Chiesa

di Davide Vairani

Sacerdoti oggi

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Sono un sopravvissuto. Sopravvissuto a 12 anni di abusi psico-sessuali da parte di un sacerdote della Chiesa cattolica. Oggi, a 45 anni, voglio dire a tutti: “Amate i vostri sacerdoti, state loro accanto, non smettete mai di pregare per loro”. Di Daniel Pittet, ex monaco svizzero, oggi 57enne, ne parlano “Repubblica” e “Il Sismografo”. Daniel racconta una sua esperienza dolorosa mantenuta segreta per molti anni. Lo fa nel libro “Mon Père, je vous pardonne” (“Padre, la perdono”), Edizioni Philippe Rey. Pittet è stato vittima di ripetuti stupri, decine e decine, da parte di un frate cappuccino svizzero, p. Joel Allaz: il libro viene pubblicato in Italia con il titolo “La perdono, padre” (ed esce in questi giorni per i tipi della PIEMME). Daniel ha atteso 20 anni prima di comunicare alle autorità ecclesiastiche quanto aveva subito e sofferto e di averlo fatto solo dopo essere venuto a conoscenza di atti simili ad un’altra vittima del cappuccino. Vittima riconosciuta e risarcita dalla diocesi di Friburgo e dall’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, Pittet racconta le diverse fasi del processo aperto nel 2002 presso il tribunale ecclesiastico di Grenoble (Francia) dove Allaz fu trasferito, ma chiuso un anno dopo “per mancanza di prove.” Intanto il cappuccino, sul quale crescevano i sospetti sulle sue condotte, veniva spostato da una diocesi all’altra. Solo nel 2008 sono state aperte nuove indagini a seguito di altre denunce di 24 vittime ma i reati, commessi tra il 1958 e il 1995, erano caduti in prescrizione sia in Svizzera che in Francia. Alla fine, nel dicembre 2011, Joel Allaz si salverà dalla galera con una sospensione condizionale della pena (due anni). Allaz “non è mai stato ridotto allo stato laicale”, assicura Daniel Pittet, e aggiunge: oggi lui ha 76 anni e vive ancora in comunità, in Svizzera. Daniel Pittet, oggi, a Friburgo lavora come bibliotecario e si occupa dell’Associazione, da lui fondata, “Pregare e Testimoniare”. Una persona, oggi padre di famiglia, che ha saputo nonostante tutto conservare la fede e perdonare la persona che gli ha fatto del male. Due anni fa Daniel Pittet ha incontrato Papa Francesco in Vaticano e gli ha raccontato la sua storia. Il Pontefice – profondamente scosso e commosso - ha voluto scrivere la prefazione al suo libro.

