Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco e gli esercizi spirituali ad Ariccia

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Proseguono ad Ariccia gli esercizi spirituali di Papa Francesco. Dalla Croce, Cristo porge il proprio fianco dal quale sgorgheranno acqua e sangue per il perdono dei peccati. Questo uno dei passaggi della settima meditazione del padre francescano Giulio Michelini, presso la Casa Divin Maestro.
Uno sguardo di “amore profondo” a Cristo crocifisso. Una morte “reale”, chiarisce subito, non “apparente”: “Non solo i discepoli stentano a credere che sia tornato in vita, e questo è vero; ma questo è possibile proprio perché Gesù è davvero morto”.
E i dettagli che descrivono la morte di Gesù sono talmente “scomodi”, talmente crudi, come ad esempio il grido dalla croce, che rientrano in quelli che sono soliti essere definiti “criteri di imbarazzo”, che ci portano a dire come tali particolari non possano essere stati creati: sono stati infatti scritti perché dicono realmente “qualcosa di quello che è accaduto”. Innanzitutto, va analizzato “il senso di abbandono che Gesù ha provato sulla croce” - quando pronuncia: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato - acuito dall’incomprensione “da parte di chi sta assistendo al cruento spettacolo” della Passione di Cristo. C’è chi, spiega il francescano ripercorrendo i Vangeli sinottici, crede che Gesù chiami Elia: “Chi poteva essere l’‘Elia’ che invocava Gesù? Certo, il profeta che sarebbe tornato: ma che cosa avrebbe potuto fare? Farlo scendere dalla Croce? O forse, come si diceva – e leggiamo nei Vangeli – Elia è già venuto ed era il Battista? Chiamava forse il suo amico, Gesù, dalla Croce? Evidentemente si tratta di un grande fraintendimento: Gesù non sta chiedendo l’aiuto di Elia e nemmeno quello del Battista; Gesù sta – con un grido – chiamando il Padre. Ma il Padre tace”.
Proprio il fatto che il Padre non intervenga, spiega padre Michelini, è “l’altro elemento imbarazzante di tutto il racconto della morte di Gesù”. Il sentimento che Cristo sta vivendo, il senso di abbandono da parte del Padre è comunque, aggiunge, qualcosa di reale e così “scandaloso” da risultare difficile da “inventare”. Gesù “si lamenta” non perché si senta abbandonato da Dio o per il dolore, ma perché le sue forze fisiche “vengono meno”. Eppure, due Vangeli, quello di Giovanni e quello di Luca, non riportano il grido di Cristo: è – sottolinea il francescano – “troppo scandaloso”. L’“ultima tortura” per Gesù è che non sia compreso “nemmeno dalla Croce”: è, dice padre Michelini, “qualcosa di sconvolgente”, viene “frainteso”. Perché, si chiede il predicatore, ci si fraintende? Ricorre ad un’esperienza personale: il colloquio avuto con una coppia in cui la moglie aveva scoperto il tradimento del marito attraverso i messaggini sul cellulare di lui. Due persone dietro cui “c’era una ferita grande”, l’adulterio: “era quello in fondo - dice padre Michelini - il problema che impediva di comprendersi” a vicenda. Gesù, riflette, quando può, interviene per “spiegare e rispiegare”. Ma dalla croce “non riesce a spiegare più nulla”:
“Naturalmente, noi sappiamo che la Croce spiega tutto. Ma Gesù non può nemmeno più dire perché sta chiamando il Padre e non sta chiamando Elia. Può fare solo una cosa: affidarsi allo Spirito che infatti donerà, perché sia lo Spirito a spiegare quello che non era riuscito a far comprendere. Oppure, dovrà attendere di risorgere e di stare con i suoi discepoli, di intrattenersi a tavola con loro per 40 giorni – dice l’inizio degli Atti degli Apostoli – per accompagnare per mano i discepoli, che non capiscono”.
Padre Michelini ricorda poi che “oltre” a quest’ultima tortura, c’è anche la “lancia del centurione”. E ripropone l’episodio di Cafarnao: un altro centurione “probabilmente armato” si rivolge a Gesù perché affranto dalla malattia di un suo “figlio” o un suo “servo”. E Cristo non gli rifiuta “un gesto d’amore”: “Ora, secondo alcuni importanti testimoni testuali di Matteo, viene ucciso proprio dal colpo di lancia di un soldato. Gesù porge ai soldati l’altra guancia, come aveva insegnato nel discorso della montagna: al centurione di Cafarnao aveva dato la sua disponibilità. Ora, dalla Croce, può solo porgere il suo fianco dal quale sgorgherà acqua e sangue, per il perdono dei peccati”.
