Storie

di Lucia Scozzoli

Psicologi, l’ordine totalitario

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A settembre 2016 sul sito degli psicologi del Lazio è comparso un articolo dal titolo “Farei qualunque cosa per mia figlia, purché non sia lesbica: che significa per un genitore accettare che il proprio figlio sia gay o la propria figlia sia lesbica?” nel quale l’autore ha descritto le violenze esercitate da due genitori sulla figlia lesbica in una pubblica via di Roma, per deplorare i gesti e soprattutto per sottolineare come l’omofobia esista e vada estirpata come male assoluto. Segue la descrizione di un mondo definito normale e cattolico, che discrimina, emargina e sogna per i figli una vita tradizionale, con un partner di sesso opposto e tanti nipotini, andando contro le innate aspirazioni di chi vorrebbe qualcosa di diverso per sé.

****«****Crollano i sogni, crolla la prospettiva di una vita “normale”, con un matrimonio regolare, magari in chiesa, con tutti i parenti, i confetti, il bouquet e la domanda classica, ancora col boccone del pranzo della festa in bocca, “Quando ci fate un nipotino?” Anche gay e lesbiche procreano, anche gay e lesbiche possono essere buoni genitori e genitrici. Anche gay e lesbiche amano e a volte amano per tutta la vita la stessa persona. E ci costruiscono un futuro insieme, fatto di fatica e di rinunce, di sacrifici e di soldi da parte, di vacanze al mare e cene con gli amici. Come qualunque persona.»

Per fortuna non abbiamo perso tempo a rispondere a questo articolo trasudante pregiudizi e luoghi comuni, perché l’ordine degli psicologi si è risposto da solo: il 23 marzo sullo stesso blog è uscito un articolo sull’utero in affitto e la sua barbarie.

Ovviamente è ribadito che il problema non riguarda solo i gay, perché la maggioranza delle coppie che si affidano alla GPA sono etero (per un semplice fatto statistico, essendo gli etero molti di più). Però la presa di distanza è netta, il giudizio di merito sulla pratica non lascia molto spazio a dubbi: è un no secco.

I figli non si possono donare, perché « non sono una nostra proprietà privata»; «dobbiamo soddisfare a tutti i costi il desiderio di maternità e paternità biologica, anche se questo calpesta l’altro e produce sofferenza?**»; «** veramente esiste qualcuno che possa affermare con certezza che durante i nove mesi di gravidanza il bambino non venga fortemente influenzato dalla madre e che, anche se non riconosciuto razionalmente, non si crei tra i due un legame potente? Come si può pensare che il bambino sottratto a quella madre non produrrà in entrambi (madre e bambino) una ferita difficilmente sanabile, ancora di più quando da grande qualcuno gli dirà com’è nato?»

Un bellissimo articolo, condivisibile in ogni sua parte.

Dunque ora che hanno capito, vorrei tanto chiedere loro in quale modo pensano che i gay possano diventare genitori, ma mi accontento del piccolo passo in avanti e non metto il dito nella piaga della coerenza che manca. Mi pare un risultato ragguardevolissimo che l’ordine degli psicologi del Lazio sia uscito pubblicamente con un’opinione che dispiace al mondo LGBT, è un inedito assoluto.

Nella provincia di Roma risiedono circa 1/6 degli psicologi italiani; nel Lazio risiedono circa 1/5 degli psicologi italiani. Una comunità vasta e numerosa: c’è uno psicologo ogni 301 cittadini. Si vede che abbiamo molto bisogno di sostegno psicologico, in questa società fuori di testa.

Però a farci impazzire contribuiscono anche loro: counselor, reflector, mental trainer, coach, esperti di pnl, consulenti filosofici, pedagogisti clinici, psicopedagogisti. Un universo di figure professionali che sono percepite dai profani del tutto equivalenti allo psicologo, non potendosi addentrare nei meandri delle virgole di definizioni di confini metodologici piuttosto aleatori, spesso squisitamente politici e di pura convenienza e non conoscendo le differenze nei loro percorsi formativi (peraltro in alcuni casi piuttosto importanti).

Per l’ordine dei medici esiste la clausola di coscienza, che recita “il medico al quale vengano richieste prestazioni che contrastino con la sua coscienza o con il suo convincimento clinico, può rifiutare la propria opera, a meno che questo comportamento non sia di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita e deve fornire al cittadino ogni utile informazione e chiarimento” (art.22 Autonomia e responsabilità diagnostico-terapeutica): il medico, posto di fronte alla situazione specifica del paziente, valuta in coscienza (nel senso più ampio del termine, non solo morale, si parla di convincimento clinico) cosa sia meglio, per quella persona lì davanti, con quel nome e cognome e quella storia clinica, scegliendo eventualmente un percorso terapeutico diverso da quanto suggerito dai protocolli standard. Questa clausola fa riferimento al sacrosanto principio del rispetto che si deve alla persona umana nella sua specificità, nonché alla alta professionalità e umanità del medico stesso, il quale persegue costantemente il bene del paziente, in coerenza con i propri convincimenti in merito a quale sia il modo migliore per conseguire gli obiettivi terapeutici, non è mero esecutore di procedure: nessuno è mai un semplice caso statistico, un numero, un bullone sul nastro trasportatore di procedure rigide. Bisogna prevedere l’imprevedibilità umana, l’eccezionalità, la peculiarità.