Avevo 13 anni, quando mio padre muore a causa di un tumore improvviso. Io, primo di tre fratelli, timido e con mille paure già di mio. Il perimetro della mia vita allora era tutta casa-scuola-oratorio. E spesso il mostro si appalesa con il volto famigliare, insospettabile ai più, subdolamente e scientemente invasivo. Lentamente. Ma questo lo scopri dopo. La sua faccia malvagia non è mai quella che ti si mostra per prima. Anzi. Mi ci sono voluti più dieci anni di “campagna di auto-liberazione” per dire basta. A quel punto mi sono reso conto di non essere io. Avevo saltato di colpo tutta la mia pre-adolescenza, le cotte e gli innamoramenti da ragazzino, le scampagnate libere e le avventure che per ogni ragazzo della mia età erano cosa normale. Per me, invece, nulla era normale e tutto era drammaticamente diverso. Io ero quello che continuava a vivere nel perimetro casa-scuola-chiesa. In qualche modo obbligato (questo lo affermo con il senso del dopo, allora per me era normale così). Quante volte ho riso e mi sono anche divertito. Ero allora un “parrocchioso”, un professionista del “fare”: catechista, chierichetto, lettore, educatore Grest e capiscuola, ritiri spirituali, etc. La realtà – quella vera – ti salta completamente. Per una sorta di spirito di conservazione e di adattamento, è come se giusto o sbagliato, realtà e sogno, desiderio e obbligatorietà si confondessero e si mischiassero: quella era la mia vita e dovevo essere felice. Quanti danni ho fatto! A parte quando restavo solo prima di andare a letto. Mi guardavo allo specchio e piangevo. Piano, per non farmi sentire. Il mostro sa perfettamente come entrare nella tua vita senza lasciare tracce attorno. Nel mio caso, il mostro ha saputo costruire abilmente la figura di quel padre che in realtà non ho mai avuto e che è scomparso proprio quando non potevo avere ricordi. Un preadolescente si scontra con i propri genitori. Le ultime due immagini che ancora oggi porto indelebili nel mio cuore sono due: la prima è una litigata per non so quale motivo con lui, la seconda è la sua figura magra (più magra del solito) nell’androne del Niguarda di Milano un mese prima che morisse di tumore ai polmoni. Il mostro sa bene intuire le prede più fragili e deboli, il mostro guarda più avanti di chiunque. E il mostro sa bene come insinuarsi in maniera allettante e “salvifica”. E proprio per questo motivo il mostro riesce a sviluppare pian piano una ragnatela tessuta così bene al punto da costruire una relazione assoluta e onnivora con la sua preda. E al tempo stesso a non lasciare tracce, a non insinuare dubbi all’esterno in chi ogni giorno vedeva e guardava. Nessuno si è mai posto il problema nel vedere un prete sempre insieme ad un ragazzino (e a pochissimi altri tutti nella stessa situazione, chi più o chi meno). Nessuno ha mai fatto domande. Tutti zitti. O meglio: tanti (troppi?) sapevano o avevano intuito. Ma nessuno mi ha mai teso una mano, anche di nascosto. Chi vuoi che pensi che un sacerdote si trasformi (o già lo sia) in un mostro? Un paesino di campagna, il mio. Quando ancora il maestro elementare, il farmacista, il sindaco e il parroco del paese erano le figure carismatiche per antonomasia, insospettabili, alle quali chiunque chiedeva consigli e si affidava con fiducia totale. In breve tempo mi sono trovato in trappola. Non potevo avere vie d’uscita. Non avrei mai potuto parlarne con qualcuno. Fondamentalmente mi vergognavo. E tenevo tutto dentro. Fino al punto che la trappola in qualche modo ti appare quasi “normale”. Gli abusi più pesanti per me sono stati quelli sul piano psichico e relazionale. Qualche toccata nelle parti intime in maniera ripetuta, certo, ma la mia vita era stata rinchiusa con il catenaccio e costretta a sottostare alle sue volontà. Non ho mai avuto una ragazza. Al punto che tra i 17 e i 19 anni ho pensato seriamente di essere gay. O meglio: di essere asessuato, di non provare innamoramento e pulsioni né per ragazze né, tantomeno, per ragazzi. Le uniche esperienze di relazione corporale le provavo con un maschio. Il mostro. Ho pensato più volte di farla finita perché quella prigione sembrava non avere una luce, una via di fuga.