Esamina quindi il Vangelo di Matteo che spiega come il colpo di lancia venga dato “prima” della morte di Gesù e non dopo, come nel Vangelo di Giovanni, anche se - osserva - nella Chiesa alla fine ha prevalso l’interpretazione del quarto Vangelo: il colpo di lancia “dopo” la morte del Signore. Infine la meditazione si sofferma sulle donne presenti nella scena della crocifissione. Secondo Matteo, sono “molte”, tra cui Maria “madre di Giacomo e Giuseppe”; per alcuni questa figura è la “madre del Signore”, che è presente “sotto la croce” come nel Vangelo di Giovanni: “Forse anche qui, come alcuni hanno notato, l’evangelista Matteo – che potrebbe addirittura avere ispirato Giovanni – vuole dire che Lei c’è, ma in un modo molto obliquo, addirittura con una sottolineatura, una strategia retorica non chiamandola ‘la Madre del Signore’, ma ‘Maria, la madre di Giacomo e di Giuseppe’. Per quale ragione? Qualcuno ha scritto – ed è un’ipotesi interessante – che Maria, la Madre di Gesù, non è più semplicemente lei e Gesù non è più semplicemente il Figlio di Maria. Come poi Maria, nel Vangelo di Giovanni, non sarà più semplicemente la Madre di Gesù, ma la Madre del discepolo amato e quindi Madre della Chiesa. Allo stesso modo Maria, nella Passione di Matteo, c’è e sarebbe però la madre di Giacomo e di Giuseppe, cioè dei suoi fratelli: e quindi anche per noi, per questo Vangelo, la Madre della Chiesa”. Il francescano invita quindi a chiedersi se, a causa di “chiusure” o per orgoglio, non si capiscano gli altri, non tanto perché le cose che dicono “sono oscure”, ma semplicemente perché “non vogliamo comprendere”. Sollecita poi a cercare di capire se si abbia un “difetto” nella comunicazione con gli altri, esortando a “migliorarla”, crescendo “nell’umiltà”, e se si riesca “a cogliere la presenza di Dio” anche nell’“ordinarietà del quotidiano” o nello “sguardo dell’altro”.
Nella sesta meditazione invece padre Michelini ha parlato del processo subito da Gesù e la moglie di Pilato (Mt 27,11-26). Padre Michelini ha detto che la lettura e l’esegesi della Scrittura non sono prerogativa dei consacrati o degli addetti ai lavori, e che le coppie e le famiglie devono essere aiutate a praticarla, cosa – ha detto - che finora non sembra essere stata fatta in modo convinto nella Chiesa. Importante soffermarsi sulla scelta fatta da Ponzio Pilato, tra Gesù e Barabba, e ha ricordato l’interpretazione riportata da Benedetto XVI riguardante una variante testuale registrata da Origene, sul nome di Barabba, lo stesso di “Gesù”. Ha poi spiegato come questo sia importante per capire il complesso sistema con il quale l’evangelista Matteo vede l’efficacia del sangue di Gesù per il perdono dei peccati. Questo sistema teologico messo in atto da Matteo però non ci deve far perdere di vista la dimensione umana di un fatto apparentemente scontato e che è di una gravità inaudita: due uomini – e non semplicemente due capri (come quelli che Matteo avrebbe immaginato, ricostruendo la scena dello Yom Kippur per illustrare la morte del Messia) – sono l’uno di fronte all’altro, e solo uno sopravvivrà.
È stato così evocato il romanzo di William Styron, Sophie’s Choice, nel quale si racconta di una giovane madre costretta da un ufficiale nazista a scegliere tra quale dei due suoi figli mettere a morte. Padre Michelini ha concluso che purtroppo il popolo ebraico è stato, per secoli, accusato di deicidio dai cristiani. Finalmente, questa assurda accusa è stata smontata a tutti i livelli. Ma non dobbiamo dimenticare – ha aggiunto - che secondo la passione di Matteo questa accusa non avrebbe mai dovuto aver presa, nemmeno da un punto di vista semplicemente logico: perché, come nel caso di Sophie, che è costretta a mandare a morte la propria bambina, la responsabilità di questa terribile decisione viene da chi ha messo in condizione la folla di scegliere, ovvero il prefetto romano.
Nel secondo punto Michelini ha letto il contributo dei due coniugi Gillini-Zattoni. Questi notano come nel gioco di potere maschile, la complicità tra un sommo sacerdote e Pilato, irrompa la voce tenue di una donna, ma solo attraverso un messaggero, perché «mentre gli uomini giocano la loro partita non le è permesso accostarsi». La moglie di Pilato può però legittimarsi di fronte a questi uomini perché, dice, «ha sofferto molto» (Mt 27,19) a causa di quel “giusto”, Gesù.
