Società

di Lucia Scozzoli

Aiutare la donna contro l’aborto

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Sul tema aborto il mondo pare spaccarsi a metà in modo netto ed inconciliabile: c’è chi lo considera un diritto e chi un delitto, gli uni disprezzano gli altri e viceversa con grave enfasi, il dibattito si svolge tutto a colpi di slogan, foto raccapriccianti, statistiche , testimonianze e sentimentalismi. Ogni colpo è lecito per portare acqua al proprio mulino, anche qualche scorrettezza inverificabile (tipo la storiella della donna che ha peregrinato per 23 ospedali prima di trovare una struttura per l’aborto, smentita dai 23 ospedali citati, o la divulgazione di immagini di feti smembrati senza chiarire quante settimane avessero né da dove venissero).

Sopra questo tema veramente caldo (e giustamente, perché si parla di vita nascente, non di palloncini colorati, c’è in gioco il futuro dell’umanità insomma), si sovrappongono interessi economici feroci e piani globalisti per niente umanitari: il neomalthusianesimo e i suoi obiettivi di controllo delle nascite, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, hanno poco a che fare con il desiderio di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni; i fondi che finiscono a pioggia alle miriadi di onlus disseminate nel mondo per il controllo delle nascite non mirano a tutelare la salute delle donne ma a bloccare la dirompente capacità riproduttiva ed espansiva di popolazioni da tenere soggiogate.

Erdogan è stato chiarissimo su questo punto: la rivoluzione e la conquista dell’Europa non si fa con le armi e gli attentati, ma con la natalità. L’invito ai turchi emigrati di fare almeno 5 figli a famiglia mette a nudo con spietata efficacia la falsità umanitaria dei programmi di controllo delle nascite.

Però tutti questi macro discorsi, questi argomenti di ars politica e maneggiamenti globali hanno il difetto di trattare le persone, le donne in particolare, come semplici banali pedine di un gioco, non certo come persone. E anche i prolife tante volte, nel loro contrapporsi argomentato a tali logiche, finiscono per giocare allo stesso risiko che dimentica i volti dei protagonisti della storia.

L’aborto è prima di tutto un fatto privato.

I radicali nelle loro campagne a favore della depenalizzazione dell’aborto hanno tirato fuori uno slogan un po’ estremo: “abbiamo tutte abortito”. Possiamo ancora trovare qualche foto ingiallita di donne con questi cartelli, che manifestano in qualche piazza. Si è detto che è un’esagerazione spropositata. Forse. Non so.

Ippocrate, il tizio famoso per il giuramento dei medici, è vissuto più o meno nel 400 a.C. e nel testo recitato dai medici compare anche una frase in cui essi si impegnano a non praticare aborti. Quindi già allora si sapeva come farli e si facevano.

Le donne hanno sempre abortito, in un modo o nell’altro. Chi non vuole un figlio, non lo vuole e basta.

Esistevano mille rimedi, che forse adesso abbiamo un po’ dimenticato solo perché la medicina ci fornisce soluzioni più pratiche, efficaci e meno rischiose, ma che sono rimasti in auge fino agli anni 70: sfacchinate clamorose appena si intravvede un ritardo, decotti di varie erbe velenose che provocano lievi emorragie e che quindi sono abortive, soprattutto a inizio gravidanza, traumi e spaventi.

Questi sistemi sono meno aborto solo perché di mezzo non c’è un medico o un farmacista? O perché funzionano in modo aleatorio e incerto? O perché la donna rischia la propria salute oltre quella del nascituro?

Non nascondiamoci dietro un dito: il mese scorso una ragazzina è finita all’ospedale per un procurato aborto (il quarto) con un medicinale antigastrite procurato probabilmente su internet. Nonostante portino le scolaresche in gita ai consultori, dove ti dicono che se resti incinta puoi andare da loro e ti procurano tutto quello che serve per liberarsi del problemino, senza avvertire i genitori, esistono ancora ragazze che si arrangiano come possono, come le donne dell’antichità.

Da sole, davanti ad un pc a cercare un consiglio via web (invece che nei bisbiglii delle altre donne, come in passato), le donne restano le uniche che possono dire sì o no e la legge sull’aborto c’entra poco o nulla.