Vi sembrerà impossibile, lo so. Anche a me oggi, a 45 anni, fa ancora lo stesso effetto. A volte mi sveglio di notte da incubi spaventosi e mi domando: ma è stato tutto vero o me lo sono inventato io? Durante l’esperienza del liceo e poi dell’università ci ho provato a staccarmi. Per fortuna allora non esistevano i cellulari. Ma vi posso assicurare che la sua presenza era totalizzante anche a distanza. Non esagero se vi dico che ci sono state settimane e mesi nelle quali mi arrivano non meno di trenta telefonate al giorno tutte sue. Ero suo e non era immaginabile che io prendessi il volo per sempre. Mi controllava. Durante la fase della tesi di laurea ho iniziato a soffrire di attacchi di panico. Quest’anno festeggio i 22 anni di convivenza con questa brutta bestia che ti schianta il cuore e il fisico. La vita è sempre stata una vista passata a scappare. A fare non-scelte. Compresa quella di entrare in seminario dopo la laurea in filosofia. E ne ero convinto in un certo senso, ero convinto di avere la vocazione. In realtà non era così: scappavo ancora una volta dal mostro. A venticinque anni che cosa potevo fare nella vita? Non ero capace di fare niente. E allora perché non entrare in seminario? Il prete sapevo farlo, figuriamoci, con tutta l’esperienza di anni e anni passata a fare ogni cosa in parrocchia ed in oratorio! E poi, forse, se fossi diventato prete avrei finalmente avuto la scusa giusta per allontanarmi dal mostro. Il Vescovo mi avrebbe spedito a chilometri di distanza dal prete-mostro e allora la mia prigione sarebbe finita. In seminario ci sono restato 9 mesi. Il periodo più importante e decisivo per la mia vita. Decisivo per affrontare di petto per la prima volta chi ero davvero e che cosa volevo davvero diventare.

Oggi sono sposato da 17 anni, ho una figlia meravigliosa. Non ho mai voluto denunciarlo. Nemmeno a distanza di tempo. Nemmeno oggi. Perché vi racconto tutto questo? Perché Dio è più grande del nostro cuore. L’ho sperimentato – e lo sperimento ogni minuto – da sei anni a questa parte. Ero a pezzi. Distrutto. Tutto andava storto: il mio matrimonio, il lavoro, tutto. Stavo sempre male e facevo del male agli altri. Soprattutto a chi provava ad essermi vicino, ad essermi compagnia. Non mi sentivo degno. E vomitavo rabbia. I dèmoni, come li chiamo io, picchiavano di brutto e mi trascinavano sempre più nel baratro. Quel giorno con le lacrime agli occhi e con il cuore totalmente disarmato dissi tra me e me: «Signore, o mi dai un segno potente e concreto che Tu ci sei, oppure io mi fermo qui. Resto qui al bordo della strada e non mi rialzo più». E il Signore mi ha risposto. Mi volto e mi rendo conto di essere davanti ad una chiesa, quella stessa chiesa di fronte alla quale ci sono passato migliaia di volte. E dopo 22 anni di lontananza da Dio e dalla Sua Chiesa, una forza più grande di me mi ha sbattuto dentro la chiesa. E una forza più grande ancora i ha sbattuto dentro il confessionale. E lì… Tutto è andato al suo posto: Dio è più grande del mio e del nostro cuore. «Io ti perdono da tutti i tuoi peccati, vai in pace». A quelle parole del sacerdote tutto il mio io, tutto di me ha esultato di gioia. E da allora tutto è cambiato, anche se niente è cambiato. Ancora oggi restano i miei dèmoni che ogni tanto emergono e cercano di buttarmi nel baratro. Ma oggi so cosa devo fare: andare da Lui. Lui ogni volta mi abbraccia del Suo Amore, pulisce i miei peccati. E mi dona occhi nuovi. Oggi riesco a vedere le centinaia di segni del Suo Amore che mi mette davanti. Volti di persone che Lui mi manda perché non io non torni indietro. A partire dalla mie donne, che tardi ho davvero imparato ad amare, le custodi della mia vita: mia moglie e mia figlia.

«Per chi è stato vittima di un pedofilo è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni – scrive papa Francesco nella prefazione Daniel Pittet -. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa. Ho conosciuto Daniel in Vaticano nel 2015, in occasione dell’Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato “Amare è dare tutto”, che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati. Non potevo immaginare che quest’ uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa. Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato “un sacrificio diabolico”, che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono. Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Matteo 18, 6). La nostra Chiesa, come ho ricordato nella lettera apostolica “Come una madre amorevole” del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato. Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un’altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe. Ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l’uomo che l’ha ferito nel profondo dell’animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: “Molte persone non riescono a capire che io non lo odii. L’ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono”. Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d’ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni. Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia».

