Politica

di Massimiliano Fiorin

Cosa c’è dopo Welby, Eluana e Fabo

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La luce verdognola lo illuminava dal basso. Così il volto del giovane idiota appariva spettrale, esangue, e quindi ancor più sgradevole. Lo sguardo era perso nel vuoto, e i capelli rasi a zero per evidenziare la leggera deformità del cranio. In una ripresa successiva, il regista gli aveva dato qualcosa da mangiare, in modo che la contrazione un po’ spastica delle mascelle rendesse il suo aspetto ancora più ributtante. Lo sfondo buio accentuava il senso di orrore. Nessuno, nel vedere quelle immagini ritratte con sapienza cinematografica, avrebbe potuto sottrarsi a un sentimento di disgusto misto a pietà.

Ecco le “vite indegne di essere vissute”, come recitava lo slogan inventato da Hitler in persona. Si tratta di uno dei vari filmati di propaganda nazista della seconda metà anni ’30, che erano stati girati dai registi del regime per supportare il progetto Aktion T4. Un programma segreto, ma studiato nei minimi particolari, che precorrendo l’avvio della Shoah si proponeva l’eliminazione dei disabili gravi di tutto il Reich e dei territori occupati.

Già nel 1935 il Fuhrer lo aveva promesso al capo dei medici del Reich, Gerhard Wagner, che una volta avviata la guerra avrebbe attuato un programma eugenetico che sarebbe passato per l’eutanasia di massa. E fu di parola: nel 1939 – alla vigilia dell’invasione della Polonia – si iniziò con l’eutanasia infantile, per poi passare alla soppressione programmata di tutti i disabili. Nel giro di pochi anni, dal momento che alla legislazione sulla sterilizzazione forzata dei portatori di handicap aveva fatto seguito quella contro gli ebrei e gli zingari, l’assassinio di massa dei disabili fu seguito a ruota dal compimento della shoah.

Quei raccapriccianti filmati di propaganda, ancora oggi reperibili in rete, tornano alla mente leggendo i commenti dei giornali, e soprattutto dei social, riguardo al dibattito in corso sull’eutanasia e il suicidio assistito, appena rilanciato dal “caso” del Dj Fabo.

Ne avevo già scritto anni fa, quando Facebook e Twitter in Italia erano appena arrivati, commentando un articolo di giornale sul tragico caso di Eluana Englaro. Ecco come Filippo Facci descriveva allora le presunte condizioni di quella che il padre chiamò “purosangue della libertà”, per dirci che sarebbe stata la prima che avrebbe voluto abbandonare una vita così indegna: “…Il corpo rinsecchito, atrofizzato, gli arti di vecchia, rattrappiti; le piaghe sulla guancia destra posizionata spesso di lato, non potendo deglutire; il naso ormai enorme rispetto a un viso ritratto, le orecchie deformate, callose, scurite per le piaghe; le pupille grandi e spente che si muovevano orribilmente in tutte le direzioni, oppure immobili con le palpebre a mezz’asta proprie della demenza; la saliva che colava dalla bocca, la lingua morta e penzolante…”.

Ovviamente si trattava di falsità, di consapevoli menzogne messe in circolazione ad arte, come è nella natura di tutti gli articoli di propaganda. La testimonianza delle suore misericordine di Lecco, alle quali la vita disabile di Eluana venne barbaramente strappata, ma anche le risultanze dell’autopsia, dimostrarono che non erano affatto quelle le condizioni della giovane donna. La carità cristiana delle suore, nel corso dei lunghi anni di stato vegetativo, aveva sempre impedito quello sfacelo del corpo, che del resto in genere non tocca mai ad alcun disabile in quelle condizioni, specie quando può contare su una famiglia umana o religiosa che si prenda cura di lui.

All’epoca si sostenne che quella vicenda avesse segnato uno spartiacque nella coscienza collettiva del nostro Paese. Il caso odierno del Dj Fabo e del suo aver ottenuto il suicidio assistito in Svizzera, accusando con apparente successo “lo Stato” di inciviltà, perché non consente ai cittadini italiani di poterlo praticare gratis nei nostri ospedali, si sarebbe oggi reso possibile soltanto in base a uno spostamento di sensibilità collettiva avviatosi proprio nel 2009 con la storia di Eluana.

L’avvento dei social network sta ora amplificando il presunto consenso della popolazione per una legge che regoli il fine vita, introducendo in modo più o meno surrettizio il principio per il quale in Italia lo stato sociale - nonostante la sua crisi - dovrà presto assicurare ai cittadini il diritto di morire.

