Società

di Davide Vairani

Scegliere le mamme

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Per non fare crollare la piramide demografica bisognerebbe irrobustire la base giovanile: con più figli, più fertilità, più matrimoni o almeno più coppie. Dobbiamo tornare al 1964 per ritrovare nelle statistiche il record di fecondità. La società ‘childfree’ ci sta portando dall’autunno demografico a un rigido inverno”.

Tre frasi che messe insieme mostrano con evidenza la drammatica situazione in cui versa l’Italia oggi: Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca, da anni ripete lo stesso mantra, cercando in qualche modo di scuotere la politica perché intervenga al più presto con robuste e strutturali politiche demografiche. In Italia, contrariamente ad altri Paesi europei, ci portiamo appresso da decenni un grande tabù: “È dal 1977 che l’Italia è sotto ai due figli per donna – dichiarava Blangiardo sul Foglio del 19 maggio 2017- , ben prima delle crisi economiche e quando si parlava di ‘dinks’, dual income no kids, doppio stipendio e niente bambini: guai a chiedere politiche demografiche, solo politiche sociali”.

Che cosa significa? Significa sostanzialmente che il crollo ormai strutturale della natalità in Italia e lo sfarinamento del sistema famiglia derivano da un mix di fattori culturali ed economici. Per certi versi, più dai più che dai secondi: o meglio, i primi influenzano i secondi. Andiamo con ordine. Per capirci: i trasferimenti monetari come le pensioni o i bonus per le assistenti familiari (le badanti) da soli non sono in grado di favorire e sostenere la famiglia e l’investimento sui figli (esempi di politiche sociali). Politiche demografiche serie e strutturali, invece, possono essere in grado di accompagnare la formazione di nuove famiglie con nuovi figli, a patto che non siano sporadiche ed una tantum, come ad esempio il bonus bebè, oppure non siano contraddittorie come i trasferimenti monetari e/o di servizi cosiddetti di conciliazione tempi di cura/tempi di lavoro per le donne. Il messaggio culturale che continua ad arrivare dallo stato e dalle politiche pubbliche è declinato su una base valoriale inversamente proporzionale al bisogno di figli che l’Italia mostra: i figli sono un costo e non un investimento sul futuro. E le famiglie con figli non sono altro che un formidabile ammortizzatore sociale fai da te che permette allo stato stesso di risparmiare in welfare. I fattori culturali possono diventare pesantissimi quando vengono veicolati da una ideologia pregressa. Facciamo un esempio? “Repubblica” ha pubblicato nei giorni scorsi due articoli dedicati al numero di unioni civili tra persone dello stesso sesso celebrate in Italia da quando è entrata in vigore la legge Cirinnà (da maggio 2016). “In otto mesi 2.802 unioni civili – si legge in uno di questi articoli-. In tutta Italia. Erano 2.433 a fine dicembre. Se ne sono aggiunte 369 tra gennaio e fine marzo. Non c’è che dire: decisamente un flop”. Alla parola “flop”, apriti cielo: si è scatenato un putiferio politico e mediatico a senso unico. Subito a contestare a Repubblica il fatto di aver valutato in termini di applicazione numerica il valore di una legge che ha aumentato i diritti civili di una minoranza, quella delle persone omosessuali. In molti hanno osservato che, anche se fossero state effettivamente poche le persone ad avere usufruito delle unioni civili – “anche ci fosse stata una sola unione civile” -, la validità di un diritto e di una legge non si dovrebbe giudicare dal numero di volte che vengono esercitati. Lo stesso concetto peraltro era stato espresso dal ministro della Famiglia Enrico Costa, intervistato dallo stesso quotidiano. Altri ancora si sono affannati ad incrociare dati e statistiche per mostrare il contrario e che le unioni civili sono esattamente in linea con un trend europeo (leggasi tra i tanti “Le unioni civili in Italia non sono davvero poche” pubblicato su Il Post). Poche o tante che siano, onestamente, non mi interessa. Mi interessa mostrare quanto pesino i messaggi culturali viziati da una ideologia pregressa fuorviante e distruttiva. Il pezzo più incredibile (non sapevo se piangere oppure ridere) spetta di diritto a “Gayburg”: “Altro che ‘flop’! Il 16,6% dell’intera popolazione italiana è più felice grazie alle unioni civili”.“Se secondo Repubblica le 2.802 unioni civili celebrate in un anno sarebbero un ‘flop’, è l’attivista Marco Crudo a fare due conti e ad osservare quelle stesse cifre da un altro punto di vista”- scrive il sito delle lobby lgtb. Non so chi sia questo attivista, di certo è un genio. Come arriva a calcolare il tasso di felicità derivante dalle unioni civili in Italia?

