Chiesa

di don Massimo Lapponi

Una madre che protegge i propri figli

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Il 13 maggio di cento anni fa la Madonna appariva a Fatima, in Portogallo, ai tre fanciulli Lucia, Giacinta e Francesco. Oggi, nel centenario di quell’avvenimeto così importante nella storia degli ultimi cent’anni, il Santo Padre Francesco, in pellegrinaggio apostolico a Fatima, eleva agli onori degli altari Giacinta e Francesco Marto, i due pastorelli veggenti, morti in givanissima età, mentre di Suor Lucia è stata recentemente introdotta la causa di canonizzazione.

Tra le tante iniziative in programma per questo importante centenario, vorrei segnalare la prossima uscita - prevista entro il corrente mese di maggio - del mio volume “Il Mistero di Fatima”, pubblicato per iniziativa del Maestro Aurelio Porfiri, nel quale sono riportati diversi articoli, alcuni già pubblicati - anche su questa stessa testata - e altri inediti.

In questi articoli il messaggio di Fatima e il ruolo di Maria nella storia della salvezza non sono considerati in astratto, ma sono confrontati con i più cruciali problemi del nostro tempo. In particolare si cerca di comprendere il senso delle parole che Maria rivolse a Suor Lucia il 13 luglio 1917: «Se ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Se no, diffonderà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa», e della richiesta di consacrare la Russia al suo Cuore Immacolato e di diffondere la devozione al suo Cuore Immacolato in tutto il mondo.

L’approfondimento di queste questioni, come dovrebbe apparire ovvio, porta necessariamente a prendere in seria considerazione le dottrine che sono alla base degli “errori” che la Russia avrebbe diffuso in uttto il mondo, cioè in particolare il marxismo, che è a fondamento dell’opera rivoluzionaria di Lenin e della Russia sovietica.

A quanto viene detto nel volume di prossima pubblicazione, vorrei ora aggiungere alcune riflessioni che mi sono state suggerite dalla lettura del volume di Mons. Pierre Haubtmann “Proudhon, Marx et la pensée allemande” (Grenoble, 1981).

Mons. Haubtmann (1912-1971) è stato uno dei maggiori studiosi di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), il socialista “anarchico” che fu il maggiore avversario di Marx nel movimento rivoluzionario del secolo XIX. Il volume sopra ricordato analizza il momento cruciale dei rapporti tra Marx e Proudhon: dagli incontri parigini tra 1844 e inizio 1845, al grande elogio di Proudhon fatto da Marx ne “La scara famiglia” (1845), fino al palesarsi della loro insanabile divergenza, quale appare nel “Sistema delle contraddizoni economiche o la filosofia della miseria” (1846) di Proudhon e nella sprezzante risposta di Marx nel volume, scritto in francese, “La miseria della filosofia” (1847).

Il volume di Mons Haubtmann è di grandissimo interesse, ma a mio giudizio presenta un limite, che ho avvertito anche in altre letture francesi - in particolare di parte cattolica - del marxismo: il fatto di considerare Marx soprattutto come economista e sociologo e meno come filosofo. Ho notato che invece il Marx filosofo è stato molto più valorizzato in Italia, da Gentile (1885-1944) a Gramsci (1891-1937) a Del Noce (1910-1989).

Il suddetto limite appare soprattutto là dove viene messa in rilevo la divergenza centrale che è alla base dell’insuperabile incompatibilità tra Proudhon e Marx. Questa divergenza insanbile si manifestò palesemente dopo la pubblicazione del “Sistema delle contraddizoni economiche” di Proudhon e, prima ancora che uscisse, come risposta “pubblica”, il suo volume “La miseria della filosofia”, Marx aveva espresso in modo conciso e perfettamente chiaro il proprio pensiero in una lettera di dieci pagine inviata il 28 dicembre 1846 all’emigrato russo Annenkov. Mons. Haubtmann sottolinea la grande importanza di questa lettera, scritta di getto subito dopo la lettura dell’opera di Proudhon, primo abbozzo de “La miseria della filosofia”, «più illuminante dell’opera medesima» e «documento capitale per la storia del pensiero marxista». Egli osserva, anzi, che essa è troppo poco conosciuta.