Nel 1989 (non nel medioevo) una donna è morta per aver cercato di abortire col fai da te, bevendo decotti di prezzemolo in quantità. Era al terzo mese di gravidanza e al quarto figlio, aveva 36 anni, si chiamava Maria, come la Madonna. A lei quel sì lo avevano estorto ed era troppo doversi occupare di altre tre creature piccole e restare in casa ad aspettare un coraggio che non veniva, una forza che non c’era, non avere nessuno con cui poter condividere il nero della paura che stringe il cuore senza essere giudicata. E così l’emorragia interna ha ucciso anche lei, oltre al feto.

Dirò una cosa non prolife, da anatema proprio: a me la 194 piace. Mi piace soprattutto nei punti disattesi, quelli in cui alla donna si fornisce un luogo di ascolto e confronto franco, dove ci siano persone disponibili a farsi carico del dolore, della paura, della fatica, senza emettere stigma morali ma anche dicendo la verità, che alla fine è sempre meno cruda di come una donna spaventata la vede.

Si sta svolgendo in questi giorni il congresso nazionale della Laiga, la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della 194, in Lombardia e dal congresso sono emersi alcuni numeri significativi: stanno aumentando i consultori cattolici, quelli, per intenderci, che gli aborti te li sconsigliano. Che ci va a fare una donna involontariamente incinta in un consultorio dove non ti propongono l’aborto? Vanno ad usufruire di quegli articoli della 194 che piacciono a me, quelli che promettono sostegno psicologico, una spalla su cui piangere, qualcuno che finalmente ti ascolti.

Odio coloro che propinano l’aborto come la soluzione senza effetti collaterali: costoro sono mentitori della peggior specie, le conseguenze resteranno per sempre, lo sappiamo. Ma mi fanno paura anche quelli che ti puntano il dito contro scandalizzati, che l’aborto è un vile omicidio e tu sei una donna di perdizione se ti lasci ingoiare dalla depressione e accarezzi l’eventualità.

Né gli uni né gli altri sono di alcun aiuto. E alla fine la donna resta sola, in mezzo a due file ininterrotte di pregiudizi, senza nessuno che la guardi in faccia e le chieda l’unica cosa che avrebbe senso chiedere: ma di preciso, di cosa hai paura?

Perché le paure si gestiscono solo sezionandole, non classificandole a priori come baggianate o sacrosanti motivi, nessuna delle due posizioni si prende la briga di aprire lo scrigno e guardarci dentro. Avere intorno chi ti dice “non importa perché, è una decisione tua” o “non importa perché, tanto è una cosa che non si fa” ha lo stesso grado di assurda e beffarda inutilità.

Sarò ancora più tranchant: gli uomini non possono capire. Per loro il dubbio ha una valenza analitica, un sentimento è sintomo da seguire come il filo di Arianna che ti porta fuori dal labirinto e non comprendono l’effetto turbine scomposto che invece sa agitare il cuore delle donne. Dentro la paura di una donna ci sono i sentimenti dell’umanità intera, non solo i suoi: tutte le domande che agitano gli esseri viventi si ripropongono nel caos primordiale della generazione, nella loro violenza ingestibile. Perché una nuova vita? Perché ora? Perché a me? Chi sarò io per lui? Saprò occuparmene? Avrò le risorse fisiche, psichiche, mentali, economiche per rispondere ai suoi bisogni? Avrò abbastanza amore da dare? E se fosse malato, handicappato o infelice? Quanto dolore posso sopportare? Che destino avrà questa nuova creatura?

Mi domando se un uomo ha mai provato tutto questo, tutto insieme, tutto solo, fissando la luna in una notte di inverno, mentre dalla stanza accanto arrivano grida di esultanza per un goal.

No, non fermerete gli aborti con una legge. L’unica medicina è un abbraccio lento e silenzioso, di chi ti prende sul serio, sa ammirare in te l’eterna lotta tra il bene e il male, la tentazione della resa e l’eroismo della vita che si contrappongono nel campo di battaglia che è il cuore e il corpo di una donna.

Ne siete capaci?

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22/03/2017
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