Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Il Papa ad Ariccia medita sull’ultima cena

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“Il pane e il corpo, il vino e il sangue”. E’ questo il tema, tratto dal Vangelo di Matteo dell’Ultima cena, che il padre francescano Giulio Michelini ha sviluppato nella terza meditazione tenuta al Papa e alla Curia Romana, durante gli Esercizi spirituali ad Ariccia. Dall’offerta totale di Gesù in corpo e sangue per la salvezza dell’umanità, il predicatore ha tratto un messaggio di unità e condivisione per tutti i cristiani.

“Si mise a tavola con i Dodici”, sta scritto nel Vangelo di Matteo, in questo mangiare insieme c’è la bellezza della condivisione, spiega il predicatore, ma anche la nostra umanità, il peccato e la fragilità simboleggiati dal cibo, come narrano tanti episodi biblici, fino alla Laudato si’ di Papa Francesco, quando parla di egoismo in rapporto al cibo: “Possiamo immaginarci che cosa deve essere accaduto in quella cena. Era una festa: naturalmente i teologi e gli esegeti discutono molto sul carattere pasquale o meno di questa cena. Ma è chiaro che era bello per loro stare insieme. Ma stare insieme mette in rilievo anche la nostra umanità. E questi elementi sono presenti nella cena di Gesù: il primo, quello dell’amore, con il quale questa cena è stata preparata, e l’amore che Gesù offre con il cibo che dona. Ma c’è anche, in questa cena, l’odio, la fragilità, la divisione. Mangiare il cibo, se ci pensiamo bene poi, ha a che fare proprio con una dimensione umana”.

E’ la dimensione della debolezza, del riconoscersi non autosufficienti, e mangiare insieme ad altri è confessare ad altri questa condizione di creatura, “condizione limitata”, come quella che emerge anche dalle cene dei primi cristiani narrate da S. Paolo a Corinto, e segnate, fa notare padre Michelini, dall’attaccamento di ciascuno al proprio pasto e da una mancanza di vera condivisione. Ed è emblematico che proprio in quel quadro di fragilità dell’Ultima cena emerga il tradimento di Giuda, che covava da tempo.

“Per noi credenti in Gesù, è proprio la Parola che si è fatta carne. E dunque, tutto ciò che Gesù, il Figlio, aveva offerto di sé, la sua divinità, era stata offerta con l’Incarnazione. Tutto quello che il Figlio, che il Verbo e la Parola poteva offrire, nella sua divinità, è stato offerto con l’Incarnazione. Come dice Paolo: ‘Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio’. E dunque, ecco che con quel pane ora la sua umanità doveva essere donata. Certo, in quella umanità c’è anche il Figlio di Dio e la Parola. Ma quel pane è proprio la carne, perché è in questa carne che quella Parola è diventata tale; e dunque il Corpo e il Sangue. Gesù è totalmente povero, non perché abbia vissuto semplicemente poveramente, ma perché non ha più nulla da difendere. E infatti, se ci pensiamo bene, proprio in questa cena dona tutto quello che gli rimaneva”. Solo con la Passione c’è la remissione dei peccati.

E’ invece nelle parole di Matteo sul calice, in quell’Ultima cena, sottolinea ancora padre Michelini, che risalta un elemento originale, cioè il sangue di Gesù connesso al perdono dei peccati. “Sarà versato per molti, per la remissione dei peccati. Finalmente chi legge questo Vangelo scopre il significato del nome di Gesù, “Dio salverà”, e capisce il modo in cui lo farà, cioè la Passione:
“Non è una semplice formula quella che Gesù recita; non è qualcosa di estrinseco. Potremmo anche osare di dire che è troppo facile: ‘Dio ti vuole bene’. È troppo facile dire: ‘Dio ti perdona’. Non ci costa nulla in fondo dire: ‘I tuoi peccati sono perdonati’. Ma solo qui, con il sangue versato, finalmente allora emerge il modo con il quale verranno perdonati i peccati: e cioè con la morte del Cristo. Perché, come dice il Salmo, solo Dio può pagare il prezzo del peccato. L’uomo non può riscattare se stesso. E come leggiamo nel Libro del Levitico, e Matteo conosce bene questa simbolica giudaica, il peccato viene rimesso soltanto con il versamento del sangue”.

