Società

di Mario Adinolfi

Se arrivano a volerci in galera

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Silvana De Mari è stata messa sotto indagine dalla procura di Torino, ci informa il Corriere della Sera, per alcune frasi che avrebbe scritto sul quotidiano da me diretto e pronunciato alla trasmissione radiofonica La Zanzara. La giornalista del Corriere della Sera non si preoccupa di verificare le fonti e le frasi che vengono attribuite agli articoli della De Mari su La Croce non sono mai state scritte su La Croce, sono le “libere traduzioni” che il blog Gayburg fa di qualsiasi cosa diciamo io, la De Mari, la Miriano o Gianfranco Amato, i quattro bersagli giornalieri di questo schifoso sito zeppo di offese folli e gratuite. Per la verità Silvana De Mari ha scritto articoli su La Croce anche più netti delle frasi che il Corriere della Sera le contesta, ma inventa. Quindi diciamo che se l’accusa è aver rivendicato la libertà d’opinione su materie delicatissime riguardanti la sessualità e la famiglia, l’accusa è certamente fondata. E come direttore de La Croce sono al fianco di Silvana De Mari, orgoglioso di aver pubblicato i suoi articoli e di aver dato spazio ad una voce controcorrente.

Per le sue parole la De Mari è stata anche deferita all’Ordine dei medici. Per le mie in materia di eutanasia l’Ordine nazionale dei giornalisti mi ha deferito al mio ordine regionale di riferimento, con provvedimento a firma di un collega che proviene da Famiglia Cristiana. La Procura di Torino indaga la De Mari basandosi su un esposto-denuncia di un’associazione gay finanziata da un noto parlamentare e data in gestione al suo ben più giovane compagno. La leva giuridica dell’inchiesta è la legge Mancino: in pratica vogliono mandare la De Mari in galera come se fosse razzista o antisemita, le vogliono togliere il titolo di medico, la vogliono radiare dall’Ordine. Così vogliono fare con me presso l’Ordine dei giornalisti mentre altri amici sono nelle stesse condizioni presso l’Ordine degli psicologi e degli avvocati. L’offensiva è di una violenza senza precedenti: vogliono impedirci di esercitare le nostre rispettive professioni, toglierci il mestiere e il reddito, infine mandarci in carcere. E vogliono farlo con noi che siamo più visibili affinché sia da monito per coloro che di coraggio magari ne hanno un pizzico meno. Che non si azzardino, ne va di mezzo pagnotta e libertà. E così in tanti preferiranno tacere.

Fuori dagli Ordini professionali, pubblicamente insultati nelle reti televisive mainstream dai cantanti di regime, perseguitati dal potere politico (la regione Piemonte e il comune di Torino si sono subito associate all’esposto contro la De Mari), ora anche inquisiti dai magistrati. Il tutto, per un’opinione diversa da quella dominante. Se dico che questo è nazismo, mi inquisiranno per la legge Mancino? Ancora una volta i magistrati provano a “colmare le lacune provocate dai ritardi del Parlamento”. Poiché il Parlamento non ha approvato la legge Scalfarotto, che produceva gli effetti della legge Mancino e affibbiava sei anni di galera sul groppone degli “istigatori all’odio omofobico”, ecco che una creativa sentenza si prepara e legiferare al posto dei legislatori. Come già è stato fatto con l’adozione gay vietata dalla legge sulle adozioni e varata per sentenza, come già è stato fatto con l’utero in affitto vietato dalla legge 40 e varato per sentenza, come già è stato fatto con la trascrizione del matrimonio omosessuale esplicitamente escluso dal nostro ordinamento e invece reso trascrivibile per sentenza. Basta che il magistrato sia quello “giusto” e per la De Mari arriverà rinvio a giudizio e esemplare condanna alla galera. Per un’opinione diversa.

La violenza di chi l’ha denunciata è sotto gli occhi di tutti, la clamorosa dimensione della discriminazione di cui è fatto oggetto chi non la pensa come il coro dominante sul tema dei “nuovi diritti” dovrebbe far saltare in piedi l’Italia intera a difesa di Silvana De Mari. Invece in piedi insieme a lei ci siamo noi e pochi altri amici. Non un opinionista di un importante quotidiano, non una trasmissione televisiva che gridi allo scandalo, alla lesione importante di un fondamentale diritto alla libertà di opinione, non un collega giornalista che rivendichi persino per noi la libertà di stampa e l’articolo 21 della Costituzione. No, quell’articolo è invocato solo se l’opinione è quella “giusta”, cioè quella dominante.

In un’Italia così sarà motivo d’orgoglio essere radiati dagli Ordini e mandati in carcere. Quando poi il fascismo finì, fu chi subì quei provvedimenti a poter dire: io ho resistito.

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14/03/2017
1807/2019
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