Commentando il rapporto tra Proudhon e Marx che emerge dalle pagine di detta lettera, lo Haubtamnn scrive:

«[Marx], dotato di un acuto senso del relativo, attento al movimento delle cose umane, come non sarebbe stato irritato dal clima di eternità e di assoluto nel quale si dispiega abitualmente la logica prudoniana? Si può anche pensare che se egli si fosse limitato al piano delle realtà economico-sociali, che era il terreno delle sue osservazioni, non avrebbe avuto torto di rimproverare al suo collega le sue “astrazioni” e le sue “idee eterne”, poiché, in questo campo, ben poche idee sono “eterne”. Così quando egli scrive: “Il modo di produzione, i rapporti in cui si sviluppano le forze produttive, sono tutt’altro che leggi eterne (...) Essi corrispondono a uno sviluppo determinato degli uomini e delle loro forze produttive”, perché non dargli ragione? In questo senso, si può bene ammettere che vi sono, secondo un’espressione marxista, delle verità “storiche”, “transitorie”, se pure sarebbe meglio parlare di verità funzionali: giacché si tratta di designare in tal tal modo un insieme di affermazioni e di giudizi che non sono veri se non in funzione di un contesto determinato e che divengono inesatti in tutt’altro contesto. Ugualmente, quando Marx rimprovera a Proudhon di rappresentarsi l’ideale economico-sociale dell’uomo come tale, di ogni uomo, sotto la luce particolare dell’ideale economico-sociale dell’“uomo borghese” del XIX secolo, non ha affatto torto. L’“uomo prudoniano”, sensibile all’estremo ai valori della libertà e dell’uguaglianza individuali e desideroso di trasferirle su tutti i piani, politico, economico, culturale, etc., è un tipo d’uomo molto ripettabile, la cui età d’oro è stata il 1789 e al quale molti francesi restano ancora attaccati; non è il solo tipo d’uomo possibile, lungi da ciò. Se Marx si fosse accontantato di osservare che a una trasformazione delle “forze produttive” corrispondeva una trasformazione dei “rapporti sociali”, e per conseguenza una variazione nelle idee e nella mentalità di un’epoca, non ci sarebbe molto da obiettargli. Gli si sarebbe dovuto chiedere soltanto di precisare la natura del vincolo di causalità che egli poneva tra queste diverse realtà e se estendeva o meno questa interconnessione all’insieme del dato psicologico, morale e spirituale dell’uomo. In tutti questi ambiti, lo ripetiamo, un sano relativismo è il contrario di un errore: è una verità, e una verità costantemente dimostrata dall’estrema moltieplicità delle civiltà, nello spazio e nel tempo.

«Non è, dunque, quando egli restringe, contro Proudhon, il campo delle “verità eterne” che Marx va fuori strada; è quando egli nega che vi possano essere tali verità. Certo, che non sia facile determinare il numero e la natura di queste “verità eterne”, che sia anche impossibile fare la distinzione tra esse e le verità semplicemente “storiche” o funzionali di cui abbiamo parlato, lo si concederà senza difficiltà! Ugualmente, che lo spirito umano per miopia, per orgoglio, per colpa di un’informazione troppo astratta e insufficientemente attenta alle lezioni della storia - “Historia magistra veritatis”! - abbia piuttosto la tendenza a gonfiare indebitamente la sfera delle prime a detrimento delle seconde, e ad assolutizzare, in tal modo, il relativo, è troppo certo. Ma da qui a negare l’esistenza di un mondo dell’assoluto a cui l’uomo stesso, per le sue radici più profonde, possa avere accesso, ce ne vuole. E tuttavia è questo il passaggio che Mex non esita a compiere quando, senza dubbio per reazione contro il “pericolo di assolutizzazione” e di “mistificazione”, egli cade nella “trappola” del relativismo filosofico, distruggendo, con ciò stesso, ogni vera morale e ogni metafisica (...)

