Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Una parrocchia ad Ostia e cinque nuovi cardinali per Papa Francesco

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Papa Francesco prosegue la sua opera pastorale con una serie di impegnative giornate di Maggio.
Ancora riecheggiano nelle nostre orecchie le forti parole del Regina Coeli: “Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di oggi (cfr Gv 14,15-21), continuazione di quello di domenica scorsa, ci riporta a quel momento commovente e drammatico che è l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. L’evangelista Giovanni raccoglie dalla bocca e dal cuore del Signore i suoi ultimi insegnamenti, prima della passione e della morte. Gesù promette ai suoi amici, in quel momento triste, buio, che, dopo di Lui, riceveranno «un altro Paraclito» (v. 16). Questa parola significa un altro “Avvocato”, un altro Difensore, un altro Consolatore: «lo Spirito della verità» (v. 17); e aggiunge: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi» (v. 18). Queste parole trasmettono la gioia di una nuova venuta di Cristo: Egli, risorto e glorificato, dimora nel Padre e, al tempo stesso, viene a noi nello Spirito Santo. E in questa sua nuova venuta si rivela la nostra unione con Lui e con il Padre: «Voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (v. 20). Meditando queste parole di Gesù, noi oggi percepiamo con senso di fede di essere il popolo di Dio in comunione col Padre e con Gesù mediante lo Spirito Santo. In questo mistero di comunione, la Chiesa trova la fonte inesauribile della propria missione, che si realizza mediante l’amore. Gesù dice nel Vangelo di oggi: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (v. 21). E’ l’amore che ci introduce nella conoscenza di Gesù, grazie all’azione di questo “Avvocato” che Gesù ha inviato, cioè lo Spirito Santo. L’amore a Dio e al prossimo è il più grande comandamento del Vangelo. Il Signore oggi ci chiama a corrispondere generosamente alla chiamata evangelica all’amore, ponendo Dio al centro della nostra vita e dedicandoci al servizio dei fratelli, specialmente i più bisognosi di sostegno e di consolazione. Se c’è un atteggiamento che non è mai facile, non è mai scontato anche per una comunità cristiana, è proprio quello di sapersi amare, di volersi bene sull’esempio del Signore e con la sua grazia. A volte i contrasti, l’orgoglio, le invidie, le divisioni lasciano il segno anche sul volto bello della Chiesa. Una comunità di cristiani dovrebbe vivere nella carità di Cristo, e invece è proprio lì che il maligno “ci mette lo zampino” e noi a volte ci lasciamo ingannare. E chi ne fa le spese sono le persone spiritualmente più deboli. Quante di loro – e voi ne conoscete alcune -, quante di loro si sono allontanate perché non si sono sentite accolte, non si sono sentite capite, non si sono sentite amate. Quante persone si sono allontanate, per esempio da qualche parrocchia o comunità per l’ambiente di chiacchiericcio, di gelosie, di invidie che hanno trovato lì. Anche per un cristiano saper amare non è mai un dato acquisito una volta per tutte; ogni giorno si deve ricominciare, ci si deve esercitare perché il nostro amore verso i fratelli e le sorelle che incontriamo diventi maturo e purificato da quei limiti o peccati che lo rendono parziale, egoistico, sterile e infedele. Ogni giorno si deve imparare l’arte di amare. Sentite questo: ogni giorno si deve imparare l’arte di amare, ogni giorno si deve seguire con pazienza la scuola di Cristo, ogni giorno si deve perdonare e guardare Gesù, e questo, con l’aiuto di questo ”Avvocato”, di questo Consolatore che Gesù ci ha inviato che è lo Spirito Santo. La Vergine Maria, perfetta discepola del suo Figlio e Signore, ci aiuti ad essere sempre più docili al Paraclito, lo Spirito di verità, per imparare ogni giorno ad amarci come Gesù ci ha amato”.
Quindi al termine del Regina Coeli nuovi appelli per chi soffre:”Cari fratelli e sorelle, giungono purtroppo notizie dolorose dalla Repubblica Centrafricana, che porto nel cuore, specialmente dopo la mia visita del novembre 2015. Scontri armati hanno provocato numerose vittime e sfollati, e minacciano il processo di pace. Sono vicino alla popolazione e ai vescovi e tutti coloro che si prodigano per il bene della gente e per la pacifica convivenza. Prego per i defunti e i feriti e rinnovo il mio appello: tacciano le armi e prevalga la buona volontà di dialogare per dare al Paese pace e sviluppo.
