccata, giusta, decisa, la mia maestra accoglieva i nostri abbracci senza comunque permetterci di darle del tu, ringraziava per i fiori che le portavamo a primavera, raccogliendoli dal giardino, esortando a riferire ai genitori le sue parole di gratitudine. Invece la scuola moderna vuole insegnare il rispetto, l’inclusività, l’empatia e tutta questa roba emotiva, al posto delle famiglie che non lo fanno più perché non ci sono più, e si dimentica di far imparare le tabelline, i congiuntivi, le preposizioni semplici, le poesie.

Gli insegnanti sono scesi ad un lessico poverissimo per andare incontro ai bambini, i quali dal canto loro conoscono tutti i neologismi tecnologici e non sanno neanche i sinonimi. Una bella generazione di ebeti empatici e fragili, illetterati e incapaci di far faticare i neuroni: questo produce la scuola moderna, che ad ogni riforma viene sempre più alleggerita di contenuti e appesantita di pro sessuale, sviluppo delle capacità creative, mentre crescono i bambini dislessici e con ritardi di apprendimento. Ad un certo punto ci vuole l’onestà di certificare il fallimento di questa direzione post sessantottina dell’istruzione italiana e virare di 180 gradi secchi. O per lo meno ci vuole la correttezza di aprire un tavolo di discussione seria, apolitica, non ideologica. Sempre che l’istruzione dei ragazzi ci interessi ancora. La scuola deve smettere di essere un laboratorio per esperimenti antropologici

e sociali, deve essere il fiore all’occhiello della nostra civiltà.

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07/02/2017
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