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di Valerio Pece

Festival di Sanremo da dimenticare in fretta

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Sempre e per sempre” canta Fiorella la rossa nella serata delle cover, in un Festival che avrebbe meritato di vincere. Sceglie De Gregori, dunque, al quale però non la lega nulla, se non una discreta parte del suo successo artistico. A meno che, con la sua densa nuova canzone, non abbia anche lei deciso di andare “A passo d’uomo”, titolo programmatico di uno schietto libro-intervista del “Principe della Sineddoche” (così un geniale striscione immortalò in un concerto il cantautore romano). Staremo a vedere: per adesso la Signora della Canzone italiana, l’interprete dal timbro invincibile è solo, per sua ammissione, una Combattente (militaresco titolo del suo ultimo cd), una grintosa guerrigliera teneramente persa nei sottoboschi del mainstream. Prenderle la mano e portarla fuori dal labirinto limaccioso in cui s’è cacciata guerreggiando a testa bassa, di questo viene voglia vedendola commossa e un po’ imbarazzata dietro l’inaspettato vincitore.

“Che sia benedetta” è un intenso e possente inno alla vita. “Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta” è un verso definitivo, cantato mentre con mistico tempismo saliva sul palco di Sanremo la 92enne Maria Pollaci, ostetrica capace di far nascere oltre 7.500 bambini. Peccato che la Mannoia non abbia compreso la sua canzone (diciamo sul serio), che non l’abbia osservata, rispettata, che non si sia inginocchiata a contemplare la lauda in tutta la sua luminosa profondità. Peccato anche che sulla vita “benedetta” abbia scritto cose imbarazzanti. Sarà pentita? Rifacciamoci la bocca e per prima cosa sbirciamo il pensiero del mentore musicale da lei scelto per il Festival. «Sulla difesa della vita è oggi su posizioni convintamente antiabortiste», così scriveva su De Gregori il critico musicale di estro ciellino Paolo Vites, che del cantautore è intimo amico. Un De Gregori prolife, dunque, sulla scia di quel Pasolini (altro prolife della prima ora) al quale aveva dedicato A Pa’, la sua canzone più bella (con quella voglia di “vivere come i gigli dei campi / come gli uccelli del cielo campare” che rimanda dritti dritti al capitolo 6 del Vangelo secondo Matteo, tanto per chiudere pasolinianamente il cerchio). La Mannoia invece? L’impareggiabile interprete a cui siamo debitori di quintali di emozioni, su Micromega scriveva: «sembra incredibile che nel terzo millennio si debba ritornare a rimettere in discussione la legge sull’aborto, sembra impossibile che si debba ritornare nelle piazze a rivendicare un diritto che sembrava ormai inalienabile». È sempre Paolo Vites a ricordare che durante le celebrazioni dei 40 anni del 1968 «De Gregori è stato l’unico in Italia ad andare contro, con una canzone intitolata appunto Celebrazione, che però faceva a pezzi i miti del ‘68». Ma la Mannoia, intenta a combattere come quei soldati giapponesi a cui nessuno aveva detto che la guerra era finita, non ci pensa proprio a farsi interpellare dalla saggezza mite dell’autore di Rimmel. Troppa foga però può far perdere la testa, che nel passo che segue, purtroppo, vediamo rotolare: «L’obiezione di coscienza – scrive la sempre bella 63enne - aveva un senso quando la legge è entrata in vigore. Chi allora faceva il ginecologo, aveva scelto una professione che non contemplava il diritto della donna [..] ad abortire. Oggi, invece, che il diritto della donna all’interruzione di gravidanza esiste da tempo, l’obiezione del ginecologo [..] lede quel diritto». Questo è il fortissimo argomento logico della migliore interprete italiana, che spacca la storia (e la coscienza dell’uomo) in due: ante e post legge 194. E che infine, lancia in resta, aggiunge un po’ schifata: «trovo intollerabile l’eventualità [..] di inserire gruppi di sostegno di orientamento cattolico nei Consultori per le donne che decidono di abortire». Non servirà certo un Chesterton per replicare che se il ginecologo di oggi non può obiettare perché la 194 esisteva prima che diventasse, appunto, ginecologo, allora i cattolici potranno parlare ovunque, perfino nei Consultori pubblici, perché il cattolicesimo esiste da un po’ prima della 194. Ma la Mannoia, che sul punto è in buonissima compagnia, non si accorge del cortocircuito e tira dritto: c’è da fare la guerra (o cantare per la Rivoluzione Civile di Ingroia), non c’è tempo per sterili introspezioni. Così, quando nell’intervista del 7 febbraio ad Avvenire raccontava di «Figli, bambini che muoiono» e «chissà cosa sarebbero diventati. Forse nessuno, forse invece potevano essere dei grandi medici, architetti, musicisti», piangendo sul fatto che «quelli sono i nostri figli», la cantante non parlava affatto, come tutto avrebbe portato a pensare, dei 56 milioni di “figli” morti ogni anno per aborto, olocausto innominabile, parlava dei bambini annegati nelle traversate dei migranti (morti orrende anche quelle, certo, ma che non sono milioni e soprattutto non sono volute). Siamo ancora lì: quello che certe donne (e certi uomini) non dicono.

«Che sia benedetta / per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta / Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta / Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta». Urge che il Principe De Gregori o un qualsiasi uomo di buona volontà, a passo d’uomo e con una maieutica che non possediamo, insegni all’affascinante Mannoia a leggere ciò che con voce calda e nera canta così bene. Non stiamo coi “cospiratori del pensiero unico”, che vedono la canzone «fingere un inno alla vita mentre chi canta si presta a fare da testa d’ariete per confondere le idee» (in giro si legge anche questo). Stiamo piuttosto col gaudente cardinal Ravasi che ha twittato il suo ritornello, felicissimi che si ingrossi la fila di chi pensa che “per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta”. Urge però ritrovare presto le grandi latitanti di oggi: logica & coerenza, così assenti da lasciare che si inviti ad un Convegno sulla maternità (!) il senatore Sergio Lo Giudice (uno che i bambini li compra) e da lasciare imprecare contro “la schiena lardosa e fascista” della neo-mamma Giorgia Meloni quella sempiterna bad girl di Asia Argento (una che in Rai conduce un programma contro la violenza sulle donne). Insomma, se la Combattente Fiorella è guidata solo dalla passione, «faccia almeno che sia la ragione a tenere le redini», mentre noi, insieme a quel geniaccio di Benjamin Franklin avremmo festeggiato più che volentieri la sua vittoria al 67° Festival della Canzone italiana (il bravo Francesco Gabbani ci perdonerà). Ma va bene così: la vita è perfetta. Vero Fiorella?

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14/02/2017
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