Ma la medicina è una scienza, guarda dati diagnostici, fa esami e conseguentemente elabora strategie. Il medico non inventa: valuta.

L’ordine degli psicologi non funziona così: le linee guida emesse per la cura di tutto il variegato mondo delle possibili patologie di interesse sono rigidissime e l’unica obiezione concessa consiste nel rifiutarsi di prendere in carico un paziente che ponga il professionista nel dubbio di dover scegliere tra ciò che lui, in coscienza, riterrebbe giusto per il paziente e le linee guida bibliche dell’ordine. Vietato dissentire, vietato valutare la persona che si ha davanti per ciò che è, nel qui ed ora di una terapia che crea una relazione sempre unica ed irripetibile e che a volte scompiglia anche le carte dei dogmi imparati sui libri. La pena è la radiazione istantanea.

L’APA americana ha emesso linee guida che sembrano sentenze: vietato accompagnare un omosessuale che non si sente a proprio agio con le proprie inclinazioni a modificarle, perché questa roba, le cosiddette teorie riparative, è da intendersi come violenza e uno psicologo non può farlo. Naturalmente se invece approda in studio un uomo barbuto con prominente pomo d’adamo che si sente donna, è giusto aiutarlo ad identificarsi con il femminile che non è fisicamente in lui, assecondando la disforia, cioè lo scollamento tra psiche e corpo. Questa non è violenza.

Conosco persone che vivono in sé l’attrazione per il sesso omologo e che hanno cercato una terapia psicologica di sostegno, prima di tutto per capire il significato, la provenienza, l’origine di tale tendenza (ogni nostro desiderio ha un’origine, voler per forza affermare che solo l’omosessualità sia innata è una forzatura che va contro l’evidenza), e, dopo aver compreso, eventualmente anche cambiare. Eventualmente: perché in tanti (direi tutti) siamo feriti qua e là, in qualche modo, e a tutti piacerebbe guarire, ma a volte si può, a volte no. Spesso ci tocca semplicemente imparare a convivere con le parti di noi che la vita ci ha plasmato in un modo che ci infastidisce, gestendole e sopportandole. Comunque la parte più ardua della terapia è trovare uno psicologo che sia aperto ad ogni eventualità per davvero, compreso l’accompagnamento al cambiamento. Presentarsi in studio, dire “ho tendenze omosessuali e questa cosa non mi va” e sentirsi rispondere “ma perché non si accetta così? Essere omosessuali è normale” è un tutt’uno con l’alzarsi e salutare cordialmente. Per non tornare. Ma la frase che si vorrebbe dire è “perché tu, psicologo professionista formato sui libri e indottrinato dall’ordine, non guardi me, che ti sto qui davanti, e ti ho manifestato l’esigenza del mio cuore?”

La psicologia non è una scienza esatta, capace di produrre esperimenti a verifica incontrovertibile delle proprie teorie, e per travestirsi da antropologia ha dovuto irrigidirsi in procedure dettagliate che non lascino spazio alla libera riflessione, perché i liquidi prendono la forma del contenitore che li racchiude e non esiste niente di più liquido, inafferrabile e indefinibile della psicologia.

Non lo dico io, ma l’ordine degli psicologi del Lazio, che a febbraio 2015 ha istituito addirittura una commissione per mettere in atto “un’efficace politica di tutela della professione attraverso azioni di salvaguardia diretta contro le minacce di abuso professionale e di usurpazione del titolo, ma anche attraverso più ampie iniziative che mirino a promuovere cultura psicologica, ovvero a mettere in risalto il valore aggiunto derivante dell’avvalersi di un professionista psicologo.”

Insomma, l’ordine difende se stesso e la propria esistenza mettendo puntini sulle i e anche su altre lettere a caso. Il sistema di controllo inizia in ambito universitario, dove un’altra apposita commissione decide in quali studi mandare i tirocinanti e vengono attentamente evitati gli studi non del tutto politically correct, adducendo motivazioni surreali (tipo che forniscono un’esperienza che è troppo professionalizzante, qualunque cosa possa voler dire una simile espressione).

Gli psicologi non possono esporsi manifestando la propria aderenza a correnti di pensiero che l’ordine non approva, non possono promuovere iniziative culturali che siano, ad esempio, critiche con il gender, per non parlare del tema omosessualità dove le parole vanno pesate col bilancino, anzi, meglio se copia-incollate dalle linee guida ufficiali.

Per questo l’articolo apparso mercoledì scorso sul sito degli psicologi del Lazio è un evento epocale, una crepa nel sistema pro LGBT che finora ha governato indisturbato, un segnale di ripresa del buon senso dei tanti professionisti che si trovano, loro malgrado, censurati ed ostacolati nell’esercizio della libera professione proprio da quell’ordine che dovrebbe sostenerli e proteggerli.

Naturalmente io non sono psicologa: se lo fossi, secondo voi, potrei assumermi il rischio di dire queste cose?

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26/03/2017
1510/2019
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