Società

di Lucia Scozzoli

USA: La pupa secchiona

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La più bella degli stati Uniti è Kara McCullough, ha 25 anni ed è la nuova miss America eletta a Las Vegas, in Nevada, nella finale di sabato scorso. Ci interessa un po’ perché Kara è nata a Napoli, essendo figlia di un marine americano (e in Italia di basi americane ce ne sono la bellezza di 113, meno male che siamo alleati), ed è cresciuta tra la Sicilia, il Giappone, la Corea del Sud e le Hawaii, poi si è fermata a studiare alla South Carolina State University. La bella ragazza è di colore, ha lunghi capelli ricci neri, è laureata in chimica e fa parte della Us Nuclear Regulatory Commission, la commissione americana che regola l’uso civile dell’energia nucleare. Ha alternato agli studi la partecipazioni a molteplici concorsi di bellezza, mostrando in questo una propensione all’eccellenza in ambiti assai distanti tra loro, cosa abbastanza diffusa in America e del tutto inedita in Italia. Il suo obiettivo, dice è «incoraggiare molti bambini e donne a dedicarsi alla tecnologia e alla matematica». Sicuramente il suo personaggio ora pubblico ha dei profili di originalità importanti, non è così facilmente etichettabile: durante il concorso ha risposto ad una domanda sulla sanità posta dalla giuria affermando che «non è un diritto, ma un privilegio. Come dipendente pubblica ho le cure mediche garantite. Ma abbiamo bisogno anche di posti di lavoro», abbracciando in pieno la linea di Trump in merito alla riforma sanitaria in corso, secondo il quale una tassazione elevata deprime l’economia, crea disoccupazione e aumenta la povertà, mentre lo smantellamento del welfare e la diminuzione delle tasse vivacizza l’economia, aumenta i posti di lavoro e crea più ricchezza per tutti, anche per farsi da soli l’assicurazione sanitaria. Quindi Kara si è allineata al pensiero conservatore.

Poi però sul femminismo Kara sembra più democratica: «Come donna scienziata del governo, preferirei tradurre la parola femminismo in “equalism”. Davvero io non voglio considerarmi, o almeno cerco di non considerarmi una di quelle irriducibili che dicono cose tipo: “Non mi interessa nulla degli uomini”. Penso, invece, che le donne siano semplicemente uguali agli uomini quando si presenta un’opportunità nei luoghi di lavoro» oppure «Io voglio vedere più donne in grado di raggiungere posizioni di leadership nel campo della ricerca sull’energia, nei laboratori pubblici e privati. Ho partecipato a riunioni in cui il rapporto tra uomini e donne era di 10 a 2. Sono questi numeri che ispirano il mio comportamento. Sto lavorando con le ragazze per consentire loro di fare esperienza in questi settori prima degli studi universitari. Penso che siamo vicini a un Rinascimento guidato da donne leader»

Kara dunque spariglia le carte di chi tende alla semplificazione allineando i temi sotto due colonnine ben distinte, progressisti e conservatori, ma non è sicuramente l’unica: sul Washington Post all’inizio di maggio è comparsa la testimonianza di due genitori che raccontano di come hanno deciso di non abortire il loro figlio, Jack, quando hanno scoperto che sarebbe nato con gravi malformazioni (microsomia craniofacciale è la sua patologia) e di come un popolo di prolife abbia applaudito e sostenuto la loro scelta coraggiosa. Poi però ora lo smantellamento dell’Obamacare li mette in difficoltà serie, perché Jack ha avuto bisogno della tracheotomia, quindi anche di un servizio infermieristico (privato) specializzato e di un sistema automatico antisoffocamento per la notte, al costo di 40 dollari all’ora. L’assicurazione della famiglia non copriva altro. Per il soggiorno in hotel durante la terapia neonatale, per le visite specialistiche, per i corsi nella lingua dei segni indispensabili per comunicare col bambino, per ogni altra necessità, si sono affidati al Medicaid, il programma federale sanitario degli USA per le famiglie a basso reddito messo in piedi da Obama.