“2.800×2 sposi/e = 5.604 persone felici;

2.800×4 testimoni = 11.208 persone felici;

1.417×50 invitati in media (al nord) = 70.850 persone felici;

1.093×150 invitati in media (al centro) = 163.950 persone felici;

292×300 invitati in media (al sud) = 87.600 persone felici;

Quindi. 5.604 + 11.208 + 70.850 + 163.950 + 87.600 = 339.210 × 20 persone a cui vengono mostrate le foto della cerimonia, si da la bomboniera in segno di affetto e/o rispetto anche se non invitate, ci portano a considerare 6.724.200 persone felici e commosse. E se si aggiungano circa 300.000 persone single invidiosi/e, ex-fidanzati/e, suoceri/e indignati/e e mamme chioccia che alle cerimonie mostrano stizza ma sono comunque felici dentro, si arriva a un totale di 10 milioni di persone felici. Il 16,6% dell’intera popolazione italiana è più felice grazie alle unioni civili rispetto al 2016”. Se dovessimo applicare questo metodo di calcolo alle famiglie italiane con figli arriveremmo addirittura al 3.500%. Ma non finisce qui. Gli arguti di “Gayburg” non possono finire un pezzo se non insultano e denigrano i loro bersagli preferiti. “Ma se poi si vuol dare retta a Repubblica – aggiungono-, si dica tranquillamente che la felicità non conta perché la priorità è parlare di come poter ammazzare gli immigrati tenendo in casa quel fucile che la signora De mari sostiene sia un obbligo per ogni bravo cristiano… E i dati non paiono lasciar dubbi sul fatto che quel 16,6% di felicità abbia più diritto di esistere rispetto a quello 0,6% di elettori di Adinolfi che condizionano la loro presunta felicità all’infelicità altrui, sostenendo che la loro vita si debba basare sul tentare di impedire che il prossimo possa vivere la propria vita con dignità e con tutte le protezioni giuridiche a loro garantite”. Andiamo avanti. La pressione mediatica e politica scaturita ha portato la giornalista Liliana Milella di “Repubblica” (autrice di uno dei due articoli in questione) a doversi spiegare. E lo fa, in questo modo: “Eh no, liberi tutti di criticare un articolo, ma non di fraintenderne il senso. La parola ‘flop’ era chiaramente ed esclusivamente riferita al numero dei matrimoni che ci sono stati, non certo alla legge. Legge sacrosanta, ma - a mio parere - del tutto insufficiente perché priva della stepchild adoption. Una stepchild ‘piena’ e non certo limitata ai soli figli del partner. Legge che avrebbe potuto essere approvata molto tempo prima e che non avrebbe dovuto affatto comportare le polemiche e le divisioni che ci sono state. Tanto ne sono convinta da aver posto proprio queste domande al ministro della Famiglia Enrico Costa. Lui sostiene che una legge più avanzata non avrebbe avuto i numeri in Parlamento, ma io sono libera di pensare che il Pd, se avesse voluto, su un tema etico, avrebbe potuto seriamente cercare un’intesa con altre forze parlamentari, a cominciare da M5S, mentre invece non lo ha fatto. Forse per non perdere i voti dei cattolici? Sono libera di pensarlo. Ma tant’è. Per chi poi volesse sapere come la penso sui diritti, innanzitutto ritengo che siano ‘laici’, e non possano essere condizionati da alcun credo religioso. Credo nei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ritengo che possano adottare bambini come una coppia eterosessuale. Credo che una donna sola o un uomo solo possano chiedere di adottare un figlio se possono garantirgli una buona vita. Credo nel pieno diritto all’eutanasia e alla libera scelta del ‘come’ e del ‘quando’ della propria morte. E ovviamente mi comporterò di conseguenza per quanto mi riguarda. Credo nel pieno diritto di poter fare un figlio, se lo si vuole fare, a qualsiasi età, e anche da soli. Credo in uno Stato pienamente laico, le cui leggi debbano riconoscere i diritti di tutti, non solo dei cattolici. E credo che, sui temi etici, sia inaccettabile il condizionamento pesante di una confessione religiosa. Quindi, sui diritti, non accetto lezioni. Dico solo, a chi come Renzi critica la parola ‘flop’, che il Pd si è fermato dietro la porta di una legge pienamente giusta che avrebbe dovuto comprendere la stepchild. Meno male che, ormai da un anno, ci sono i magistrati, da lui sempre criticati, a metterci ogni giorno una pezza”.

