Società

di Giovanni Marcotullio

Aborto, si va verso la resa dei conti

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​Ero pronto a essere appeso alla parete dietro di me per le mie stesse viscere, mentre l’altro ieri a Radio Radicale registravamo la trasmissione “Le parole e le cose”, a cura di Massimiliano Coccia (andata in onda ieri dopo Stampa e Regime di Bordin). Per carità, Massimiliano è un amico e non era affatto su posizioni ostili alle mie*, però ero pur sempre in una sala di registrazione di Radio Radicale. E stavamo parlando di un libro scritto da una donna convinta che l’epoca dell’aborto stia passando.

«Dove lo trovi tutto questo pluralismo?», mi diceva il mio amico Massimiliano. Neanche in Rai, si potrebbe dire. Effettivamente non capita tutti i giorni di avere quaranta minuti per parlare di un libro che tracci un bilancio della rivoluzione sessuale a quarant’anni dal ’68.

Amo la gente che ama il proprio lavoro e cerca di svolgerlo al meglio delle proprie possibilità. Nella fattispecie, mi ha sempre intrigato l’inclusivismo proprio della galassia radicale: personalmente, non ho mai compreso come ci si possa ritenere al contempo cattolici e radicali, proprio come reputo inconcepibile dirsi massoni e cattolici. Eppure ci sono stati e ci sono perfino alti prelati che non hanno fatto mistero di indossare il grembiulino, con la stola (don Tonino Bello diceva “il grembiule”, senza vezzeggiativo…). Che devo dire? Era la prima volta che venivo invitato a Radio Radicale e mi sono ritrovato con un manifesto contro il Concordato su una parete e una foto di Pannella & Bonino con Giovanni Paolo II sull’altra. Nel mezzo del corridoio, di fronte a me, un radiocronista radicale sorridente, con tanto di rosario al polso. Ne prendo atto.

La trasmissione prendeva le mosse dall’intervista che feci per telefono a Thérèse Hargot qualche settimana fa, alla vigilia dell’uscita del suo libro in Italia: chi volesse ascoltare la trasmissione la troverebbe nel grande e storico archivio della Radio: qui vorrei limitarmi ad aggiungere le poche cose che il benedetto esprit d’escalier mi ha suggerito mentre lasciavo gli studios di Via Principe Amedeo.

La cosa più forte che avevo osato dire in sala di registrazione (fu quello il momento in cui ho temuto che mi folgorassero) è che mi era giunta totalmente inattesa, per quanto gradita, la dichiarazione di Emma Bonino rilasciata a una TV araba: «In Italia abbiamo un forte problema demografico, la forza-lavoro degli immigrati contribuisce attualmente a sostenere il welfare per 640mila pensioni, ci servono ancora 1,6 milioni di immigrati». Mi limitai a commentare che la legge 194/1978 sull’aborto ha permesso, nell’intero arco della sua applicazione, l’eliminazione fisica di più di sei milioni (6.000.000) di italiani. Soprassedendo sul brivido che questa cifra procura (col suo solo simbolico riferimento ad altri non remoti genocidî), è evidente che quelle persone avrebbero contribuito anche loro al welfare del nostro Paese, come forza-lavoro autoctona. La storia non si fa coi “se” e coi “ma”, però sarà forse lecito sospettare che il famigerato spread avrebbe forse oggi un altro aspetto, con quei sei milioni di italiani attivi. E a questo punto urge forse una precisazione: la diffidenza verso le politiche facilone sull’immigrazione (non voglio qui accusare Emma Bonino di faciloneria, ci mancherebbe) non può essere tacciata di “fascismo”. Tutt’altro: immettere a milionate sul mercato del lavoro manodopera a prezzi stracciati significa pompare un torrente torbido che alimenta il mulino del liberismo economico più sfrenato (quando non altri che operano in plateale illegalità). Occorrerà riflettere meglio su simili “soluzioni” a buon mercato.

Però parlavamo di aborto, e questo passaggio poteva tornare utile soltanto per mettere a fuoco la finalità ultima del libro (e del mio intento nel portarlo ostinatamente in Italia): riaprire un dibattito blindato. D’accordo, la Hargot non va alla Marcia per la Vita e io ci vado: l’autrice attesta che il suo metodo produce i frutti auspicati e il curatore italiano le crede (perché vede i dati addotti). Tutto molto interessante. Però grazie a lei eravamo lì a riprendere le parole di Emma Bonino** e a chiederci: la legge sull’aborto ha veramente fatto il bene dell’Italia?

Guardiamo alla Francia, che da una settimana appena ha esteso all’interruzione volontaria di gravidanza il “délit d’entrave” che il suo Codice del Lavoro prevede per chi impedisce a funzionarî pubblici di svolgere il loro lavoro. Anche solo per un post su un blog che esprima riserve o critiche nei confronti dell’aborto in sé, si sarà esposti ai rigori di una legge che prevede fino a 30mila euro di multa e fino a 2 anni di reclusione. E la liberté? In particolare quella di espressione?