La Chiesa cattolica italiana, dopo questi otto anni, sembra aver nel frattempo perduto qualcosa di più che una battaglia. Infatti, nel corso del dramma collettivo che ai tempi di Eluana era veramente tale, e che invece oggi i radicali stanno gestendo senza troppo sforzo lungo un piano inclinato ormai giunto in prossimità del traguardo, si è dimostrata tutta la debolezza del ceto intellettuale, dei media e dei politici di ispirazione cristiana.

La Chiesa avrebbe dovuto fare i conti già da tempo con la perdita della sua antica capacità di fare presa sul sentire comune del Paese. Così come con una risorgente impossibilità – per mancanza di energie morali, dopo la crisi postconciliare e le stagioni perdenti dei referendum su divorzio e aborto – di condurre in Italia una nuova cultural war sul grande tema della difesa della vita.

Invece, sembra che oggigiorno non ci si stia nemmeno più ponendo il problema, perché le parole d’ordine del momento sono quelle di “accogliere” ed “accompagnare” tutti coloro che si dibattono nel nostro mondo secolarizzato e senza più bussola. Tutto questo senza che sia ben chiaro, nemmeno ai pastori, né dove si li dovrebbe accogliere né tanto meno quale sia la meta che li si dovrebbe aiutare a raggiungere.

Otto anni fa, il piano di eliminazione di Eluana già ricordava il progetto di Aktion T4, ma almeno la cosa aveva una sua tragicità che invece adesso sembra completamente essersi persa. Come se l’imminente introduzione dell’eutanasia in Italia dovesse essere un esito naturale anche per la Chiesa.

Coloro che all’epoca approfittarono sul piano politico della vicenda di Eluana (che come ricorderete contrappose in modo drammatico il premier Berlusconi al presidente Napolitano), stavano cercando di prendersi una rivincita per lo smacco subito poco prima con il referendum sulla fecondazione assistita.

Ora che la legge 40 è stata da tempo smantellata per via giudiziaria, sono invece gli stessi opinionisti di Repubblica a stupirsi di come la Chiesa italiana sembri essersi completamente arresa alle loro ragioni.

All’epoca di Eluana Englaro, l’obiettivo laicista era ancora quello abbattere la pretesa eccezionalità italiana, dove si temeva che la presenza del Vaticano ancora avrebbe potuto opporre qualche resistenza – come il catechon paolino – all’affermarsi del “mondo nuovo” raccontato da Huxley e dagli altri autori apocalittici del Novecento.

Oggi, invece, sembra che persino la Chiesa gerarchica, con i suoi vescovi e presbiteri, sia saltata sul carro in corsa che sta portando a furor di social, dopo la distruzione del matrimonio e la legalizzazione del commercio di neonati con la “maternità surrogata”, verso le derive eutanasiche che nessuno sembra più temere davvero.

Tuttavia, ciò non toglie che, laddove si infrangono i principi della assoluta dignità e indisponibilità della vita umana – ultimo fondamentale caposaldo della cultura giudaico-cristiana che ha costruito l’Occidente – la Chiesa cattolica e apostolica ne esca mortalmente umiliata.

Parliamo della civiltà che sulla scia dell’ebraismo pose fine alla pratica dei sacrifici umani per scopi religiosi, che abbatté lo ius vitae et necis dei padri sui figli che appunto apparteneva alla romanità e a tutte le civiltà antiche, e che infine inventò il concetto di laicità proprio nei confronti del potere imperiale. L’istituzione ecclesiastica che per prima nella storia negò ai sovrani il diritto di offendere i diritti naturali dei cittadini, mai come ora sta apparendo impotente e sul punto di crollare.

È questo un pensiero inevitabile, nel momento in cui stanno venendo intaccati in modo così spettacolare i pilastri sui quali la civiltà cristiana è sorta. La civiltà che nel nome del Cristo sofferente iniziò a prendersi cura dei bambini abbandonati, dei malati gravi, e così inventò gli ospedali, e la medicina moderna come la intendiamo ancor oggi, sembra in procinto di cedere definitivamente il passo ad una nuova visione del mondo.

I contenuti di questa nuova civiltà appaiono ancora da definire, ma sappiamo che essa trova i suoi antecedenti proprio in quelle culture e religiosità precristiane che – non a caso – proprio il nazionalsocialismo tedesco del secolo scorso aveva cercato di reintrodurre nella modernità.