Non so se in fondo l’ho perdonato. Probabilmente no. Non è ancora tempo, perché forse non mi sono ancora perdonato fino in fondo. Ma questo aspetto fa parte del cammino che sto facendo, tentando ogni minuto della mia vita di lasciarmi abbracciare da Cristo. Quello di cui invece sono oggi assolutamente convinto è che il Signore perdona ogni nostro peccato e cura amorevolmente ogni nostro dolore. Non importa quanto siano grandi, abominevoli e scandalosi. Non importa quanto siano imperdonabili per l’uomo. Il nome di Dio è davvero Misericordia. Ad una condizione sola: che ci presentiamo a Lui con il cuore umile e aperto alla Sua Volontà. La Sua Volontà era quella di lasciare che un prete della Sua Chiesa abusasse di me? Certamente no. Così come certamente un sacerdote che abusa sessualmente deve essere processato dalla giustizia terrena e deve essere messo in grado di non nuocere più a nessuno. Ma resta sempre e comunque in lui il sacramento del sacerdozio. Ho spesso nella mente una frese del Santo Curato d’Ars che dice: «Vi sono alcuni che hanno l’abitudine di parlare male dei sacerdoti, ve ne sono che li disprezzano. Fate attenzione, figlioli: poiché sono i rappresentanti di Dio, tutto ciò che dite ricade su di Dio stesso. Fareste molto meglio a pregare per loro. Ve ne sono che non pregano mai per i loro pastori: ciò è molto ingrato. II sacerdote, prega sempre per voi, quando offre il divin Sacrificio, quando tiene Nostro Signore fra le sue mani. Vedete quanto è nel vostro interesse pregare il Buon Dio per i sacerdoti: più saranno santi, più vi otterranno grazie. Bisogna pregare, soprattutto all’epoca delle ordinazioni, affinché il Buon Dio ci dia dei buoni sacerdoti. Quando sono santi, quanto bene possono fare! Ma, buoni o cattivi che siano, non ditene mai del male. Colui che disprezzate sarà forse colui che vi assolverà all’ora della morte. Voi direte: “Ma è un uomo come un altro…” Certamente! (...) Ma è al suo ministero che bisogna guardare. Il Buon Dio ha messo nelle loro mani tutti i meriti della sua morte e della sua passione per distribuirceli, come un re rimette nelle mani del suo ambasciatore un tesoro perché lo distribuisca come meglio crede (…). Andate a confessarvi dalla Madonna o da un angelo? Vi assolveranno? No. Vi daranno il Corpo e il Sangue di Nostro Signore? No. La Madonna non può far discendere il suo divin Figlio nell’Ostia. Anche se aveste vicino duecento angeli, non potrebbero assolvervi. Un sacerdote, può farlo; può dirvi “Andate in pace, io vi perdono”… Oh, che il sacerdote è qualcosa di grande!».

Dio è davvero più grande del nostro cuore. Non esistono i mostri. Esistono persone. E tutti noi siamo fragili, malati, doloranti, angosciati. Ai tanti Daniel che ancora hanno vergogna voglio dire: «Cristo ti ama, guardaLo sulla Croce e troverai in Lui la forza e la letizia di tornare a vivere». Ai tanti preti che ancora non si sono pentiti di ciò che hanno fatto voglio dire: «Dio è più grande del tuo cuore. Affidalo a Lui. Chiedi perdono con cuore contrito. Lui ti ama, nonostante ciò che hai combinato». E a tutti coloro che – comprensibilmente – perdono la fede a causa dei preti pedofili (tanti o pochi che siano non è questo il punto) voglio dire: «Questa è la dimostrazione che la Chiesa è di Cristo e non degli uomini. Cristo è Risorto davvero ed è presente nella Compagnia che Lui ci ha voluto dare: la Chiesa. Fatta di peccatori, di grandi peccatori. Ma anche ricca e piena di santi, di quelli con l’aureola e dei tantissimi nascosti dei quali nessuno conosce l’esistenza. Dio è davvero più grande del nostro cuore».

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