Tre sono infine le questioni che padre Michelini pone per la riflessione al termine della meditazione. La prima riguarda il nostro rapporto col cibo e chiede di non avere attaccamenti ma padronanza di sé; la seconda è un invito a crescere ancora nell’unità tra cristiani, come discepoli intorno alla cena col Cristo; e l’ultima è una domanda sul perdono e chiede di essere veramente consapevoli che Gesù non solo a parole ma davvero con la propria vita, ci ha ottenuto la misericordia del Padre.

Dopo la sosta per il pranzo ed un breve riposo ecco la quarta meditazione di padre Giulio Michelini sul tema “La preghiera al Getsemani e l’arresto di Gesù (Matteo 26, 36-46)”.
Nella sua riflessione è partito da un confronto tra la preghiera di Gesù sul monte degli Ulivi e quella sul Tabor, in Galilea. Le due situazioni - ha detto il religioso - hanno delle somiglianze impressionanti: in tutte due la situazione esistenziale di Gesù è provata (nel primo caso, perché Pietro e gli altri non hanno compreso il senso del primo annuncio di Gesù che aveva detto di dover morire a Gerusalemme; nel secondo, perché Gesù ha appena annunciato che qualcuno l’avrebbe consegnato).
In tutti e due i casi – ha osservato il francescano - Gesù chiama a sé i discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, e questi non capiscono appieno quanto sta accadendo a Gesù. Una discriminante però separa le due scene: sul Tabor si ode la voce del Padre che consola il Figlio; al Getsèmani, invece (tranne che per la versione lucana, dove Gesù è rafforzato nella lotta da un angelo), non si ode nessuna voce.
È Gesù, invece che si rivolge al Padre, accogliendo che sia fatta la sua santa volontà di bene. Questa volontà originaria non vuole la morte del Figlio, ma la sua salvezza, come ebbe a scrivere Romano Guardini ne Il Signore: «Gesù era venuto per redimere il suo popolo e, in esso, il mondo. Ciò doveva compiersi attraverso la dedizione della fede e dell’amore; ma essa venne meno. Tuttavia, rimase il mandato del Padre, ma esso mutò di forma.

Quanto si concretò in conseguenza del rifiuto, il destino amaro della morte - ha continuato il predicatore - divenne la nuova forma della redenzione – quella che ora per noi è la redenzione in senso puro e semplice». Anche la parabola dei vignaioli omicidi ci presenta un padre che invia il Figlio dicendo «Rispetteranno mio figlio» (Mt 21,37). Ma l’annuncio e la persona di Gesù non vengono accolti, e il Regno passerà dunque in un altro modo, quello che Gesù, al Getsèmani, è chiamato ad accettare: «dipende dalla disponibilità degli uomini in quale forma si possa sviluppare la sua opera. La chiusura del mondo non gli consente di essere il principe della pace, davanti alla cui venuta tutto dovrebbe sbocciare nella pienezza che il vaticinio presagiva. Perciò il Messia diviene colui che va alla rovina. Il sacrificio del suo essere diventa il sacrificio della morte» (R. Guardini).

Gesù - rileva padre Michelini - esorta ancora i suoi discepoli – come ha fatto lui nel Getsèmani, mettendo in pratica lo Shemà (cf. D. Fortuna, Il Figlio dell’Ascolto), la preghiera di Israele, ad amare «Dio con tutto il cuore, le forze e fino a dare la vita».

Come ci poniamo di fronte all’angoscia del nostro prossimo? Teniamo gli occhi aperti, preghiamo, o ci addormentiamo come i tre discepoli? La volontà di Dio è compresa da noi come un “capriccio”, qualcosa che “si deve fare” perché “Qualcuno ha deciso”, oppure vedo in essa la Santa volontà di bene per tutti? Infine, partendo dal presupposto che questa Sua volontà di salvezza è certo ferma – come diceva Guardini: «il decreto di Dio rimane immutato» – accetto che la forma in cui essa si realizza sia condizionata, perché l’onnipotenza di Dio si arresta davanti alla libertà della sua creatura? E se Dio può cambiare idea, addirittura, stando al libro di Giona, può “pentirsi” (cf. Gn 3,10), proprio come si convertiranno gli abitanti di Ninive, come può la sua Chiesa non cambiare, come possiamo noi stare fissi nelle nostre rigidità?
Parole su cui riflettere nella fresca notte dei Castelli Romani.

Noi ricordiamo le parole di Charles de Foucauld, che è una figura che, a vederla, incarnava Cristo, scriveva: “la debolezza dei mezzi umani in Cristo è causa di forza”. Gesù nella sua morte è il padrone dell’impossibile. E l’impossibile è la glorificazione.

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08/03/2017
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