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di Claufdia Cirami

Un’indagine narrativa sulla violenza Burgess

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Gli evangelisti «rimangono raffinati propagandisti ma mediocri narratori». Parola di Anthony Burgess. Scrittore molto noto (nato a Manchester il 25 Febbraio del 1917) che ha, nel suo curriculum, anche la partecipazione alla sceneggiatura del “Gesù di Nazareth” di Zeffirelli. Forse, se ancora parliamo degli autori dei Vangeli e in pochi si ricordano del suo Man of Nazareth (nonostante l’indubbio appeal del protagonista), dove in maniera abbastanza fantasiosa racconta di Gesù, il suo giudizio è certo da rivedere e oggi fa sorridere. Non è certo nella rappresentazione della figura del Nazareno che Burgess ha dato il meglio di sé, ma in quell’opera – controversa ma con un suo potere attrattivo – che Stanley Kubrick trasformò in uno dei film che hanno fatto la storia del cinema, Arancia Meccanica (1971).

Il titolo del film, già da solo, evoca un brivido di inquietudine in un appassionato di pellicole cinematografiche. Ci sono personaggi che hanno incarnato il male come pochi e Alex – intrepretato da Malcom McDowell – con il suo sguardo e il suo ghigno, è entrato di diritto nella top ten delle nostre paure, più o meno nascoste, causate proprio dalla visione di un film in cui un protagonista, rivolto al male, ha “bucato” lo schermo e la nostra immaginazione. L’originale italiano del libro di Burgess, nel 1969, traduceva il titolo inglese (A clockwork orange) con “Un’arancia ad orologeria”. Su questo misterioso titolo, le ipotesi sono diverse e le dichiarazioni dell’autore non sempre aiutano a dissipare il mistero (anche perché – come è noto – ciò che è misterioso, inspiegabile, ha un potere maggiore in termini di vendite commerciali). Probabilmente l’idea generale sottintesa al titolo è quella di una riflessione sul determinismo delle azioni umane, che porta le persone a muoversi verso il male o verso il bene senza che ne abbiano vera consapevolezza. Si è liberi o si è condizionati? È possibile ribellarsi ai condizionamenti? Si può uscire da quello che appare come un tunnel imboccato senza possibilità di tornare indietro? Perché l’idea di fondo dell’autore è questa: nella vita è meglio scegliere consapevolmente la malvagità, piuttosto che essere costretti quasi meccanicamente, come un congegno ad orologeria, alla bontà.

Soprattutto è la violenza che domina incontrastata nel romanzo, sia quando perpetrata da Alex e i suoi compagni di scorribande, sia nel proseguo, quando il protagonista si sottopone ad una cura, altrettanto violenta nei contenuti, e diventa egli stesso, in fondo, preda delle sue vittime e di chi specula su di lui per motivi politici. Nelle intenzioni dell’autore, Alex era Alessandro il Grande, dominatore prima (anche attraverso azioni violente), dominato poi. La violenza è rappresentata in modo realistico e grottesco insieme, e forse nel grande schermo ha potuto essere esplicitata ancor meglio, tanto da esserci una commistione così forte tra film e libro che anche Burgess ne rimase sorpreso. «Volgi lo sguardo alla tua alleanza; gli angoli della terra sono covi di violenza» (Sal 74,20): questo è il mondo descritto da Burgess. Dove la raffigurazione plastica di una violenza efferata serve non solo in senso catartico, ma anche in senso satirico, per mettere alla berlina il mondo contemporaneo, i suoi sbocchi fortemente emozionali, le sue inquietudini, le sue rapacità nei confronti altrui, sia da parte del singolo, che da parte delle istituzioni.