«È qui che Proudhon prende la sua rivincita. Rifiutando, al contrario di Marx, di spiegare l’uomo per ciò che, in sostanza, gli è più esteriore, cioè la sua attività di essre economico, lungi dal considerare il suo essere morale e spirituale come un “riflesso”, la “sovrastruttura” di una realtà esteriore considerata la sola “realtà”, è, all’opposto, nelle “profondità della coscienza” che egli intende scoprire il segreto dell’uomo e della storia umana. Da qui il suo incessante appello all’imperativo morale, al dio Giustizia, quel “dio della storia” e “dio nella storia”, davanti al quale Marx si vela la faccia».

Il discorso è indubbiamente interessante, ma ciò che l’autore avrebbe voluto chiedere a Marx vorremmo ora chiederlo a lui: una maggiore precisione nei suoi concetti. Non sembra, infatti, opportuno, data la posta in gioco, lasciare nel vago la questione dei rapporti tra valori morali assoluti e mutamenti storici, ecomonici e culturali. Ma un chiarimento può essere fatto soltanto passando dal piano storico-sociologico al piano più propriamente filosofico.

La posizione di Marx, su questo punto, è molto rigida, e non appare affatto dettata da una reazione contro pericoli di assolutizzazioni indebite. Lo stesso Mons. Haubtmann osserva che, mentre nel periodo giovanile il concetto che aveva Marx delle “forze produttive” non si limitava alla sola sfera economica e non dava luogo, perciò, a un determinismo economico, più tardi «la sua concezione delle “forze produttive”, pur conservando lo stesso ruolo fondamentale nel suo pensiero, doveva restringersi al piano della produzione dei soli beni materiali, trovando ormai le diverse “alienazioni” umane la loro sorgente nella sola “alienazione economica”: da qui la dottrina del materialismo “stroico”, o “economico”, o, se si preferisce, “dialettico”».

Scrive Marx ne “La miseria della filosofia”:

«Gli stessi uomini che stabiliscono i rapporti sociali conformemente alla loro produttività materiale, producono anche i principi, le idee, le categorie, conformemente ai loro rapporti sociali. Così queste idee, queste categorie sono tanto poco eterne quanto lo sono le relazioni che esse esprimono. Esse sono dei prodotti storici transitori. Vi è un movimento continuo di accrescimento nelle forze produttive, di distruzione nei rapporti sociali, di formazione delle idee».

Dunque la liberazione delle masse dall’alienazione econimica non è questione di applicazione di principi morali, come pretendeva Proudhon, ma di dialettica interna al movimento delle forze di produzione dei beni materiali. Ciò viene espresso da Marx nel seguente passaggio della lettera ad Annenkov, testo di importanza assolutamente capitale, come si può vedere, per tutto l’avvenire del mondo:

«Al posto del grande movimento storico, che nasce dal conflitto tra le forze produttive degli uomini già acquistate e i loro rapporti sociali, che non corrispondono più a queste forze produttive; al posto delle guerre terribili che si preparano tra le differenti classi di una nazione, tra le differenti nazioni; al posto dell’azione pratica violenta delle masse, che sola potrà risolvere questa collisione; al posto di questo movimento vasto, prolungato e complicato, Proudhon mette il movimento capriccioso della sua testa. Così sono i sapienti, gli uomini capaci di sottrarre a Dio il suo intimo pensiero, che fanno la storia. Il popolo minuto non deve fare altro che applicare le loro rivelazioni. Voi capite ora perché Proudhon è nemico dichiarato di ogni movimento politico».

Dunque per Marx la sola realtà sono le forze di produzione e i rapporti economici, mentre le idee filosofiche, morali e religiose non sono che loro riflessi trasitori. Nella dialettica hegeliana ricondotta da Marx sul piano esclusivo delle forze produttive e dei rapporti economici, il movimento storico appare mosso da una sorta di necessità metafisica, la quale richiede ineluttabilmente «guerre terribili» e «azione pratica violenta delle masse» per risolvere le contraddizoni costitutive del processo di sviluppo dell’uomo. Voler sostituire a questo movimento storico le idee filosofiche e i giudizi morali, come vorrebbe Proudhon, significa uscire dalla realtà e isolarsi dalla dimensione storico-sociale, che si realizza nella dialettica dei mezzi di produzione e dei rapporti economici, e volersi rifugiare nel mondo interiore delle sterili idee filosofiche, morali o addirittura religiose, costituisce la colpa più grave, il carattere proprio e infamante dell’egoismo borghese.

