Storie

di Valerio Musumeci

Il caso Malaussène di Daniel Pennac

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Sia detto in premessa: Daniel Pennac è uomo incredibilmente onesto, oltreché autore incredibilmente fine. Prova ne sia che il Malaussène di cui andiamo a parlare - uscito a quasi vent’anni dall’ultimo, quando ormai sfiorivano le speranze di tornare a Belleville con Benjamin e gli altri membri della tribù - non ha come argomento il terrorismo che ha insanguinato Parigi negli ultimi anni. Ne avrebbe avuto diritto, Pennac, di impostare la sua rentrée sulle stragi islamiste. Da anni racconta la periferia francese e le complessità della banlieu parigina - mescita di cristiani e mussulmani, occidentali e orientali, pacifismi e soverchierie, santità e droghe - humus di molti lupi solitari visti in azione in giro per l’Europa e sopratutto in Francia. Ne avrebbe avuto diritto, dunque, a scrivere di terrorismo: ma sceglie di non banalizzare ulteriormente il male facendone soggetto di romanzo. Centrandone così la descrizione più efficace, fatta di flash scientifici per quanto episodici. Ma questa era solo la premessa, non allarghiamola troppo.

Riassunto delle puntate precedenti ad uso di chi non avesse letto gli altri libri del ciclo, così che possa ingolosirsi e rimediare: a Belleville, sobborgo della Capitale, vanno in scena dalla seconda metà degli anni Ottanta - pubblicate oltralpe da Gallimard e in Italia da Feltrinelli - le avventure di un individuo curiosissimo che di nome fa Benjamin Malaussène e di mestiere il capro espiatorio. Il concetto - mutuato dall’opera di René Girard, oltreché dal senso comune - diventa impegno lavorativo prima in un centro commerciale (che ben presto inizierà ad esplodere) e poi presso una scafatissima casa editrice (le edizioni del Taglione) presso cui Benjamin avrà il compito ingrato, e ben pagato, di fare da cuscinetto tra le intemperanze degli autori e le esigenze degli editori. Di beccarsi i cazziatoni degli uni e degli altri, insomma, cosa che gli consentirà di campare dignitosamente con la numerosa famiglia, una decina di fratelli tutti figli della stessa madre e di padri diversi. All’interno di questa tribù, e attingendo ai caratteri di ognuno nel contesto di una Belleville che non è più soltanto periferia ma non ancora città, avvengono i fatti descritti ne “Il paradiso degli orchi” (“Au bonheur des ogres”, 1985), “La fata carabina” (“La fée carabine”, 1987), “La prosivendola” (“La petite marchande de prose”, 1989), “Signor Malaussène” (“Monsieur Malaussène”, 1995), “Ultime notizie dalla famiglia”, (“Monsieur Malaussène au théâtre”, 1995 e “Des Chretiens et des maures”,1996), “La passione secondo Thérèse” (“Aux fruits de la passion”, 1999). La saga si fermò, come si vede, alle soglie del nuovo millennio. E lì sembrava destinata a rimanere, malgrado sporadiche assicurazioni di Pennac che qualcosa stava accadendo e dei Malaussène si sarebbe ancora sentito parlare. Intanto uscivano nuovi lavori - e belli - dello scrittore di origini corse, un passato da insegnante e un presente da alfiere della letteratura francese nel mondo (senza il gravame di nessun intellettualismo). Insomma noi appassionati ci avevamo perso le speranze, finché due settimane fa in Italia, e poco prima in Francia, ecco il miracolo. Malaussène è tornato. E naturalmente si farà male al posto di qualcun altro, essendo ancora un capro espiatorio professionista.

“Il caso Malaussène. Mi hanno mentito” è un ritorno graditissimo a ficcare il naso nelle vicende della famiglia vent’anni dopo averla lasciata. La troviamo, naturalmente, molto diversa. Diciotto anni si fanno sentire, sopratutto sulle spalle del protagonista: ridotto a custodire scrittori minacciati nella campagna francese - ma in realtà compiaciuto di quell’isolamento - Benjamin è adesso un uomo nella piena mezza età turbato dalla prospettiva di cadere nella terza. Il mondo intorno a lui è cambiato, le informazioni si sono digitalizzate e accelerate, nemmeno il silenzio della campagna francese riesce a contenerle. Impotente di fronte l’ubiquità della notizia, Malaussène apprende che un influente consulente finanziario nonché ex ministro è stato rapito, poco prima di ricevere la liquidazione da un’azienda che ha aiutato a licenziare migliaia di dipendenti. Si chiama Georges Lapietà (il cognome suona italiano, che di cose italiane sono pieni i romanzi di Pennac) e Malaussène è sicuro che prima o poi sarà incriminato per il rapimento, pur non centrando assolutamente nulla. Avverrà verso la fine del romanzo, quando avremo conferma del fatto che per sapere come andrà a finire dovremo aspettare la seconda parte. A scandire la vicenda, in una sorta di aggrovigliata meta-storia, il lavoro dello scrittore Alceste, della scuderia delle edizioni del Taglione, che Malaussène ha il compito di proteggere da sé stesso e dagli altri. “Mi hanno mentito” è il titolo di un suo romanzo sulla post-verità che ha suscitato le ire dei familiari e venduto un sacco di copie. Si attende adesso “La loro grandissima colpa”, che casualmente sarà anche il sottotitolo della seconda parte di questo “caso Malaussène”.

