Politica

di Claudia Cirami

Francia: Brigitte Trogneux ha vinto.

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Brigitte Trogneux ha vinto. Sì, tecnicamente il vincitore è il suo Emmanuel Macron, ma in realtà in parte è stato anche un confronto al femminile tra le due bionde mature di Francia, lei e Le Pen. E lei ha superato Marine. Forse non ha convinto del tutto, perché l’astensione è stata notevole. Ma su Le Pen Brigitte Trogneux si è imposta. Senza ombra di dubbio. Il riconoscimento dell’importanza del suo “dietro le quinte” potrebbe arrivare presto, per opera del marito, che sogna un ruolo più istituzionale per la moglie e vorrebbe adoperarsi per dare alla première dame una funzione non meramente scenica.

Trogneux, negli ultimi mesi, è stata incoronata regina di Francia, già prima dell’ “intronizzazione” effettiva di questi giorni. I media francesi (ma anche quelli internazionali) hanno fatto da sponda alla coppia. Di lei – che pure non era sconosciuta – abbiamo saputo tutto. Delle sue origini (figlia di cioccolatai rinomati ad Amiens), della sua professione (insegnante), del primo matrimonio (dal quale sono nati tre figli), del suo incontro con Macron (che ha mandato a lumache la sua vita di prima). Trogneux ha vinto: lo stesso Macron ha detto, ringraziandola, che non sarebbe lo stesso senza sua moglie. Lei, nei confronti del marito, non è mai stata da meno: come ricorda il Paris Match, alla domanda se Macron fosse buono per la politica, l’ “innamorata” (“L’amoureuse”, come cantava Carla Bruni, ex première dame) ha risposto: «È buono dappertutto, mica solo politicamente […] Non ho trovato ancora un campo dove non è buono». Anagraficamente, potrebbe essere la madre del suo Emmanuel, ma fa di tutto per farlo dimenticare. Veste come una disinvolta quarantenne, non rinunciando ai mini abiti, ai tacchi alti, ai pantaloni di pelle, ai tagli irregolari degli indumenti. Mai fuori luogo, ma di un’eleganza effervescente e, certe volte, persino da pantera. Il suo carré biondo, volutamente scomposto, è il tocco finale in una figura che non sembra la parodia della gioventù, ma, semmai, un’imitazione ben riuscita. Questa la madame che ha vinto e che i francesi sembrano stimare. Ma quale Francia vince con la Trogneux?

Vince la Francia che spera di rinnovarsi ma non scegliendo, realmente, una novità. Se En Marche! è fondazione politica recente, non dimentichiamo, però, che Macron è stato ministro nel secondo governo Valls, e per due anni, dal 2014 al 2016: quello stesso Valls che non è riuscito ad imporre la sua candidatura alle presidenziali perché la sua politica non è stata premiata. La scelta di Macron – che piace perché è giovane e, apparentemente, tutto quello che ha il segno della jeunesse sembra rompere con il passato – è in realtà meno innovativa di quanto sembri. Per fare un paragone, la scelta politica in favore di Macron è come la sua Brigitte: vestita come una dinamica quarantenne ma con le rughe di una persona che fra pochi anni ne avrà 70. Non è un’accusa, solo una costatazione: del resto – a quanto pare – il riferimento alle rughe è della stessa Première dame, che, come riportano diversi giornali, avrebbe spinto ora per una candidatura del marito perché fra qualche anno la sua età sarebbe stata davvero un problema per l’immagine politica di lui. Per quanto la retorica sul “nuovo che avanza” trovi sempre i suoi adepti e faccia sempre una certa presa sugli elettori, in realtà in politica c’è quasi sempre da attendersi poche novità e di solito non certo per il meglio.

