Politica

di Claudia Cirami

Le linee guida di Attali

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Dietro Macron c’è Attali. Dietro Attali c’è… La battuta verrebbe fuori abbastanza facilmente. Come tutte le battute, poi, avrebbe anche il suo fondo di verità. L’Anticristo di Solov’ëv è figura che è stata citata più volte negli ultimi anni e quasi sempre a proposito. Una delle caratteristiche dell’Anticristo, tratteggiata dal filosofo russo, era la filantropia. E Attali, a leggere la sua idea di economia, sembra un vero filantropo. Se non si conoscessero le sue perniciose teorie sul poliamore ma anche altro, si sarebbe tentati di considerarlo un benefattore dell’umanità. Ma rinunciamo alle battute facili e ai paragoni letterari – interessanti, certo, ma a volte anche fuorvianti – concentrandoci piuttosto sull’uomo di cui in anni recenti si parla sempre più spesso. Perché il suo nome torna con insistenza sui media non solo francesi ma anche internazionali? Chi è Jacques Attali?

Dire che è mentore di Macron sembra riduttivo. È vero: in un’intervista al Corriere della Sera si è preso il merito di aver introdotto il neo presidente francese nella politica che conta. In passato, però, Jacques Attali, classe 1943, è stato vicino sia a Mitterand che a Sarkozy. C’è dunque un filo rosso che lega la politica francese al nome di questo economista (ma il suo curriculum è anche più ricco), sebbene egli, in apparenza, abbia un rapporto ambivalente con i politici e con la politica. Convinto assertore del fatto che non bisogna aspettarsi alcunché da chi si occupa di politica e contare più sulle proprie forze (e lo ha anche scritto nei suoi saggi), ha fatto una mezza marcia indietro durante la campagna elettorale, probabilmente fiutando le possibilità di Macron di arrivare all’Eliseo. Così scrive il 17 Marzo sul suo sito: «sono tentato di non attribuire importanza alle prossime elezioni presidenziali, non più importanza di qualsiasi altra elezione, in Francia come altrove». La tentazione, però, dura poco e Attali invita a votare per il programma e per il candidato che meglio può fare al caso dell’elettore, abituandosi, però, a non aspettarsi tutto dalle elezioni. In omaggio al suo passato scrive: «Pensa più che mai a quello che puoi fare per te, per gli altri, per i tuoi vicini e per il tuo paese». Ma prima ha messo al bando – senza nominarla – Marine Le Pen, quando ha scritto di evitare «un’ideologia paternalistica orientata all’aiuto, di esclusione, sfiducia e odio che vorrebbe soltanto glorificare il passato e ti renderebbe impossibile diventare te stesso». La sua sfiducia nei confronti della politica, comunque, era già abbastanza “a fasi alterne” se non ha mai escluso di candidarsi all’Eliseo. Già da queste dichiarazioni sembra possibile capire come Attali non sia così facile da classificare. Come minimo.

L’impegno per un’economia positiva è il suo fiore all’occhiello. L’economista e banchiere internazionale si è reso conto che gli stati non riescono a programmare alcunché che non abbia una scadenza in tempi rapidi. Manca loro la lungimiranza di fissare degli obiettivi che abbiano davanti tempi lunghi per essere centrati. Invece, l’economia positiva si propone proprio di guardare lontano, ponendosi obiettivi non immediati. Il cuore di questa economia positiva è pensare alla generazioni future che devono essere nei programmi (dunque, nei pensieri) delle generazioni contemporanee. Non è, per altro, una scelta di buonismo: molti dei servizi futuri dipenderanno proprio dalle generazioni che verranno dopo di noi. Corretto, quindi, non disinteressarsi di esse, ma pensare a loro quando un governo prende delle decisioni politiche ma anche economiche. Finanza ed economia non devono essere contrapposte: la seconda deve mettersi al servizio della prima per superare uno stato di cose che – di qui a poco – provocherà maggiori problemi sociali, economici, politici. In una breve intervista che compare nel sito del Positive Economic Forum, Attali spiega che: «L’economia positiva promuove un impatto positivo sul piano economico, ambientale e sociale, grazie al proprio orientamento verso le generazioni future. Tale impatto positivo si misura con l’Indice della Positività dell’Economia e lo “Ease of Doing Positive Economy Index”, l’indice che rileva quanto sia agevole fare economia positiva». L’indice di positività delle Nazioni ha 29 indicatori e ogni anno misura, genericamente, in quali termini si è mosso il paese esaminato riguardo all’economia positiva. Vengono considerate non soltanto le imprese, ma i diversi “attori” di quella che viene definita “società positiva” e i paesi vengono valutati ogni anno. Di questi indicatori, undici riguardano l’economia (investimenti, debito, ecc), undici concernono società e cultura, quatto il governo, tre sono ambientali. Questo indice, finora, non ha particolarmente premiato l’Italia, che vede lontane le prime posizioni. «Vi penalizza il forte debito pubblico, la corruzione, la scarsa demografia, tutti elementi che non permettono di impostare bene il futuro», ha spiegato l’anno scorso Attali a Repubblica (14/09/16). Ma nella stessa intervista Attali indica la strada, quella dell’accoglienza degli immigrati per ovviare al problema demografico, come ha fatto la Germania: strada impopolare, ma secondo il suo pensiero, coraggiosa.