Infine, sono stati presi in esame i cinque sogni del Vangelo dell’infanzia secondo Matteo, e il sogno della moglie di Pilato. Questi sogni vanno visti nel loro insieme, perché rappresentano quello che potremmo chiamare il “sogno di Dio”: la salvezza del figlio (che tramite i sogni dell’inizio del Vangelo sfugge a chi lo vuole uccidere). Ma se Giuseppe e i Magi capiscono quello che devono fare, e nonostante la debolezza di quanto ricevuto lo mettono in pratica (il sogno è solo “un sessantesimo” della profezia, secondo il midrash); Pilato, invece, non ascolta la voce della moglie, non ascolta i sogni, è solo interessato – come già Erode – a conservare il potere.
Precedentemente la meditazione si era basata sul dramma del suicidio di Giuda. Un evento scandaloso e imbarazzante, che però non viene nascosto dal Vangelo. Un dramma reso evidente anche dal pentimento di Giuda che nel Vangelo di Matteo riconosce di aver peccato perché ha tradito sangue innocente.
Il francescano cerca quindi di ricostruire i motivi che possono aver spinto Giuda a tradire Gesù che lo aveva scelto e chiamato. E Lui, Giuda lo aveva seguito. Per capire il suo dramma, padre Michelini rilegge testi di studiosi e scrittori. Da Romano Guardini ad Amos Oz, che hanno dedicato pagine a questa figura. La prima ipotesi è che Giuda ad un certo punto abbia perso la fede. Si tratta di un rischio che ci interpella: “Abbiamo poche giustificazioni di parlare con indignazione sul traditore. Giuda svela noi stessi”.
E ancora viene richiamata l’esperienza dello scrittore francese Emmanuel Carrère e il suo libro, “Il Regno”, del 2014 nel quale racconta di aver riabbracciato la fede per tre anni e poi di averla nuovamente persa. Emerge il travaglio interiore di un uomo che però scrive: “Ti abbandono, Signore. Tu non abbandonarmi”.
Sul tradimento di Giuda, poi, si è fatta anche un’altra ipotesi: Giuda voleva che Cristo si mostrasse come il Messia di Israele, liberatore, combattente, politico. E quindi non vede più nel volto di Gesù il Signore ma solo un Rabbi, un Maestro, e lo vuole forzare a fare quello che lui desidera.
“Vivo con una comunità di giovani che fanno due missioni popolari all’anno. Li prendo in giro perché vanno a ballare per le strade, entrano nelle discoteche e vanno nei pub. Io, naturalmente, da professore non mi permetterei mai di fare una cosa così e quindi scherzo con i miei frati. E sono molti anni da quando insegno che non faccio più missioni popolari. Ma loro sanno quanto stima invece ho per il fatto che c’è qualcuno che va lì dove c’è quello che non vorremmo vedere, ci sono i giovani magari disperati… Dunque anche se noi non svolgiamo questo compito dobbiamo essere davvero grati e solidali verso coloro che vanno per le strade a cercare, come diceva Gesù, i pagani e i pubblicani”.
Il percorso di Giuda lo ha portato al suicidio dopo essersi reso conto del suo peccato, nota il frate. Tra i vari riferimenti della meditazione anche uno a Bendetto XVI e ai “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. In questo libro è emblematica la conversione dell’Innominato che ha la tentazione di togliersi la vita fino a quando non sente il suono delle campane. Alla sua memoria tornano le parole di Lucia su Dio che perdona tante cose per un’opera di misericordia. Quindi l’incontro con il cardinale Federigo Borromeo che si rammarica di non essere stato lui per primo ad andare a trovarlo. Pagine di fede, che invitano ad andare in cerca dei peccatori. Richiamate anche le parole di Papa Francesco in un’omelia della Messa a Casa Santa Marta quando a proposito dei sacerdoti che respingono Giuda, ha parlato del clericalismo: Giuda è stato scartato, traditore e pentito non è stato accolto dai pastori che erano intellettuali della religione con una morale fatta dalla loro intelligenza e non dalla rivelazione di Dio.
Padre Michelini non dimentica l’attualità con i suicidi assistiti e i suicidi di giovani.
“Come possiamo aiutare i cristiani del nostro tempo a non perdere la fede, a riprendere coscienza della propria fede, quella di cui si parla nel Nuovo testamento, la fede gioiosa, totalizzante, l’adesione alla persona di Gesù, come possiamo fare perché non avvengano più questi suicidi?”.
Una meditazione dunque dai tratti fortemente esistenziali sulla fede, sulle nostre domande e sulla missione della Chiesa nel mondo.

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10/03/2017
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