Politica

di Claudia Cirami

Laura Boldrini scende in campo contro le fake news

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Da alcuni mesi, le fake news sono diventate la nuova piaga da combattere, al pari dei problemi climatici. Così non passa giorno che non vengano a convincerci della gravità del fenomeno e a proporre soluzioni, anche legislative, per debellarlo. In prima linea in questa battaglia c’è il Presidente della Camera Laura Boldrini. In questi giorni, è intervenuta ad un convegno che ha avuto come tema proprio le bufale e che si propone di presentare alcune iniziative per smantellare questo fenomeno che è diventato sempre più pervasivo.

Laura Boldrini ha proposto il lancio, entro l’anno prossimo, di un progetto di educazione civica digitale. Il coinvolgimento è a largo raggio: dalle istituzioni alle aziende, dai social media alla scuola (che naturalmente sarebbe il principale destinatario). Al termine del convegno è stato anche previsto un premio per i vincitori del concorso, che ha visto protagoniste le scuole secondarie di primo e di secondo grado, proprio sul tema della necessità di arginare bufale in rete. Del fenomeno si sta occupando e si occuperà anche nei prossimi mesi la Commissione Camera per i diritti e i doveri relativi ad Internet.

Una delle obiezioni a cui Laura Boldrini ha voluto rispondere è stata quella del pericolo di censura: «censurare sarebbe stato nascondere la gravità del problema – ha replicato – Non è certamente censurare accendere i riflettori su una questione che riguarda tutti noi» (fonte: Ansa). L’obiezione della censura, in questi mesi, è stata sollevata da più parti a seguito del ddl, presentato il 7 Febbraio del 2017, a firma di Adele Gambaro, sulle Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica. La discussione sul testo non è ancora iniziata ma il ddl ha già suscitato vivaci opposizioni. Alcuni passaggi soprattutto. Ad esempio quando leggiamo: ««Art. 656-bis. – (Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendeziose, atte a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche). – Chiunque pubblica o diffonde, attraverso piattaforme informatiche destinate alla pubblicazione o diffusione di informazione presso il pubblico, con mezzi prevalentemente elettronici o comunque telematici, notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o falsi, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’ammenda fino a euro 5.000». Sulle notizie false siamo certamente d’accordo: ma chi può decidere la tendenziosità di una notizia e in base a quali criteri?

Ma c’è dell’altro: «Art. 265-bis. – (Diffusione di notizie false che possono destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica). – Chiunque diffonde o comunica voci o notizie false, esagerate o tendenziose, che possono destare pubblico allarme, o svolge comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica, anche attraverso campagne con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione online, è punito con la reclusione non inferiore a dodici mesi e con l’ammenda fino a euro 5.000». Non meno di un anno di carcere e pena pecuniaria. Una battaglia vera, ma ancora una volta condotta entro confini alquanto labili: di nuovo torna il termine “tendenziose” e compare il campo aperto degli “interessi pubblici”. Cosa sono questi ultimi? Possiamo pensare che riguardino, ad esempio, la salute dei cittadini o si riferiscono ad un ambito molto sdrucciolevole come la politica? Il pericolo di censura, dunque, non è uno spettro agitato a caso e sarà importante che quando inizierà la discussione sul ddl si possa arrivare ad un testo più moderato, che punisca i falsificatori della comunicazione ma lasci liberi di informare tutti quelli che hanno qualcosa di sensato da dire, seppure in contrasto con la vulgata politicamente corretta.

Intendiamoci: le fake news sono negative. Un’informazione scorretta che mistifica i fatti o li inventa di sana pianta è qualcosa che nessuna persona con un minimo di coscienza civile dovrebbe augurarsi. Non fa bene alla circolazione delle idee, allo scambio costruttivo di pareri, soprattutto non fa bene alla verità. In particolare ci sono siti che si stanno specializzando nella creazione di notizie false: queste hanno una funzione certamente destabilizzante, ma anche quella di aumentare gli accessi allo stesso sito, per un ritorno economico che non è certo indifferente, se si considera la presenza delle inserzioni pubblicitarie. La stessa Boldrini è più volte finita protagonista delle fake news e una delle ultime bufale su di lei l’ha colpita ignobilmente nei suoi affetti (tirando in ballo, per altro con la solita disinformazione, la sorella scomparsa qualche anno fa). C’è anche l’indubbia sollevazione di sentimenti negativi che una fake news ha come conseguenza (e, del resto, è uno dei motivi per cui viene creata): questo conduce spesso ad un crescendo di odio, espresso da insulti e minacce, rivolte al soggetto protagonista della bufala. Come più volte è accaduto alla stessa Presidente della Camera. Nel suo intervento la Boldrini ha dunque sottolineato il diritto fondamentale di tutti i cittadini di essere informati correttamente, diritto che le bufale mettono in pericolo.