«La libertà di espressione non è la libertà di manipolare»

Concepito inizialmente per i “commando” che avevano operato azioni di disturbo attorno agli stabilimenti che praticavano l’aborto o ne avevano minacciato il personale, il délit d’entrave riguarderà anche, con questo testo, delle informazioni destinate «a indurre intenzionalmente in errore» le donne che raccolgono informazioni sull’IVG «con uno scopo dissuasivo». Quarant’anni dopo la legge Veil [la legge che in Francia disciplina l’aborto, N.d.R.], «gli avversarî del controllo delle nascite avanzano mascherati, nascosti dietro delle piattaforme che imitano i siti istituzionali o dietro dei numeri verdi dall’apparenza ufficiale», ha denunciato la ministra [sic!] dei Diritti delle donne Laurence Rossignol.

[così si leggeva su Libération il 17 febbraio, all’indomani del voto conclusivo sul ddl]

Davanti a simili espressioni, che con la bocca delle Istituzioni dello Stato descrivono gli estremi dello psicoreato, come si fa a non riproporre calorosamente l’annoso “dilemma di Böckenförde” (ossia come possa lo Stato liberale moderno a sostenersi su presupposti, quali la liberté, che non è in grado di fondare e garantire da sé)?

Giusto ieri se ne è diffusa notizia: la Regione Lazio ha assegnato due posti in una struttura sanitaria (il San Camillo di Roma) mediante un concorso il cui bando escludeva verbatim i candidati obiettori di coscienza relativamente all’aborto. Hanno un bel gridare all’abuso, i Vescovi italiani. Ora. Né il problema riguarda strettamente la Chiesa e la sua libertà, quanto piuttosto la libertà di coscienza dei cittadini (oltre al diritto alla vita dei non-ancora-nati…).

Ecco, allora, se potessi tornare oggi in studio con Massimiliano, ai microfoni di quella Radio che della liberalità si fa un distintivo, vorrei aggiungere un invito. Torniamo a fare filosofia del diritto, ma seriamente. Mettiamoci seduti e riflettiamo sulla lezione di Simone Weil, grande francese, grande atea, grande critica della Chiesa, grande nel dubbio e nella fede.

«La nozione di obbligazione ha il primato su quella di diritto, che a quella è subordinata e relativa. Un diritto non è efficace in sé stesso, ma solamente in forza dell’obbligazione alla quale esso corrisponde.

L’adempimento effettivo di un diritto proviene non da colui che lo possiede, ma dagli altri uomini che si riconoscono obbligati a qualcosa verso di lui. L’obbligazione è efficace dal momento in cui essa è riconosciuta.

Un uomo, considerato in sé stesso, ha solamente dei doveri, tra i quali ve ne sono alcuni verso sé stesso. Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solamente dei doveri. Egli a sua volta ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono delle obbligazioni verso di lui. Un uomo che fosse solo nell’universo non avrebbe alcun diritto, ma avrebbe delle obbligazioni.

Gli uomini del 1789 […] hanno cominciato dalla nozione di diritto. Ma al contempo hanno voluto porre dei principî assoluti. Questa contraddizione li ha fatti cadere in una confusione di linguaggio e di idee che si ritrova in buona parte nella confusione politica e sociale attuale».

Simone Weil, Les besoins de l’âme, Paris 2007, 7-8

Mi pare un’analisi lucida e semplice, e pertanto aliena da ogni semplicismo. L’alternativa è quella di Sartre: considerare gli altri il proprio inferno (e quindi diventare l’inferno degli altri).

È così difficile scegliere?

–––

*: Pannella soleva ripetere: «Fino a quando c’è la parola l’ostilità non esiste». Apoftegma impugnabile in più modi, ma tuttavia suggestivo.

**: Come molti sanno, è attualmente in atto una scissione nel mondo del Partito Radicale Transnazionale e Transpartitico: venuta meno la carismatica figura di Marco Pannella (il leader radicale fu forse il primo capo politico a leadership personale nella storia italiana repubblicana), si sono innescate prevedibili dinamiche di assestamento, già presenti virtualmente “prima”. Buona parte delle mie titubanze si doveva al timore di essere frainteso come provocatore in un momento delicato: nulla sarebbe più lontano dal vero. Le frizioni all’interno di contesti politici e/o di correnti culturali sono tanto fisiologiche quanto rispettabili (a meno che non si basino, come nel caso del Pd, su pure questioni di spartizione di potere, nel qual caso diventano patetiche e aprono la strada all’antipolitica stile Grillo).

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23/02/2017
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