Invece di limitarci alle osservazioni, giudiziose ma troppo generiche dei Mons. Haubtmann, proviamo a muoverci sul terreno più rigorosamente filosofico.

Per prima cosa vorrei riferire un espediente con il quale un professore di matematica cercava di rendere accettabile ai suoi giovani allievi l’idea che potessero esistere più di tre dimensioni spaziali. Immaginatevi - egli diceva - che esista un bruco, il quale è costretto dalla sua stessa natura a tenere sempre il viso attaccato alla terra. Per lui esisterebbero soltanto due dimensioni e l’esistenza di una terza dimensione sarebbe impensabile. Così per noi sono impensabili altre dimensioni, oltre le tre che il nostro sguardo limitato ci costringe a sperimentare.

Solo dopo molti anni dopo che, da ragazzo, mi avevano riferito questo esempio mi resi conto che esso era un puro sofisma. Infatti, l’ipotetico bruco costretto ad aderire perfettamente alla terra non vedrebbe affatto due dimensioni: non ne vedrebbe alcuna! Egli effettivamente vedrebbe un punto e nulla più. Per poter vedere due dimensioni dovrebbe necessariamente sollevare la testa, e a questo punto ne vedrebbe tre! Infatti la cognizione delle dimensioni geometriche non avviene per addizione, ma per sottrazione. Noi, cioè, non partiamo dal punto e dalla retta per poi passare al piano e poi al solido, ma, al contrario, partiamo dall’intuizione del solido per poi astrarre da esso il piano, la retta e il punto.

Un sofisma analogo lo troviamo nel materialismo storico. Esso sostiene che la società è mossa, nella sua storia, da cause materiali, quali sarebbero le necessità economiche e gli strumenti necessari a soddisfarle, mentre tutto il mondo delle idee filosofiche, morali e religiose non sarebbe che un sottoprodotto o una sovrastruttura delle vere cause che non spiega nulla.

Ma in realtà, come il bruco non vedrebbe le due dimensioni senza la terza, così i fattori economici possono costituire una “storia” e una “struttura sociale” significativa soltanto se appaiono nel mondo superiore della coscienza umana. È infatti il mondo “interiore” della coscienza umana, e non il mondo “esteriore” dei beni materiali il luogo proprio della comunità storica e sociale. Al di fuori di esso i fattori metriali non sarebbero altro che il punto perfettamente isolato e chiuso in se stesso visto dal povero bruco.

Ora questa “terza dimensione” indispensabile, costituita dalla coscienza umana, non si può coartare nella sola funzione di rendere intelligibili i fatori economici e materiali, come la terza dimensione geometrica non esiste esclusivamente per rendere visibile la seconda.

Lo stesso Marx, infatti, per una contraddizione inevitabile, dà alla coscienza umana un posto tutt’atro che limitato alla misurazione dei rapporti economici.

Mons. Haubtmann accennava alla difficoltà di determinare i valori morali fondati su “verità eterne”, per altro innegabili. Se umilmente ascoltiamo la lezione degli antichi teologi, apprendiamo che il principio morale fondamentale si può esprimere in due parole: «Bonum faciendum», dove il “bonum” non è altro che il fine a cui è naturalmente diretta una facoltà umana, e la facoltà umana per eccellenza, l’intelligenza. Se l’intelligenza è quello che è, il suo “bonum” sarà “intelligere”, cioè conoscere la verità. Ora Marx stesso non va su tutte le furie e non si risveglia in lui tutto il suo senso morale quando gli sembra che qualcuno, come ad esempio Prudhon, si allontana dalla verità e aderisce a dottrine che egli ritiene false? Non c’è in questo suo, per altro frequentissimo, furore morale nulla che faccia pensare ad una dialettica ecomonica. E del resto, se i rapporti sociali non corrispondono più alle forze produttive, ciò apparirà soltanto alla luce della coscienza umana, come alla medesima coscienza apparirà la necessità di risolvere la relativa collisione.