Il prossimo 24 maggio ci uniremo tutti spiritualmente ai fedeli cattolici in Cina, nella ricorrenza della Beata Vergine Maria “Aiuto dei Cristiani”, venerata nel santuario di Sheshan a Shanghai. Ai cattolici cinesi dico: alziamo lo sguardo a Maria nostra Madre, perché ci aiuti a discernere la volontà di Dio circa il cammino concreto della Chiesa in Cina e ci sostenga nell’accogliere con generosità il suo progetto d’amore. Maria ci incoraggia ad offrire il nostro personale contributo per la comunione tra i credenti e per l’armonia dell’intera società. Non dimentichiamo di testimoniare la fede con la preghiera e con l’amore, mantenendoci aperti all’incontro e al dialogo, sempre.
Desidero annunciare che mercoledì 28 giugno terrò un concistoro per la nomina di cinque nuovi cardinali. La loro provenienza da diverse parti del mondo manifesta la cattolicità della Chiesa diffusa su tutta la Terra e l’assegnazione di un titolo o di una diaconia nell’urbe esprime l’appartenenza dei cardinali alla diocesi di Roma che, secondo la nota espressione di Sant’Ignazio [di Antiochia], presiede alla carità di tutte le Chiese. E giovedì 29 giugno, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, concelebrerò la Santa Messa con i nuovi cardinali, con il collegio cardinalizio, con i nuovi vescovi, i metropoliti, i vescovi ed alcuni presbiteri.
Ecco i nomi dei nuovi cardinali: mons. Jean Zerbo, Arcivescovo di Bamako, nel Mali; mons. Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, Spagna; Mons. Anders Arborelius, Vescovo di Stoccolma, Svezia; Mons. Luis Marie-Ling Mangkhanekhoun, Vescovo titolare di Acque Nuove di Proconsolare, Vicario apostolico di Paksé, nel Laos; Mons. Gregorio Rosa Chávez, Vescovo titolare di Mulli, Ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador, El Savador.
Affidiamo i nuovi Cardinali alla protezione dei Santi Pietro e Paolo, affinché con l’intercessione del Principe degli Apostoli, siano autentici servitori della comunione ecclesiale e con quella dell’Apostolo delle genti, siano annunciatori gioiosi del Vangelo nel mondo intero e, con la loro testimonianza ed il loro consiglio, mi sostengano più intensamente nel mio servizio di Vescovo di Roma, Pastore universale della Chiesa”.
Qundi nel pomeriggio di domenica la visita pastorale alla parrocchia romana di San Pier Damiani ai Monti di San Paolo. Incontrando i bambini ha dato loro dei suggerimenti e raccontato alcuni aneddoti: “Che cosa facevo alla vostra età? Giocavo a calcio. Sai, io non ero bravo nel calcio, e da noi, quelli che non sono bravi nel calcio si chiamano “pata dura” (gamba dura). Capito? Io ero un pata dura, e per questo di solito facevo il portiere, per non muovermi: era il mio ruolo… Non è una parolaccia, questa, si può dire, pata dura, non è parolaccia.