L’argomento le sta particolarmente a cuore tanto che già in Dicembre aveva annunciato di essere in contatto con i debunker, gli smascheratori di bufale: Paolo Attivissimo de Il Disinformatico, Michelangelo Coltelli di Bufale un tanto al chilo, David Puente del sito omonimo e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca. Ma si era fatta anche promotrice dell’appello contro le bufale, i cui primi firmatari sono proprio i nomi succitati. Questo appello cerca di coinvolgere diversi ambiti: scuola e università (l’educazione civica digitale di cui la Presidente della Camera ha parlato al convegno sembra andare proprio in questa direzione); informazione (chiedendo ai professionisti del settore di aumentare lo sforzo di attività come il debunking e la verifica delle fonti); imprese (per evitare che le loro inserzioni pubblicitarie compaiano sui siti che danno false informazioni); social network (che la Boldrini ha richiamato anche in passato alla loro responsabilità); cultura, sport e spettacolo (per chiedere ai personaggi noti di spendersi contro le fake news e anche contro le conseguenti campagne di odio). Tra i testimonial dell’appello ci sono, tra gli altri, Paola Cortellesi, Francesco Totti, Fiorello e Gianni Morandi.

Questa battaglia servirà? Se ci fermiamo alla fake news che dovrebbero essere l’unico e solo obiettivo di queste iniziative, dobbiamo certo costatare che la risposta dovrebbe essere ancora più incisiva. Chi è inserito quotidianamente nei gruppi di messaggistica si accorge presto che il problema è più a monte e che le fake news hanno avuto possibilità di larga diffusione non soltanto perché non vengono verificate adeguatamente le fonti (quello che – supponiamo – potrà insegnare un’educazione civica digitale), ma anche perché c’è un analfabetismo di ritorno che porta a dare credito anche alle notizie più improponibili, come le bufale sulla necessità di spegnere i telefoni per difendersi dai raggi cosmici, e a diffonderle senza nemmeno fermarsi un attimo a riflettere. Quali fonti dovrà verificare chi presta continuo credito a farlocche raccolte di sangue, a richieste di preghiere partite anni prima e considerate sempre attuali, a minacciosi avvertimenti che ci faranno pagare anche l’aria che respiriamo, a convinzioni ferme sul fatto che sia sufficiente condividere un messaggio per fermare ipotetici furti di dati da parte di hacker dal proprio smartphone? Chi è inserito in questi gruppi di messaggistica, sa anche che esiste sempre un volenteroso/a che spiega che si tratta di una bufala e che è il caso di non farla girare. La risposta qualche volta è un riconoscente grazie (che, tuttavia, non fermerà il credere alla bufala successiva e l’adoperarsi a diffonderla); altre volte, invece, sono sconcertanti affermazioni a metà tra la superstizione e la protervia, tra il fatalismo e l’ignoranza crassa. E la bufala continua ad essere diffusa.

La risposta vera allora dovrebbe avere a che fare con una battaglia molto più difficile e, certamente, più dispendiosa, meno propagandistica e più sostanziale: riportare la cultura in classe e in televisione. Una nazione, in cui un numero considerevole di docenti universitari firma un appello per chiedere che si compiano passi decisivi nell’istruzione perché gli studenti non conoscono l’italiano, deve necessariamente trovare altre strade. Deve ridare smalto agli studi umanistici, per esempio. Portare le persone a teatro, al cinema, alle manifestazioni culturali. Chiedere uno sforzo supplementare alla tv pubblica. Invogliare alla lettura. Dare ai suoi cittadini la possibilità di difendersi non soltanto verificando le fonti, ma soprattutto ampliando gli orizzonti culturali. L’alternativa? Messaggi con raggi cosmici per tutti.

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05/05/2017
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