Quando Marx scrive che il proletariato, «che non vuole farsi trattare come una canaglia, ha molto più necessità del suo coraggio, della sua coscienza di sé, del suo orgoglio e spirito di indipendenza che non del pane», non sta parlando di rapporti sociali che non corrispondono più ai mezzi di produzione del “pane”, ma sta parlando alla coscienza morale del proletariato, della quale esso ha bisogno più che del pane, e perciò più che dei relativi mezzi di produzione!

E lo stesso Mons. Haubtmann riporta un testo di Marx del 1865, nel quale quest’ultimo, dopo aver squalificato come irrilevante la “Prima memoria” di Proudhon, che invece nel 1845 egli aveva salutato come un «manifesto scientifico del proletariato francese», contraddittoriamente scrive:

«L’audacia provocante con la quale egli [Proudhon] porta la mano sul santuario economico, gli spiritosi paradossi con cui si beffa del piatto senso comune borghese, la sua critica corrosiva, la sua amara ironia, con qua e là un sentimento di rivolta profondo e vero contro le infamie dell’ordine stabilito, il suo spirito rivoluzionario, ecco ciò che elettrizzò i lettori di “Che cos’è la proprietà?” e impresse un impulso potente in seguito all’apparizione del libro».

Ovviamente il «sentimento di rivolta profondo e vero contro le infamie dell’ordine stabilito» non ha nulla a che vedere con la dialettica dei mezzi di produzione, ma fa paradossalmente appello ai valori morali viscerali dell’uomo e all’aspirazione insopprimibile espressa lapidariamente dalle due parole latine: «Bonum faciendum»!

Purtroppo, però, l’illusoria dialettica del materialismo storico, dopo aver offuscato la vista di Marx, ha fatto breccia in misura incalcolabile nella storia del mondo, diffondendo tra i popoli la convinzione che le «guerre terribili» e la «pratica violenta delle masse» fossero non un male da evitare il più possibile, anche se non sempre evitabile, ma, al contrario, una necessità, più che storica, metafisica, costitutiva della realtà e, come tale, una sorta di dovere morale.

In questo senso si può legittimamente affermare che Marx, come teorizzatore della necessità metafisica dell’assassinio di massa, è il più grande assassino della storia. Infatti non è assassino soltanto l’esecutore, ma anche e più il mandante e l’istigatore. E, se Marx è stato l’istigatore dell’assassinio di massa, purtroppo nel 1917 c’era qualcuno - e non sarebbe stato l’ultimo - che si preparava a raccogliere la sua istigazione e a mettere in pratica la sua lezione di metafisica assassina.

Questo fatto getta una luce chiarificatrice sulle parole della Madonna a Fatima, proprio nel 1917, sul pericolo che la Russia effondesse i suoi errori nel mondo, «suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte».

Ma c’è un aspetto del programma di morte di Marx che occorre sottolineare.

Nel 1948 e gli scriveva:

«Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti.

«Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica.

«La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale (...)

«Del resto è ovvio che, con l’abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale».

Che la dialettica degli strumenti di produzione dovesse portare, con l’abolizione della famiglia, alla scomparsa della prostituzione è un assunto indeducibile. Ma è più che ovvio che, una volta eliminati i principi morali familiari che davano un senso morale e spirituale al sesso, quest’ultimo dovesse straripare dai suoi propri argini portando la rovina ovunque, come l’esperienza ha largamente dimostrato. Anche questo fenomeno inquietante dei nostri giorni non è, dunque, estraneo agli “errori” che la Russia si disponeva a diffondere nel mondo.

Tanto più appaiono luminosamente profetiche le parole dette da Maria a Suor Lucia il 13 giugno del 1917:

«Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».

15/05/2017
2109/2017
S. Matteo

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