Ed è ovviamente qui che il pensiero “altruista” di Attali inizia a mostrare le prime crepe. Al calo demografico si dovrebbe rispondere con decise politiche a sostegno della famiglia e, se guardiamo alle esperienze italiane che riflettono sull’economica positiva, per esempio a San Patrignano, sembra esserci un’attenzione per le politiche familiari e demografiche. Ma riguardo Attali conosciamo bene l’idea singolarissima che ha delle relazioni. Netloving è la parola che spiega il suo pensiero, a metà tra la fantascienza e la dittatura del relativismo: Attali è, nei fatti, un teorico del poliamore. La famiglia – per lui – è un retaggio del passato, mentre relazioni fluide, a contratto (a tempo determinato), sono la realtà che immagina per il futuro. Ha scritto Emiliano Fumaneri, che ha analizzato il pensiero di Attali nel blog di Costanza Miriano: «Legami clandestini, esistenze multiple, multisessualità, poligenitorialità, nomadismo affettivo, co-co-co-niugalità: saranno queste divinità a dettar legge nel pantheon high-tech dell’homo eroticus» previsto dal saggista. Come si coniuga tutto questo con le politiche familiari? Ma siamo anche in presenza di un ulteriore crepa dell’ “altruismo filantropico” di Attali. Il pensare di risolvere – per lo meno attualmente – i problemi demografici dei paesi occidentali attraverso massicce ondate di migranti è una forma apparentemente buonista (ma non meno grave) di colonialismo. Siamo in presenza di un neocolonialismo che incoraggia politiche di accoglienza nei confronti di frotte di disperati per risolvere, in fin dei conti, i problemi economici dei paesi più ricchi. Del resto, che sia un problema reale lo dimostrano i diversi appelli dei vescovi dei paesi mediorientali o africani perché i giovani autoctoni non si lascino sedurre dalle sirene della migrazione e rimangano ad aiutare nei luoghi di origine per rendere più forti i loro paesi. Infine, come ha ricordato Giuliano Guzzo sul suo blog, nel 1981 Attali definiva l’uomo macchina umana e auspicava che giunto ai 60/65 anni, quando non era più in grado di produrre, si arrestasse anziché deteriorarsi. L’altruismo di Attali, in definitiva, sembra un altruismo solo a favore di alcuni. Per lo meno finché incoraggia l’accoglienza di migranti come risoluzione dei problemi economici, le relazioni fluide a aperte che finiscono per penalizzare i bambini (e non solo loro) e il modo di arrestare la “macchina umana”.

Nelle varie interviste concesse, fuoriesce, infine, il ritratto di un uomo che crede nella UE e ci crede come forza che può contrastare sia la Russia di Putin che l’America di Trump. Per questo, tuttavia, ritiene necessario che non ci sia una continua fuoriuscita di paesi dall’Unione Europea, come è accaduto con la Gran Bretagna. Come ha dichiarato in un’intervista a Il Mattino, è meglio che esista una UE con tutte le sue difficoltà piuttosto che il nulla. Anche lui non si distacca dal coro di profeti di sventura che vedono nell’uscita dall’Euro e dalla UE il massimo danno per i paesi. Ma già alcuni commentatori politici pensano che la Francia di Macron/Attali non sarà un bene per l’Italia e le sue possibilità di crescita economica. E che l’entusiasmo con cui è stata salutata in Italia la presidenza del giovane candidato di En Marche! è quantomeno avventato. Questo, però, è soltanto profezia del futuro (e non sappiamo quanto si rivelerà attendibile): al momento, sembrano sufficienti gli altri aspetti dell’Attali pensiero a darci preoccupazione.

10/05/2017
2411/2017
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