Come ho fatto a capire la mia vocazione?. Ognuno di noi ha un posto nella vita. Gesù vuole che uno si sposi, che faccia una famiglia, vuole che un altro faccia il prete, un’altra faccia la suora… Ma ognuno di noi ha una strada, nella vita. E per la maggioranza è che siano come voi, come tutti, come i vostri genitori: fedeli laici che fanno una bella famiglia, che fanno crescere i figli, che fanno crescere la fede… E io ero in famiglia: noi eravamo cinque fratelli, eravamo felici. Papà lavorava, veniva dal lavoro… - in quel tempo c’era, il lavoro - e giocavamo… Una volta – vi farò ridere, ma non fate questo che vi dico! – abbiamo fatto un concorso per giocare ai paracadutisti, e abbiamo preso l’ombrello e siamo andati sul terrazzo e uno dei miei fratelli si è buttato per primo, giù, dal terrazzo. E si è salvato la vita per poco! Sono giochi pericolosi, quelli. Ma eravamo felici. Perché? Perché papà e mamma ci aiutavano ad andare avanti, a scuola, e anche si preoccupavano di noi. E’ molto bello, è molto bello… Sentite bene: è molto bello nella vita essere sposati, è molto bello. E’ molto bello avere una famiglia, un papà e una mamma, avere dei nonni, gli zii… Avete capito questo? E’ molto bello, è una grazia. E ognuno di voi ha genitori, ha i nonni, ha gli zii, ha una famiglia. E perché non li salutiamo adesso? Un applauso a tutti loro, a tutti loro. I vostri genitori si sacrificano per voi, per farvi crescere, e questa è una cosa bella, è una bella vocazione: fare una famiglia.
Ma c’è anche l’altra vocazione: fare la suora, fare il prete. E io un giorno ho sentito – ma di colpo – avevo 16 anni e ho sentito che il Signore voleva che io fossi prete. Eccomi! Sono prete. Questa è la risposta. Si sente nel cuore: quando un ragazzo sente nel cuore simpatia e poi quella simpatia va avanti, e sente amore per una ragazza e poi si fidanzano e poi si sposano, così si sente nel cuore quando il Signore ti dice: “Tu devi andare avanti sulla strada per diventare prete”. E così ho sentito io. Come si sentono le cose belle nella vita. Perché è una cosa bella! Capito?”.
Poi, dopo i saluti del parroco, si è rivolto alla comunità del cammino neocatecumenale: “Uno di voi mi diceva che se il Cammino è in questa parrocchia, è grazie a questa persona [il parroco]. Ma c’è una cosa bella: lui non ha detto: “se il Cammino o questa parrocchia è forte, se abbiamo tanti bambini, se abbiamo una comunità così e anche missionari è perché abbiamo avuto preti missionari, no. [Ha detto che] Siete stati voi, i missionari. Perché la grazia della missione viene dal Battesimo: è il Battesimo che ci dà la forza per la missione, e i laici, che sono i battezzati, sono quelli che devono essere missionari. Poi noi, i preti, le suore, i vescovi anche, tutti. Ma i laici devono andare avanti. E’ questo che ha detto il parroco: il fatto di visitare le famiglie, ascoltarle… Questo non c’è nel Diritto Canonico, ma è molto importante: l’ “apostolato dell’orecchio”. Ascoltare. “Ma, Padre, si perde tanto tempo…”. No, lo si guadagna! Tu ascolta; poi, a un certo momento dirai una parola e quella parola germoglierà, sarà un seme, andrà avanti. Ma [prima bisogna] ascoltare. Oggi la gente ha bisogno di essere ascoltata. Tutti parlano, si parla di tutto… Ma pensiamo… Vi dico un’esperienza personale – anch’io posso dare una testimonianza personale: a voi piacciono le testimonianze, no? [ride, ridono] –: quante volte ho sentito gente che è venuta da me a chiedere un consiglio, e io sono rimasto zitto, ho lasciato parlare, parlare, parlare… e poi hanno detto: “Sì, è vero: Lei ha ragione”. Io non avevo parlato! Ma era lo Spirito Santo che avevano dentro, che aveva parlato e hanno trovato la strada. Ma avevano bisogno di un orecchio, e tutti voi avete questa esperienza. E se uno incomincia a parlare, non dire: “No, ma questo…”. Non spiegare niente, fino al momento in cui lo Spirito ti dica: “Parla”. Ricordate l’apostolo Filippo: stava battezzando, evangelizzando e lo Spirito gli dice: “Va’ su quella strada…”. E lì ha trovato un carro sul quale c’era un signore, ministro dell’economia della regina dell’Etiopia. Ma era ebreo e leggeva il profeta Isaia. E Filippo non ha detto alcuna parola; soltanto, si è affiancato al carro; quello lo ha guardato e Filippo gli ha chiesto: “Dimmi, tu capisci questo?”