La scelta di citare un salmo non è un caso. Come ammise lo stesso scrittore, pur avendo coltivato una posizione a metà tra l’eresia e l’agnosticismo, quello che è chiaro è che la sua meditazione e la sua visione del mondo sono in dialogo con l’elemento religioso. Non a caso, uno dei personaggi del romanzo sarà il cappellano del carcere. L’autore, nato in una famiglia cattolica, passò la sua esistenza in quella che egli stesso considerò un’altalena tra l’avere la fede e il perderla. A questo contribuì senz’altro l’inquietudine di una vita trascorsa a metà tra musica (Burgess è stato anche un apprezzato compositore) e scrittura (a cui contribuiva anche attraverso la sua cultura letteraria che lo condusse pure a lavorare come insegnante di letteratura), e vissuta in luoghi diversi, quasi a cercare in ognuno di essi quel Paradiso verso cui non riusciva a tendere definitivamente con l’anima. Le inquietudini religiose hanno animato la sua riflessione. Anche in Arancia meccanica. Alla fine, infatti, l’opera non è l’elogio di una violenza fine a se stessa, ma serve per indagare temi (libertà, consapevolezza, costrizione, bene, male) che sono connaturali a chi non lascia trascorrere la vita senza interrogarsi. Sbaglierebbe, dunque, chi volesse vedere nell’opera soltanto un libro di intrattenimento, sul genere dei racconti dell’orrore. Arancia meccanica è qualcosa di più. Perché qualcosa in più di uno che scrive è stato Burgess.

L’idea di un futuro immaginario e dallo scenario inquietante ritorna anche in un altro lavoro, Il seme inquieto. In molte opere di Burgess, però, compaiono temi che in qualche modo non lasciano indifferenti. È tuttavia complicato individuare un filo conduttore del suo pensiero proprio perché la sua riflessione lo ha condotto a spaziare tra idee politiche e religiose in modo anche discontinuo. Alla sua vita singolare, sempre in cerca di una libertà che egli stesso sentiva di non poter davvero raggiungere, contribuì senz’altro il particolare di uno sbaglio medico: a lui fu diagnosticato un tumore al cervello che gli avrebbe dovuto lasciare poco tempo da vivere. Invece, la diagnosi era errata. Ma Burgess scrisse per qualche tempo con la consapevolezza di dover lasciare presto la vita. E come sappiamo con Dostoevskij che, per circostanze diverse, si trovò a vivere una condizione temporanea di “condannato a morte”, questa situazione lascia nell’anima umana un’impressione difficilmente cancellabile.

Tornando al suo libro-simbolo, che ha in parte oscurato la sua produzione (anche per l’immaginifico adattamento cinematografico di Kubrick), Burgess esprime i temi fondamentali della sua ricerca in uno stile innovativo, creando quasi una neo-lingua, e anche per questo l’opera, alla sua comparsa, suscitò reazioni opposte. Alcuni lo salutarono come nuovo grande cantore della contemporaneità, altri, invece, concentrandosi proprio sulle innovazioni linguistiche e sulle scene violenti, arrivarono a giudizi di segno opposto. Se solitamente si vede in questo il sigillo della genialità allora si può dire che Burgess in buona misura ha saputo come pochi altri leggere il suo tempo, ma soprattutto “vedere” il futuro che sarebbe arrivato. C’è, per esempio, un parallelo preoccupante tra il modo in cui la politica pensa e vuole il recupero di Alex, attraverso un condizionamento, e i tentativi degli Stati odierni di indirizzare le coscienze dei cittadini con un intento “terapeutico” non dissimile (con un recupero dal male verso il bene, anche nel caso in cui entrambi appaiono più presunti che reali). Se non fosse morto nel 1993, forse Burgess avrebbe visto che molto di quello che egli temeva sta diventando realtà.

Non si potrebbe poi parlare di Arancia Meccanica senza riferirsi in qualche modo alla potenza musicale che l’opera sa sprigionare e che, con grande intelligenza, Kubrick ha saputo rendere sullo schermo, legando inevitabilmente le scene più scioccanti proprio alla musica, sfruttando anche qualche casualità come il momento in cui Alex-Malcom McDowell ha improvvisato Singing in the rain. La violenza, infatti, sembra ancora più temibile. Per questo, nonostante ancora oggi il film continui a turbare chi lo vede per la prima volta, è sempre difficile dare un giudizio su questo e sull’opera da cui è tratto. Perché Burgess è stato, in fondo, uno scrittore visionario e, come tutti gli scrittori visionari, per quanto discutibili siano gli esiti delle loro opere, non si può negargli la capacità di aver saputo leggere il futuro in anteprima. Arancia meccanica non rende da sola l’idea di quello che viviamo in questa contemporaneità, ma è certo una delle “profezie” realizzate, in un contesto in cui la violenza ha persino invaso il web, sebbene attraverso la comunicazione scritta, mentre il condizionamento invasivo da parte di tutti gli agenti di potere appare una costante ormai quotidiana. E l’uomo appare sempre più vulnerabile e meno libero.

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24/02/2017
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