Politica

di Emiliano Fumaneri

Nessuna pietà per i nemici della libertà

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E così alla fine la Francia ha deciso di innalzare, una volta ancora, la bandiera di Marat e Saint-Just. «Pas de liberté pour les ennemis de la liberté». Nessuna libertà per i nemici della libertà. Due anni di prigione e 30mila euro di ammenda, ecco a cosa andrà incontro chi si renderà colpevole del reato orwelliano di intralcio digitale alla IVG, la legge liberticida che giovedì è stata definitivamente adottata dal Parlamento francese con un ultimo voto dei deputati. La norma, che come ai bei vecchi tempi dell’Urss era già stata approvata per alzata di mano dall’Assemblea Nazionale, è stata votata da tutti i gruppi di sinistra e dalla maggioranza dei liberali dell’UDI. Contrari invece i Repubblicani che hanno votato contro quello che considerano, a ragione, un grave vulnus alla libertà di espressione.

Il testo, un autentico capolavoro di dispotismo della libertà, colpisce i siti che praticano della «disinformazione» sull’aborto cercando «a scopo dissuasivo […] di indurre intenzionalmente in errore» le donne alla ricerca di informazioni sull’aborto. La nuova normativa integra quella precedente del 1993, volta a punire l’intralcio materiale all’aborto da parte dei gruppi pro-life che presidiavano le cliniche abortiste.

È la grande vittoria di Catherine Coutelle, vecchia militante socialista e relatrice della proposta di legge per l’estensione al web del «délit d’entrave à l’IVG», che ha già annunciato di voler chiudere la propria carriera politica alla fine di questo mandato. Coutelle si dice «veramente stupita che nel 2017 si continui a esprimere una visione così retrograda della società, una concezione così tradizionale della famiglia».

Qualche anno fa Luca Ricolfi scrisse un libro sulle malattie culturali della sinistra. Una della più gravi patologie intellettuali veniva identificata dal sociologo torinese col nome di «complesso dei migliori». Il sintomo più evidente di questa sindrome, faceva osservare Ricolfi, si manifesta nella la tipica supponenza morale di chi si ritiene la «parte migliore del paese». Il «complesso dei migliori» si esprime come una sorta di sciovinismo culturale che porta a disprezzare tutti coloro che non appartengono al proprio campo. Insomma, il nazi-buonismo di cui tante volte ha parlato Fabio Torriero: buonismo a parole, nazismo nell’uccidere chi la pensa diversamente.

Il nazi-buonismo torna nelle parole arroganti del ministro delle famiglie (sic!), dell’infanzia e dei diritti delle donne Laurence Rossignol, appassionata sostenitrice della legge-bavaglio contro i siti pro vita.

Quarant’anni dopo la legge Veil, ha dichiarato il ministro, «dei gruppuscoli antiabortisti avanzano mascherati, dissimulati dietro a piattaforme all’apparenza neutra e obiettiva che imitano i siti istituzionali di informazione e cercano deliberatamente di ingannare le donne. O peggio ancora, talvolta sono diffuse da cellule d’ascolto animate da militanti “no choice” senza alcuna formazione intenzionati a colpevolizzare le donne e a scoraggiarle di ricorrere all’aborto». Rossignol ha poi aggiunto che «i militanti anti-IVG resteranno liberi di esprimere la propria ostilità all’aborto. A patto di dire con sincerità chi sono, cosa fanno e cosa vogliono». «La libertà di espressione», prosegue il ministro, «non si può confondere con la manipolazione degli spiriti».

Parole di una durezza inusitata per i culturi del politicamente corretto. La sinistra liberale mostra così il suo volto aggressivo, trattando da delinquente chi minaccia il pensiero unico abortista.