. “E come posso capirlo se nessuno me lo spiega?”. E’ stato lui a chiedere. Filippo era in silenzio. L’ha fatto salire sul carro, gli ha spiegato… E lui, quando hanno trovato un po’ d’acqua nel deserto…: “Perché non posso essere battezzato?”. L’ascolto. All’inizio ascoltavano, e poi dicevano una parola. Ma se tu vai in una casa, bussi alla porta e ti aprono la porta e dici: “Vengo ad annunciarti il Vangelo, la salvezza di Cristo”, ti cacceranno via e rovinerai l’opera dello Spirito Santo. Ascoltare. Poi, mentre tu ascolti, la preghiera: “Signore, dammi la parola giusta”. Questo nelle visite alle famiglie fa tanto bene: lasciare cadere la parola giusta. Ma dopo lo sfogo, dopo che loro si sono spiegati bene. E poi andare avanti, in comunità, avvicinare la gente, che si sentano bene… Così si fa la missione. Gesù, una delle immagini più belle che usa per la missione, è quella del seminatore: seminare. Si butta il seme della Parola… E in un passo del Vangelo dice: “Poi, il seminatore va a dormire e non sa cosa succede, ma è il Signore a farlo crescere”. Sempre lavorare con il Signore, sempre. Per favore, non siate proselitisti, ma evangelizzatori. E’ brutto andare in una famiglia per fare un socio in più a questa ditta ecclesiastica: non è questo. Il proselitismo non va. Papa Benedetto ha detto una frase che non dobbiamo dimenticare: “La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione”, cioè per testimonianza, per servizio. Siate i servitori di tutti e così le cose sono belle.
Poi, ci sono i momenti di crisi – il parroco ha parlato dei suoi, che lui ha avuto. Ma io avrei voglia di chiedervi – non lo farò! –: chi di voi non ha avuto la crisi alzi la mano. Tutti ne abbiamo avuto una. Tutti. E sempre il Signore ha messo accanto a noi qualcuno che ci ha aiutato. E quando sei in crisi, lasciati aiutare. Chiedi aiuto. Non chiuderti, chiedi aiuto. Chiedi l’elemosina della grazia, e questa sempre viene tramite un fratello, una sorella. Sempre. Perché il Vangelo è così. La predica non la fanno gli angeli: gli angeli lodano Dio e custodiscono noi, ma a chi tocca predicare? A noi. A tutti noi. E questo è il cammino.
Vi ringrazio per quello che fate. Voi siete coraggiosi. E anche questi gioielli che sono qui, i vostri figli, sono una promessa per il futuro della Chiesa. Fateli crescere come buoni cristiani. E a me piace come cantate, voi. Prima di darvi la benedizione, potreste cantare un canto alla Madonna… Quando sono entrato, ne cantavate uno… Se ne sapete un altro…”.
Poi è stata la volta delle parole per i poveri della parrocchia: “… “I poveri sono il tesoro della Chiesa. E’ una cosa brutta, tante volte si soffre, come ha detto il parroco, quando non c’è da mangiare o mancanza di lavoro o divorzi o tante cose… E la Chiesa deve custodire i poveri perché sono il suo tesoro. Tesoro reale, reale, vivo. E’ vero, la Madonna è il nostro tesoro, ma è in Cielo, ci aiuta; Gesù nell’Eucaristia, nel tabernacolo; e i poveri sono il tesoro vivente della Chiesa. E quando la Chiesa, o una chiesa o una parrocchia o una comunità, si dimentica dei poveri, io direi che celebra male l’Eucaristia o non la celebra davvero. La celebra, ma non capisce quel tesoro dell’Eucaristia se non è capace di capire il tesoro dei poveri. E’ vero che la povertà è una croce, ma Gesù l’ha vissuta: Lui era povero, l’ha vissuta. Lui era povero. Lui conduceva una vita da povero e i primi cristiani, tanti erano poveri, ma avevano la fede in Gesù e seguivano Gesù. E così, siccome i poveri sono il tesoro della Chiesa, Gesù dice anche: “State attenti, perché c’è un altro tesoro: le ricchezze, le troppe ricchezze. E queste rovinano l’anima”. Questo è il Vangelo. Non è per avere