Ma ecco, nonostante l’apparente debolezza degli ultimi consapevoli difensori del pensiero laico e cristiano, noi crediamo che tutto questo non potrà avvenire realmente. Quanto meno, non potrà arrivare fino in fondo, ammesso che un fondo vi sia. Perché è proprio nella estrema debolezza che, da duemila anni, la novità cristiana trova tutta la sua forza.

All’alba degli anni novanta, quando ancora era semplicemente il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (esiste ancora?), il Cardinale Joseph Ratzinger pubblicò un intervento che non può smettere di tornare alla mente, ogni volta che, tra uteri in affitto, omogenitorialità e suicidi assistiti, la civiltà occidentale ricomincia a segare allegramente il ramo sul quale stiamo tuttora seduti.

In quello scritto il futuro Benedetto XVI evidenziò che – tutto sommato – non è un fatto inusuale che le civiltà più cristianizzate ed evolute possano incontrare, anche per lunghi periodi, fasi di apparente “cecità al diritto”.

Era già successo con lo schiavismo dei neri negli Stati Uniti della fine del settecento. Così come con il primo colonialismo del XIX secolo, quando si ricominciò a pensare che esistessero razze inferiori che dovevano essere soggiogate all’uomo europeo anche sul piano giuridico. Poi, come tutti sappiamo, questo pensiero anticristiano si è ripresentato negli orrori del nazismo e anche in quelli del socialismo reale, quando la discriminazione e poi lo sterminio iniziarono ad essere attuati su larga scala non per ragioni razziali, bensì economiche, nella solita illusione di poter costruire una nuova umanità.

Ora questa cecità sta ritornando a pervadere il mondo giuridico. Nel campo dei diritti inviolabili, così come nelle strutture del diritto di famiglia. La corruzione dei principi che hanno retto la nostra civiltà per millenni è impressionante, e sembriamo proprio sull’orlo del crollo definitivo.

Tuttavia, è anche vero che – all’esito dei tormentati periodi che abbiamo appena evocato – nella storia dell’Occidente si era pur sempre tornati, per così dire, ad una relativa normalità. Il buon senso delle genti, l’educazione cristiana connaturata al sentire dei popoli, la capacità di percepire la realtà delle cose hanno finito sempre per riaffiorare. Perché sono proprio la realtà, la verità oggettiva, il logos dei greci così come la ragion pratica dei moderni, i principi di fondo nei quali il cristianesimo trova tutta la sua forza.

C’è dunque motivo di sperare. Nonostante l’apparente tradimento dei chierici al quale stiamo assistendo. Ai tempi del caso Eluana, c’era stato da poco il referendum sulla fecondazione assistita e i sondaggi non avevano previsto nulla di quel che sarebbe successo. I grandi giornali e le tv stavano tutti dall’altra parte, eppure andò in un modo spettacolare che forse ancora brucia a lorsignori.

Oggi l’incapacità di annientare il buon senso naturale delle genti si sta riproponendo con l’avvento di fenomeni come la Brexit, Trump, i populismi. Forse ci si è un po’ distratti sui temi etici, nelle convinzione che almeno su quelli la battaglia sarebbe stata già vinta, perchè anche la Chiesa ufficiale sembra avere abbandonato il campo.

Non è tuttavia escluso che possano esserci sorprese alle porte. Tra l’ostilità dei media e la persecuzione dei social, la speranza e la scommessa del Popolo della Famiglia sono precisamente queste. Comunque andranno le cose, bisognerà poi sempre vigilare e sempre ripartire, in nome della libertà e della dignità umana.

Non sono più accettabili le retoriche dell’accoglienza dell’accompagnamento, ma non basterà nemmeno ritornare a quella sensibilità cristiana tradizionale che, in fondo, ha sempre conosciuto e valorizzato le opere di misericordia corporale. Ci vogliono fin d’ora, soprattutto, quelle di misericordia spirituale. Bisogna riprendere senza paura a consigliare i dubbiosi, e ad ammonire i peccatori. In spirito di verità, che poi è anche quello della vera laicità.

La differenza cristiana, la capacità di essere nel mondo senza essere del mondo, ci aiuterà. È sempre accaduto così, e capiterà anche stavolta, anche perché in Italia e in Europa, immigrazione a parte, l’andamento demografico non è certo dalla parte della generazione laicista e disperata dei selfie, né del vitalismo che non tollera più la visione della debolezza estrema dell’umano.

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