Mai chiarimento fu più propizio. I fattori culturali cui accennavamo all’inizio sono o non sono condizionanti? Ciò che ne esce da “Gayburg” e dalla giornalista Milella è non solo e non tanto che non hanno capito proprio nulla dell’Italia, quanto il fatto che l’ideologia individualista, relativista e laicista sia il principale ostacolo che impedisce alla politica (connivente anch’essa) di mettere in campo serie e strutturali politiche demografiche e sociali. Se di fronte al declino demografico del nostro popolo e dunque del futuro del nostro Paese si alza un polverone per difendere le unioni civili (con o senza la stepchild adoption) si è fatta una scelta precisa: fregarsene. Fregarsene del futuro e pensare solo all’oggi e all’adesso. Pensare a soddisfare i desideri trasformandoli in diritti individuali esigibili a scapito dei diritti collettivi e sociali di una comunità. Non c’entra proprio nulla il credo religioso, c’entra solamente il buon senso: o si investe sulla famiglia e sui figli o un Paese muore. E dato che la natura da sempre mostra che a generare i figli sono un uomo con una donna, e dato che la storia ci insegna che ogni qualvolta un popolo cerca di fare fuori la famiglia per sostituirla con surrogati ha pagato alti prezzi in termini di sopravvivenza, bhè, solo persone ottuse ed ideologiche si guardano l’ombelico. L’Istat stima che al 1° gennaio 2017 la popolazione ammonti a 60 milioni 579mila residenti, 86mila persone in meno sull’anno precedente (-1,4 per mille). La natalità conferma la tendenza alla diminuzione: il livello minimo delle nascite del 2015, pari a 486mila, è superato da quello del 2016 con 474mila. I decessi sono 608mila, dopo il picco del 2015 con 648mila casi, un livello elevato, in linea con la tendenza all’aumento dovuta all’invecchiamento della popolazione. Si conferma la propensione donne ad avere figli in età matura: l’età media al parto è di 31,7 anni. Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162mila). La fecondità totale scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); ciò non è dovuto a una reale riduzione della propensione alla fecondità, ma al calo delle donne in età feconda, per le italiane, e al processo d’invecchiamento per le straniere. Le straniere, infatti, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015). Le italiane sono rimaste sul valore di 1,27 figli, come nel 2015. Malgrado i 4.600 matrimoni in più nel 2015 rispetto al 2014, l’Istat ammette che le famiglie unipersonali sono destinate ad aumentare assieme alle “libere unioni”, un milione di coppie che non sono ancora convolate a nozze e forse non lo faranno mai. Se la tendenza trovasse conferma nei prossimi decenni, “la metà delle donne che appartengono alla generazione del millennio non si sposerà nel corso della sua vita”. Le famiglie con un figlio unico sono praticamente raddoppiate nel giro di 15 anni, nel 1999-2000 erano circa 535.000,mentre oggi le cifre sfiorano il milione. Il modello di famiglia che prevale (62.5%) è quella composta da padre, madre e figli, solo il 5% delle famiglie sono integrate dalla presenza dei nonni e solo il 6% sono famiglie monogenitore.

Si tratta solo di scegliere da che parte stare: in mezzo non si può. Chi ha a cuore il futuro del nostro Paese non può che laicamente schierarsi con chi si batte ogni giorno per la famiglia e i figli. Il resto sono solo chiacchiere vuote e bla bla bla.

10/05/2017
2109/2017
S. Matteo

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