rabbia per una persona ricca, no. E’ per pregare per lui. Dobbiamo pregare perché non si corrompa, perché le cose possano andare avanti. Ma il diavolo entra dalle tasche, sempre: corrompe… Il parroco diceva che la cucina l’aveva fatta come ha potuto perché la burocrazia… La burocrazia… Ti dicono: “Sì, sì, dobbiamo fare questo, questo…” – “Ma è troppo complicato, non c’è un altro modo?” – “Sì…” [fa un gesto con le mani] la burocrazia, di solito, si scioglie con le tangenti. Ma vedi? [indica l’ambiente della sala] Questa è una buona via, una buona via… Lui [il parroco] l’ha fatta, come ha voluto, e non ci sono problemi. Ma questo lo dico perché voi siate attenti: è vero, non avere il necessario è una brutta croce. E’ vero. Ma sappiate che il povero è il tesoro della Chiesa, e che la Chiesa, i preti, i vescovi, il Papa devono prendersi cura dei poveri, di quelli che la società scarta. Oggi, quanti perdono il lavoro! Quante persone non possono portare il pane a casa! E quando un uomo, una donna che devono portare il pane a casa non ha lavoro, si sente senza dignità: perché il lavoro ci dà la dignità. La Chiesa dev’essere vicina ai poveri… Gesù non è nato nel palazzo di Erode, è nato in una mangiatoia. E questo dobbiamo saperlo. E dobbiamo anche pregare per i ricchi, per i ricchi che hanno troppo, che non sanno cosa fare con i soldi e vogliono di più. Poveretti. Gesù ci racconta, nel Vangelo, di quel ricco che faceva dei banchetti e delle feste e alla porta aveva un povero e il povero era con i cani, lì, e mangiava le cose che cadevano dalla mensa del ricco. Gesù ci racconta questo. Ma non dobbiamo odiare i ricchi, no: questo non è cristiano. Dobbiamo pregare per loro, perché facciano un buon uso della ricchezza, perché la ricchezza non è loro: è di Dio che l’ha data loro per amministrarla. E i ricchi, quelli che non capiscono questo messaggio, la mettono in tasca: è questo il brutto. Ma ci sono persone che hanno soldi e sono generose, aiutano, amministrano e conducono una vita austera, una vita semplice, una vita di lavoro. Non bisogna odiare, no, no! Pregare per quei ricchi che non hanno capito che la loro ricchezza non è per loro, ma è per darla, per amministrarla. Se non la amministrano loro, la amministra il diavolo contro di loro.
Vi benedico. Vi auguro che il Signore sia vicino a voi, che sia vicino alle vostre sofferenze, che sono tante. Il meglio che voi potete fare è pregare per quelli che possano risolvere la vostra situazione e per egoismo o per incoscienza non sanno farlo o non vogliono farlo”.
Ieri le celebrazioni per la festa di Santa Rita, la santa della Rosa e la compagna delle ‘missioni impossibili’. Papa Francesco a Santa Marta ha parlato del Vangelo: “Signore, aprimi il cuore perché io possa capire quello che tu ci hai insegnato. Perché io possa ricordare le tue parole. Perché io possa seguire le tue parole. Perché io arrivi alla verità piena. È la “preghiera da fare in questi giorni. Francesco l’ha pronunciata commentando come di consueto la liturgia della parola, che — ha spiegato — “in questi giorni ci fa ascoltare il lungo discorso di Gesù nell’Ultima cena” in cui annuncia «ai suoi» l’invio dello Spirito Santo.
Si tratta, di “un discorso nel quale Gesù ammonisce, ammaestra, consola i discepoli e dà loro speranza assicurando: State tranquilli, non vi lascerò orfani. Io me ne andrò, ma voi non rimarrete orfani, perché vi invierò un altro “avvocato” per difendervi davanti al Padre”. A questo proposito il Pontefice ha fatto notare che se “il primo avvocato era lui”, Cristo stesso, “il grande avvocato che ci ha perdonato tutti i peccati, che ci difende”, nell’Ultima cena egli parla di un secondo “avvocato”. Infatti dice: “vi invierò un altro che ci accompagnerà, spiegando che quando verrà il Paraclito — cioè l’avvocato, che è lo Spirito Santo — che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me”.

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23/05/2017
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