Con Trogneux vince anche la Francia che ha timore. Nella Francia multietnica, con una forte componente islamica, l’esasperazione identitaria di Marine Le Pen impaurisce. L’europeismo di Macron&Brigitte, ma soprattutto i richiami ai soliti valori della Francia rivoluzionaria, all’apparenza offrono qualche garanzia in più. Non sappiamo se con Le Pen sarebbe avvenuto un peggioramento riguardo alla potenzialmente esplosiva situazione interna: c’è da registrare, tuttavia, che gli attentati che hanno scosso la Francia non si sono verificati sotto la reggenza di un partito estremista, ma sotto la presidenza di Hollande. Charlie Hebdo, il Bataclan, la promenade des Anglais, padre Hamel: i simboli della Francia colpita a morte hanno avuto origine sotto l’europeista Hollande, icona di un pensiero laico, di sinistra, politicamente corretto. È difficile dire adesso se la scelta Le Pen avrebbe realmente aggravato la situazione, esponendo la Francia a nuovi e terribili attentati, come è altrettanto difficile “profetizzare” in questo momento se il centrista Macron riuscirà a garantire alla propria nazione un periodo di pacificazione. Il rapporto tra città e banlieue, tra cultura secolarizzata e islam, tra francesi autoctoni e immigrati, appare più complesso di analisi che tendono alla semplificazione e che sono prevenute ideologicamente. Emerge una sola convinzione: la Francia non ha voluto rischiare. Dirà il tempo se ha scelto bene o se anche la presidenza Macron sarà segnata da nuovi sanguinari attentati.

Ancora, con Macron/Trogneux, vince la Francia che non vuole rinunciare all’Europa. Il tiramolla tra l’UE e la Gran Bretagna sulla Brexit, dalle conseguenze ancora nebulose, impedisce di prendere una decisione positiva a favore della Frexit. C’è ancora tanta incertezza su quello che questa uscita significherà nei fatti per la Gran Bretagna e, di contro, su cosa può significare per il resto dell’Europa. I francesi hanno così preferito il certo all’incerto. Si era già intuito qualche mese fa con un sondaggio commissionato da Le Figaro, in cui il 45% dei francesi aveva espresso la sua volontà a rimanere dentro l’UE e il 33% si era detto favorevole all’uscita. Il dato non era irrilevante ma, tra i contrari e gli indecisi, non si era prefigurato un preciso orientamento popolare a favore dell’uscita dell’Europa. Marine Le Pen puntava, sebbene con cautela crescente, anche sull’argomento della Frexit. Ma la Francia ha preferito crederci ancora. E l’UE ringrazia.

Vince, infine, la Francia che non mette in discussione un dato di fatto: una donna sulla soglia della quarantina ha perso la testa per un adolescente. Ora sono un uomo e una donna, certo, e il matrimonio è arrivato del 2007, quando erano entrambi adulti, ma l’origine della passione (o la passione alle sue origini) è stata quantomeno sconcertante. Siamo di fronte ad una società (che è in parte francese, ma non solo, visto il dibattito sulla coppia che ha appassionato anche altre nazioni) che sembra non tener più conto dei limiti imposti da una morale condivisa: quei limiti che fino a non molto tempo fa da un lato potevano sembrare opprimenti, ma dall’altro difendevano noi stessi dalle passioni più oscure. L’Attali-pensiero (Jacques Attali è vicino a Macron) è alle porte – con la sua teorizzazione della liquidità delle relazioni affettive, in quel poliamore che assurge a condizione da prediligere rispetto alla famiglia – e forse in molti sono già pronti ad accoglierlo. Intanto, senza batter ciglio, è stata accolta l’insolita coppia. Sostenerne l’atipicità non è sessismo, né bigottismo: è solo costatare la realtà. Perché di qualsiasi aura sentimentale si voglia ammantare la storia d’amore tra i due, rimane una passione che chiamerebbe in causa Freud. Da notare come lo psicanalista austriaco di origine ebraica sia il jolly usato, anche oggi, per spiegare ogni dinamica, tranne quando ideologicamente risulta scomodo: perciò va rigorosamente tacitato in nome del tirannico love is love. La debole protesta di lei – che ha confessato di non averlo mai visto come uno studente, quindi non si è mai trattato di trasgressione – non muta le coordinate della vicenda amorosa. La Francia che si interroga sui postumi della liberazione sessuale, mettendosi in discussione, raccontata dalla belga (ma residente a Parigi) Thérèse Hargot nel suo libro Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), ci aveva fatto ben sperare. La Francia che accetta acriticamente la vulgata del love is love, “raccontata” dalla coppia Macron&Brigitte, inquieta di nuovo.

09/05/2017
2109/2017
S. Matteo

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