Chiesa

di Carlotta Anna Pallottino

Appuntamento con il fondatore di Sos Chrétiens D’Orient

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Alla fine di febbraio sarà a Roma Benjamin Blanchard, uno dei fondatori di SOS Chrétiens d’Orient, una giovane ONG francese attivissima in alcuni paesi del Vicino Oriente sul fronte della difesa delle popolazioni cristiane nelle aree più colpite dal fondamentalismo islamico e dai tentennamenti della diplomazia occidentale. (www.soschretiensdorient.fr)

Oltre all’attività diretta sul campo, SOS Chrétiens d’Orient cerca di far conoscere in Europa la situazione concreta dei cristiani d’Oriente così come la loro volontà di restare presenti in una terra cristiana ancor prima di diventare musulmana. Abbiamo chiesto a Benjamin Blanchard di presentarci l’attività della sua ONG, nata dopo l’esperienza delle “Manif pour tous” d’Oltralpe.

Presso la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini a Roma, domenica 26 alle ore 18:30 si svolgerà una messa nella forma straordinaria del rito romano alle intenzioni dei cristiani d’Oriente, alla quale seguirà un incontro con Benjamin Blanchard e una presentazione dell’associazione.

In questi giorni, assieme alla presentazione di SOS Chrétiens d’Orient in alcune parrocchie romane, verrà proposta un’altra iniziativa a cura dei comitati Nazarat, attivi nel nord d’Italia e a Lugano. Si tratta dell’istituzione di un momento mensile di preghiera per i cristiani perseguitati in Medio Oriente, anche nella città di Roma. L’iniziativa partirà nella parrocchia di Santa Maria sopra le Fornaci ogni 20 del mese a partire dal 20 marzo prossimo e sarà caratterizzata dalla preghiera e testimonianze dirette. (www.nazarat.org)

Com’è nata SOS Chrétiens d’Orient?

L’associazione è nata sullo slancio delle Manif pour tous. Con Charles de Meyer volevamo dare un seguito al nostro impegno. La presa del villaggio di Maaloula da parte degli jihadisti, nel settembre 2013, ci ha dato il via. Si trattava di un luogo di altissimo valore simbolico. In quel villaggio infatti si parlava ancora l’aramaico, la lingua di Gesù Cristo. Nel momento in cui il governo francese ha dichiarato l’intenzione di bombardare la Siria invece di attaccare gli islamisti, noi abbiamo voluto mostrare che esistevano dei francesi preoccupati per le sorti dei cristiani d’Oriente. Ed è stato così, facendo un po’ un salto nel buio, che abbiamo messo su la nostra prima missione: un convoglio di quattro tonnellate di giochi, vestiti, coperte raccolti unicamente attraverso circuiti cattolici! Ma il primo impulso era stato dato, e siamo partiti.

Oggi siete presenti in quattro paesi: Siria, Iraq, Giordania e Libano. Puoi presentarci le vostre attività?

Oltre alle missioni stabili in quei quattro paesi, siamo presenti anche in Egitto, in Pakistan e in Palestina con delle attività più contenute. La nostra specificità, se paragonati ad altre organizzazioni umanitarie, è di non agire attraverso intermediari, salvo alcune eccezioni. Noi gestiamo i nostri cantieri e le nostre missioni dall’inizio alla fine. Questo ci consente di limitare gli sprechi, di evitare che il denaro si perda per strada e di utilizzare al meglio fino all’ultimo centesimo che viene dai nostri benefattori.

Il nostro obbiettivo è di aiutare le persone a radicarsi nuovamente nei loro territori o a consolidare la loro presenza laddove i cristiani sono popolazioni autoctone. Oltre all’aiuto d’urgenza per le situazioni di crisi umanitaria, interveniamo sull’istruzione, la sanità, la cultura, e ovviamente insistiamo sul sostegno spirituale, perché la nostra associazione è convintamente cristiana. Dal momento della sua creazione, SOS Chrétiens d’Orient ha inviato più di 800 volontari sul campo, aiutato più di 50.000 persone, distribuito 25 tonnellate di materiali per gli aiuti umanitari, 30 tonnellate di materiale medico e contribuito alla costruzione o alla ricostruzione di 5 scuole, 6 edifici religiosi, e 9 edifici ospedalieri. E non ho parlato che dei progetti già conclusi. Moltissimi altri sono in corso di realizzazione.