Che qualche rotella parta nel tentativo di comprendere ciò che non si è ancora letto, tranquilli, è normale. Con Pennac lo sgomento è rituale, perché l’ordito dei suoi romanzi è talmente lunare, fantasioso e grottesco che a fatica si entra nelle sue maglie (ma la fatica la si affronta volentieri, dicono le milioni di copie vendute). Questo specifico episodio, poi, è curioso per ragioni contestuali. La prima delle quali, lo accennavamo all’inizio, è l’intervenuta condizione geopolitica mondiale, con la minaccia del terrorismo e l’isolamento solipsista che del terrorismo è causa scatenante. Lo fotografa bene l’autore in un passaggio del romanzo, uno dei flash che caratterizzano lo sfondo. Incontrando un giovane musulmano nel corso delle indagini, un vecchio agente di polizia diagnostica il rischio della radicalizzazione con più efficacia di molti sociologi: “Totale assenza di immaginazione, questa la tragedia - dice l’agente Titus parlando del giovane arabo - Frustrazione. Futuro morto. A breve termine. Gli mettono in testa quattro cazzate e quello si fa saltare in aria uso bomba umana. Mi fa uscire pazzo pensare che non arriverà ai trent’anni”. Di tali riflessioni passeggere - ma di taglio scientifico, descrivendo dei rapporti causa-effetto - è fatta l’analisi di Pennac sul terrorismo. Lo scrittore, lo abbiamo detto, che meglio di chiunque altro in Francia ha analizzato i drammi della banlieu parigina. Sul tema, insomma, il romanzo si sarebbe scritto da solo. L’ex professore con gli occhiali tondi fa una scelta diversa, regalando così al libro i caratteri dell’unicità: affrontare un problema nella sua totalità senza di fatto affrontarlo. Una cosa rara.

Ma c’è di più. Se i romanzi delle origini, fin quasi alla fine del “primo ciclo” (1999), erano caratterizzati da una cattiveria rasente l’efferatezza, con persone esplose - sic! - sette sataniche e nazisti all’opera, assassini e psicopatici di ogni sorta decisi a seminare crudeltà in giro per Belleville e Parigi, e se lo scrittore si compiaceva di tanta cattiveria trovando nell’umorismo suo e di Benjamin la chiave per uscire dal noir e trovare il lieto fine, oggi scrittore e personaggio rinunciano alla cattiveria per sposare un diverso approccio alle cose. Perdendo anche un po’ del loro umorismo, che infatti qui è sottobraccio, appena accennato: Malaussène è stanco e immalinconito, non vuol più combattere, non vuol più vincere - facendo finta di perdere - le battaglie che la vita continua a proporgli. Vuole evadere dalla città e rifugiarsi in campagna, nel Vercors che ha scoperto grazie all’amata Julie e che oggi ama più di Julie stessa. Vuole osservare i tramonti e chiedersi perché gli piacciano così tanto, pur rappresentando uno struggimento piuttosto banale, vuol parlare alle malvarose e agli altri fiori e non avere a che fare più - per carità! - con scrittori, editori, killer e poliziotti. Vorrebbe soltanto la pace, e stare con i suoi figli: con suo figlio biologico, per meglio dire, e con le altre decine che una madre allegra gli ha destinato sotto forma di fratelli, con rispettiva prole a carico. Questo vorrebbe, Benjamin Malaussène. Naturalmente il Caso - che secondo Pennac ha dignità, quasi, di personaggio - si metterà all’opera per impedirlo.

Malaussène sarà arrestato per il rapimento di Georges Lapietà. Sarà scarcerato poco dopo, ma ciò che conta è che qualcuno lo riterrà responsabile di qualcosa che non ha commesso. Riportandolo al ruolo di capo espiatorio che sin dal primo romanzo ammette essere l’unica sua vocazione. Per questo non è un’eccesso di anticipazione quello che ci siamo concessi: come si arriverà all’ingiusta accusa, e come farà il protagonista ad uscirne, bisogna leggere il romanzo per saperlo. All’innocenza del personaggio, alla sua purezza nonostante le false accuse - le cose false sì che cercano di diventare vere - alla speranza che da questo sorge, il compito di dar senso alla storia.

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17/05/2017
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