Christian Kert, portavoce dei Repubblicani, denuncia una legge che minaccia la libertà di pensiero e stabilisce una «autentica censura governativa». Difficilmente la Corte costuzionale accetterà un simile scempio della più elementare delle libertà democratiche, profetizza Kert. «La libertà di espressione non implica la libertà di ingannare», gli replica il deputato UDI Philippe Vigier. Alla alterigia si somma così l’ipocrisia. Il deputato liberale, per esigenze minime di coerenza, dovrebbe rivolgere la medesima accusa proprio a espressioni in antilingua come «interruzione volontaria di gravidanza», una formula eufemistica che assolve una funzione ben precisa: nascondere alla coscienza la realtà dei fatti, cioè che l’aborto, come ha detto papa Francesco, «è un crimine, è fare fuori. È quello che fa la mafia, è un crimine, è un male assoluto». La retorica dell’«interruzione di gravidanza» poggia su un sottile inganno. Mira infatti a rendere invisibili i meccanismi di violenza omicida su cui riposa una legislazione assassina e prevaricatrice. È così che funziona ogni ideologia.

La legge in questa maniera abdica alla sua funzione educativa per assumere un volto intimidatorio, come testimoniano le parole del ministro Rossignol. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. In società i pro-life siano discreti. Tacciano, non inquietino il potere con le loro indelicate domande. Non tormentino le donne istigandole, pensate un po’, a lasciar vivere i propri figli.

Eric Voegelin osservava che nelle società moderne si è prodotto un fenomeno inedito nella storia del pensiero politico: il divieto di fare domande. Questo divieto non colpisce semplicemente l’esame critico delle proprie opinioni. Una simile resistenza alla critica è sempre esistita. Qui ci troviamo di fronte a un rifiuto più profondo. È un autentico rigetto della ragione. Il «divieto di fare domande» nasce dalla consapevolezza che le proprie opinioni sono infondate. Occorre perciò vietare che possano essere analizzate in maniera critica. Niente domande, quindi.

L’ondata repressiva dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore la libertà di espressione, non solo gli attivisti antiabortisti. È di questi giorni la notizia che la Francia ha dichiarato guerra alle fake news, le “bufale” che spesso circolano sul web. A questo proposito Facebook e Google hanno deciso di agire in occasioni delle prossime elezioni presidenziali che in Francia si terranno il 23 aprile. I due colossi del mondo digitale collaboreranno assieme a otto importanti testate francesi (Le Monde, AFP (Agence France-Presse), BFM-TV, Franceinfo, France Médias Monde, L’Express, Libération e 20 Minutes) allo scopo di supervisionare le notizie circolanti in rete per poi, in caso di infondatezza, segnalarle agli utenti di FB e Google. Le informazioni fasulle verranno esaminate ed eventualmente catalogate come “fake” dalle testate sopraelencate che hanno anche predisposto, come “Le Monde”, un software gratuito per individuare le fake news.

In un contesto dove, come sui social network, bestemmie e linciaggi verbali da parte di sciami di web-squadristi sono tollerati ma viene sospeso o bloccato chi contesta l’ideologia di genere e il relativismo familiare, la notizia di questo filtro non può non suscitare preoccupazioni.

Anche in Italia proprio in questi giorni è stato depositato in Senato un ddl bipartisan contro le fake news, sottoscritto da parlamentari di tutti gli schieramenti, dal Pd alla Lega Nord. Il provvedimento mira a introdurre nel codice penale un’ammenda fino a 50mila euro per procurato allarme ai danni di chi pubblica sui social notizie false, esagerate o tendenziose. Il ddl, a firma della verdiniana (ex grillina) Adele Gambaro, vuole introdurre nel codice penale due nuovi delitti, con pene non inferiori ai 12 mesi e ammenda fino a 5mila euro per “chiunque comunichi voci o notizie false, esagerate o tendenziose che possano procurare pubblico allarme” o per chiunque provochi un danno agli interessi pubblici, mentre due anni di carcere e multa fino a 10mila euro toccheranno a chi scatenerà campagne d’odio contro individui (un surrogato telematico del ddl Scalfarotto?) o volte a minare il processo democratico.

Viene sempre più alla luce del sole, in maniera sfacciata quasi, il desiderio di mettere manette, in nome della libertà più assoluta, alle voci dissonanti. Nell’indifferenza generale si sta costituendo una polizia culturale che censurerà e perseguiterà ogni voce dissonante.

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19/02/2017
2307/2019
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