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di Lucia Scozzoli

Omosessuali e disabilità

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Daniele Gattano, attore noto per gli sketch sugli stereotipi legati all’omosessualità che porta su Colorado, ha realizzato un video dal titolo “non siamo angeli” in cui si parla di sessualità delle persone disabili LGBT. Il video è ben fatto, ironico, delicato e dice cose profondamente vere (insieme ad altre discutibili): i disabili sono persone e la sessualità fa parte della loro vita come della nostra, non sono esseri asessuati, o eterni bambini, come tante volte ci piace immaginarli anche quando l’handicap è specificatamente fisico e non mentale. Un malinteso pietismo ci spinge spesso a trattare le persone con handicap con accondiscendenza infantile: difficile contraddirli, impossibile credere che i loro desideri siano fatti anche di volgarissime rozze pulsioni.

Nel video parla Giuseppe, presentato come un 22enne disabile, strabico e gay. Giuseppe ha conosciuto il gruppo Jump, che fa parte dell’associazione LGBT del Cassero di Bologna e che “organizza occasioni di incontro e scambio di esperienze sui temi dell’affettività e dei diritti delle persone con disabilità”. Egli racconta di come la sua vita sessuale sia perfettamente attiva nonostante la disabilità: i pregiudizi nel mondo LGBT pare non siano un problema. Per vedere se è proprio vero, Gattano si finge disabile in una chat LGBT: dopo un “ciao mi chiamo X” se ne esce subito con la richiesta di incontro per andare al sodo e l’altro, che è un perfetto sconosciuto appena agganciato in chat, dice subito sì. Allora Gattano specifica di essere disabile e l’altro, che finora non ha domandato nulla, non si scompone minimamente e afferma di non avere preconcetti: ci si incontra e poi si vede come va.

Ecco, vi rendete conto che qui la disabilità non è il vero problema, anzi, non è nemmeno a tema. Qui il dramma è l’inconsistenza del mondo LGBT nelle relazioni e la finalizzazione di ogni incontro al consumo di sesso facile e superficiale.

Io non incontrerei mai e poi mai, dannatamente mai uno sconosciuto agganciato in chat dopo tre battute, di cui so a mala pena il nome (e chissà se è vero), e non so che faccia ha, dove vive, che lavoro fa, come sta messo a famiglia, che interessi ha, che età, eccetera eccetera.

Nessun etero lo farebbe mai. Persino nelle chat appositamente create per incontri sessuali senza impegno, tradimenti e ammucchiate varie, c’è sempre una fase di indagine reciproca: devo sapere chi sei, accidenti!

L’immagine che sullo sfondo dell’edulcorato video emerge del mondo LGBT è perfettamente coerente col famoso servizio delle iene sui locali anddos di Roma: poche parole, tutte finalizzate a concludere un rapporto veloce e senza strascichi, nessuna relazione umana.

In questo le persone che si lasciano risucchiare dal mondo dei circoli LGBT, disabili o no, sono tutte uguali e non so se come sistema inclusivo sia proprio il massimo.

Il tema della sessualità dei disabili è molto più serio di così e richiederebbe di essere affrontato con delicatezza e onestà, non a slogan arcobaleno e battutine divertenti.

Pierluigi Lenzi, portavoce di Jump Oltre, chiede una legge per l’assistenza sessuale che assicuri a chi ha disabilità gravi la possibilità di vivere la propria sfera intima. In altri Paesi europei, come la Svizzera, il Belgio o la Danimarca, la figura dell’assistente sessuale esiste già e aiuta – ad esempio – chi non è in grado di usare le proprie mani per praticare dell’autoerotismo. “Per andare oltre e fare un vero salto, - si legge sulla pagina Facebook di Jump Oltre - bisogna uscire dai luoghi comuni, dai pregiudizi e dagli stereotipi. Il disabile non è un angelo senza sesso, ma una persona fatta di carne e desideri”.