La propaganda conservatrice contro tale programma si nutre anche di molta retorica da retrobottega del sogno americano, per cui se non sei stato capace di farti un’assicurazione sanitaria con il tuo lavoro, vuol dire che sei una persona pigra ed egoista, che grava sulle spalle della collettività.

Durante la campagna elettorale negli USA questa coppia si è trovata a discutere con tanti amici prolife proprio su questo tema atroce: un voto per Hillary era un voto a favore degli abortifici di Planned Parenthood e affini, a favore anche degli aborti tardivi, post nascita addirittura, ma era anche a favore del mantenimento di un sistema di welfare minimale che tutelava persone come loro, non pigre, non nullafacenti, ma solo molto colpite dalla malattia e concretamente prolife, tanto da decidere di non sopprimere una vita incerta e difficile come quella di Jack.

Il quesito si è posto e continua a porsi con forza: una difesa della vita in modalità propagandistiche, come a volte è apparsa la battaglia senza quartiere ai finanziamenti federali alle strutture sanitarie che si occupano solo di aborto, deve retrocedere davanti al dubbio amletico obamacare sì obamacare no? In fondo i soldi intascati da Planned Parethood comunque non intaccano il diritto alla donna di tenersi il proprio figlio, mentre i finanziamenti tolti al Medicaid sottraggono il pane alle famiglie che stanno sostenendo il peso delle loro scelte prolife e inducono forse all’aborto chi non se la sente di sobbarcarsi in toto e da solo il carico economico conseguente ad una diagnosi infausta. È vero che la stragrande maggioranza degli aborti non avviene per motivi medici, ma per leggerezza culturale, per il clima sociale che ha tolto all’atto la sua valenza tragica trasformandolo in diritto, ma è anche vero che i disabili già nati devono vivere adesso.

La situazione non è così chiara come qualcuno la vorrebbe dipingere, gli schieramenti si stanno confondendo nel tentativo di classificare azioni politiche dalla propaganda roboante e dalle conseguenze mai abbastanza valutate.

La difesa dei diritti delle donne e l’integrazione dell’immigrazione; la tutela della vita nascente e il welfare; la lotta alla discriminazione e al bullismo e il sostegno all’economia. Mille temi, mille argomenti che democratici e conservatori hanno estratto dal cilindro ed hanno spuntato con un sì o con un no in modo netto, per caratterizzare a fini elettorali una propria fisionomia decisa. Ma la realtà sul campo ci parla di altro, ci racconta di divisioni di tutt’altro tipo e molto più arcaiche di queste bandiere modaiole: come sempre, assistiamo ad un conflitto tra ricchi e poveri.

L’aspetto più subdolo delle propagande bulgare su temi complessi è che ciascuno usa come cavallo di troia un argomento sensibile per infilarci dentro di tutto, facendo sì che non ci sia una divisione tra buoni e cattivi, ma siano tutti cattivi travestiti da buoni. Così il femminismo si trascina dietro il genderismo, la difesa della salute della donna diventa propaganda per l’aborto, la lotta agli abortifici diventa scusa per smantellare tutto il welfare, la difesa dell’identità culturale pretesto per costruire muri col filo spinato, la diffusione della democrazia vessillo di bombardamenti, eccetera.

L’America è un sistema gestito da lobby da molto tempo, forse da sempre, e questo si sa: le lobbies farmaceutiche, quelle delle armi, le assicurazioni sanitarie, le banche, i grandi produttori di non so che, le lobbies etniche, ce n’è per tutti. Manca una lobby che difenda i più poveri, quelli non interessano a nessuno.

La miss italo-afroamericana dalla carriera avviata che parla di diritti alle donne facendo l’esempio delle quote rosa ad una riunione all’UNRC è la rappresentazione vivente della falsità delle etichette esteriori: l’affermazione sociale rende tutti all’improvviso somiglianti, molto più dell’uniformità del colore della pelle, del genere o del partito politico. I poveri invece restano sparigliati, brutti, diversi e divisi. D’altra parte il maggior successo del potere è di fare credere allo schiavo che suo nemico sia l’altro schiavo.

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17/05/2017
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