Avete qualche appoggio istituzionale? Dallo Stato o dalla Chiesa francese?

No, ma abbiamo un’accoglienza eccellente in loco e beneficiamo del sostegno di vari vescovi francesi come Monsignor Rey, vescovo di Frejus-Tolone, o Monsignor Centène, vescovo di Vannes… Anche molti parlamentari e alcuni sindaci francesi ci sostengono, di schieramenti politici assolutamente trasversali. Cito per esempio l’ex ministro repubblicano Thierry Mariani, il centrista Jean Lassalle, o il deputato socialista Gérard Bapt… Sul campo, abbiamo ottimi rapporti con le autorità civili e lavoriamo in stretta collaborazione con la maggior parte delle Chiese orientali.

Avete inviato nel Vicino Oriente più di 800 volontari in quattro anni, qual è il loro profilo?

Non c’è un profilo tipico. La ripartizione tra uomini e donne è equilibrata. Sono presenti tutte le categorie sociali e le varie fasce d’età, benché i giovani siano ovviamente i più numerosi anche per una questione di disponibilità di tempo. Quando si parte, il tempo minimo di permanenza è di un mese. La maggior parte dei volontari è cattolica. Per coloro che sono esterni alla Chiesa o che se ne sono allontanati, il periodo di volontariato è anche un mezzo di evangelizzazione.

Quali sono i vostri progetti in corso?

Sono molti. Il 2017 sarà caratterizzato dal ritorno a casa per un certo numero di sfollati della piana di Ninive in Iraq. Cominceremo col ripulire i villaggi liberati dall’occupazione islamista. Finanziamo lo sminamento, il rifacimento delle abitazioni e delle infrastrutture. In Siria, benché la guerra non sia finita, è il momento della ricostruzione. Specialmente ad Aleppo. Contribuiamo a ricostruire il patrimonio immobiliare, in particolare per quanto riguarda le case distrutte in cinque anni di guerra. In Giordania sosteniamo gli abitanti di Smakieh, uno degli ultimi villaggi cristiani del paese. Finanziamo l’approvvigionamento dell’acqua e tentiamo di ricostruire l’economia locale, per lottare contro l’esodo rurale e l’emigrazione. In Libano affrontiamo gli stessi problemi: l’acqua e lo sviluppo economico. Lavoriamo anche alla sicurezza delle enclave cristiane nelle zone di frontiera. Gli sfortunati abitanti sono costantemente minacciati dai terroristi o dalle persecuzioni islamiste… e potrei andare avanti ore!

E quelli futuri?

Il Pakistan è una terra di missione. I cristiani vivono come schiavi, nel senso più stretto del termine. Nei pressi di Faisalabad, lavorano spesso in fabbriche di mattoni, avendo come unica remunerazione un tetto per dormire e qualcosa da mangiare. Quando si ammalano o hanno problemi di altra natura, devono pagare i loro datori di lavoro per rimborsare il vitto e l’alloggio. Progressivamente finiscono per accumulare debiti enormi e sono letteralmente incatenati al loro luogo di lavoro. Sono evidentemente umiliati e perseguitati a causa della loro fede. Noi vogliamo aiutare un prete cattolico a costruire un grande villaggio cristiano, con dei terreni da coltivare, al fine di permettere a questa gente di sfuggire ad sistema mostruoso di sfruttamento e persecuzione.

È possibile aiutarvi dall’Italia?

Certamente! Con la preghiera, prima di tutto, e poi con la candidatura come volontario per chi parla francese. Ma anche con un sostegno di tipo finanziario, sempre benvenuto, o proponendoci dei progetti anche attraverso il nostro corrispondente a Roma.

([email protected])

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23/02/2017
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