L’assistente sessuale: un nuovo mestiere insomma. Viene da chiedersi perché garantirlo solo ai disabili: non vogliamo offrire un’opportunità di vivere la propria sessualità anche ai brutti, o agli imbranati nelle relazioni, ai timidi o a tutti quelli che non hanno tempo da perdere a imbastire incontri e vogliono il take away anche nel sesso? In una concezione dell’uomo che intende il sesso solo come una pulsione fisica da soddisfare con il raggiungimento dell’orgasmo con ogni mezzo meccanico possibile, l’assistente sessuale ha la stessa dignità della fisioterapista che ti sgranchisce gli arti rattrappiti, con la facilitazione che il mestiere richiede meno preparazione tecnica per cui qualunque volontario di buon cuore può prestarsi ad offrire soccorso.

Capite bene che non è così, che non si può svilire la sessualità umana, la sua potenzialità relazionale e la sua azione globale di coinvolgimento della persona con un discorso meccanicistico di bassa lega, nemmeno per i disabili, anzi, per loro ancora di meno!

I disabili hanno, come tutti, un profondo bisogno di essere amati, nella totale ampiezza di questo termine, ed è senz’altro vero che per pochissimi di loro si realizza il sogno di un rapporto di coppia serio, di una relazione a due sostanziale e sostenuta. I motivi possono essere i più disparati: sicuramente gli ostacoli che la disabilità pone sono tra i primi, nei pregiudizi alla conoscenza che essa provoca, o nei limiti all’autonomia e al sostentamento. Poi ci sono i motivi umani che valgono per tutti coloro che restano soli nella vita: anche i disabili possono essere persone di pessimo carattere, o essere sfortunati con gli incontri o commettere degli errori cruciali.

I disabili non sono angeli, in tutti i sensi.

Però la sessualità che richiede il coinvolgimento altrui non è un diritto, per nessuno: se un disabile tetraplegico ha diritto ad essere masturbato una volta al mese, chi ha specularmente il dovere di offrirgli il servizio? Credete che questa attività sia senza conseguenze emotive e psicologiche per chi la pratica? La prostituzione pietistica farebbe meno danni di quella classica? Perché offrire servizi sessuali a pagamento (e l’assistente sessuale sarebbe stipendiata, ovviamente) per il piacere altrui si chiama prostituzione.

Per quanto riguarda l’erotismo solipsistico, non è un diritto di sicuro, visto che attiene alla sfera privata e personale, dove non ci sono diritti e doveri se non nel confronto con la propria coscienza. Ciascuno giudicherà da sé cosa è bene e cosa è male per lui, la mia approvazione non serve di sicuro e soprattutto io non sono tenuta a fornirgliela.

Se vogliamo anche fare un discorso di carattere medico, i comportamenti sessuali slegati dalle relazioni affettive, tendono a provocare dipendenza: esistono casistiche drammatiche in merito alle dipendenze da auto-stimolazione tramite materiale pornografico e da pratiche auto-erotiche di vario tipo. Sono inclusi in questo dramma anche quei comportamenti che sono praticati con altre persone, di solito prostituti/e, ma sostanzialmente sono gestibili liberamente perché “a pagamento” e quindi liberamente disponibili e ripetibili su richiesta.

La dipendenza si materializza nel momento in cui un comportamento che non dà più soddisfazione, anche se prima era gratificante, viene mantenuto, anzi, perseguito con sempre più accanimento alla ricerca di quel piacere che ogni volta si affievolisce di più. Questo succede a chi pratica il sesso fine a se stesso, non come manifestazione di una globalità personale e di un’affettività relazionale. Non mi pare un atteggiamento da incoraggiare.

Insomma, questo video carino ha lo scopo neanche troppo velato di cercare un’utilità sociale ai circoli LGBT che hanno perso reputazione dopo lo scandalo anddos, sfruttando i disabili come teste di ariete per sfondare il muro di ostilità che il mondo delle dark room provoca nelle persone che vivono un’esistenza normale, in un tessuto relazionale sano. Il messaggio che veicola è “guardate come siamo bravi, che bella e vera inclusione facciamo noi! Siamo più bravi degli etero”, insieme alla solita idea che il sesso è un consumabile come la carta igienica in bagno. Un bagno per disabili, con la carta igienica arcobaleno.

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17/03/2017
1709/2019
S. Roberto Bellarmino

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