Società

di Claudia Cirami

La scuola è sempre più nel caos

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Abbandonare le materie? Quando si parla di scuola italiana, ogni notizia fa sobbalzare. Conosciamo le condizioni difficoltose in cui versa il nostro sistema scolastico. Che la Buona Scuola non è stata così… buona alla fine è stato costretto ad ammetterlo pure Renzi, che l’aveva fortemente voluta. Così la notizia sull’addio alle materie scolastiche si incunea immediatamente (e saldamente) nella top ten delle ansie del giorno (per insegnanti e amanti – e sono tanti – di quell’universo misterioso e affascinante che è il mondo della scuola). Poi, però, si tira un sospiro di sollievo quando leggiamo che non riguarda la scuola italiana ma quella finlandese (e in ogni caso è meno drastica di quello che sembra). Per una volta, qualsiasi siano gli effetti, al momento non è un problema nostro. Non che l’approccio campanilista sia l’ideale a cui guardare per ispirare le nostre scelte quotidiane, ma riguardo alla scuola abbiamo già le nostre (belle) sfide da affrontare.

Eppure la notizia ha interessato ed è stata commentata, anche qui in Italia. Perché – proprio per l’andamento a balzi della scuola italiana, che sembra procedere come un’auto con il motore a scoppio – porta a chiedersi se e come questo potrebbe riguardare anche il nostro sistema scolastico. Contrario, su Repubblica di ieri, si è detto il decano dei pedagogisti italiani, Benedetto Vertecchi: «sono un po’ stanco – ha affermato – di esperienze di cui nessuno ha mai provato scientificamente la validità. Non è copiandole che si migliora il sistema scolastico italiano. E poi, chi l’ha detto che sia una strada da percorrere? La nostra realtà è del tutto diversa e noi dovremmo occuparci di altro». Schiavi come siamo dell’idea che quello che non è italiano sia automaticamente migliore, esiste concretamente il rischio di provare attrazione per rimedi che si rivelino peggiori dei mali. L’importante è, allora, capire bene di cosa si tratta e soprattutto provare ad ipotizzare se a noi questo tipo di “rimedio” potrebbe venire davvero utile.

Che vuol dire “scuola senza materie”? La notizia è stata messa in circolazione proprio da Repubblica che ha ripreso un reportage della BBC. In realtà, approfondendo il tema, salta agli occhi che l’idea di un “ciaone” alle materie è in realtà più vecchia. Così, ciclicamente, i giornali ne danno notizia. Si parlava già due anni fa di un «teaching by topic», insegnamento per argomenti, con un numero di alunni ristretto e un ambiente in cui sarà prevalente la cooperazione tra gli studenti. Un argomento viene ripreso con agganci all’attualità e con un approccio interdisciplinare: la novità è data dal fatto che in Finlandia - anche grazie ad una maggiore autonomia delle scuole – questo tipo di insegnamento in futuro sarà (forse) più prevalente. Il punto di forza sembrerebbe l’attenzione per l’attualità e l’uso ancora più decisivo delle nuove tecnologie: tutto questo per aumentare le competenze degli allievi. Intervistata dalla BBC, Anneli Rautiainen, dell’Agenzia Nazionale della Finlandia per l’Istruzione, ha, però, ammesso che si procederà gradualmente. Anche perché ogni innovazione richiede di essere poi confermata dai risultati. In Finlandia, però, non sembrano fare un dramma di quello che arriverà da eventuali risultati: «In generale, in questo paese, non siamo troppo attenti ai rilevamenti statistici – ha spiegato Rautiainen – quindi non stiamo progettando di misurarne il successo, almeno non per ora. Speriamo che sarà evidenziato nei risultati dell’apprendimento dei nostri figli così come nelle tabelle internazionali come il Pisa».

Il PISA (acronimo per Programme for International Student Assessment) ha lo scopo di valutare gli allievi dei principali paesi industrializzati e ricade negli ambiti di interesse dell’OCSE. Lo studio è condotto ogni tre anni. I risultati degli alunni finlandesi sono sempre buoni, ma meno di quelli che ci si potrebbe attendere, vista la fama che li circonda. Soprattutto, dal 2000 al 2015, è evidente un certo calo in matematica, scienze e lettura. All’epoca dell’ultimo rapporto, quello del 2015, il Washington Post intervistò un esperto di scuola finlandese, Pasi Sahlberg, ed egli individuò le motivazioni di questo calo sia nella digitalizzazione contemporanea, sempre più invasiva e con effetti deleteri sulla concentrazione degli adolescenti (non è solo un problema italico, a quanto pare), sia nella crisi economica che ha tolto risorse alla scuola anche in Finlandia. C’è quindi ancora una Finlandia mitica – a cui guardiamo come faro nell’istruzione – e una Finlandia più reale, che scolasticamente parlando è sempre più avanti di noi, ma indietro rispetto ai suoi standard di un tempo. Questo ci potrebbe suggerire che è opportuno guardare a certe notizie con una relativa calma. Valutandole senza separarle da altre informazioni in nostro possesso.

Ma in Italia, a parte la voce contraria del decano dei pedagogisti, servirebbe davvero un tipo di insegnamento che faccia a meno delle materie o ne riduca al massimo la rilevanza nel nostro sistema di istruzione? La domanda è complessa. Occorre ragionare con tranquillità. Da un lato siamo stati abituati, da sempre, a vedere la scuola come portatrice di un sapere suddiviso in “discipline”, ognuna con precisi ambiti di studio e indagine. L’italiano, la matematica, il francese, la storia… non sono soltanto degli studi con confini ben delimitati, ma anche le modalità con cui abbiamo “organizzato” il nostro bagaglio culturale. Non è un caso che stimati professionisti dicano «purtroppo la geografia a scuola non era il mio forte» oppure «in matematica sono sempre stato un po’ scarso», quasi che l’alibi dell’adolescenziale debolezza nell’antica disciplina li avesse poi del tutto esentati dal migliorare le loro lacune giovanili su determinati argomenti. Osservando la questione da questa prospettiva, una scuola con l’annullamento di saperi rigidamente codificati e con precisi limiti potrebbe rappresentare un maggior input mentale verso quella formazione permanente, che, a tutt’oggi, riguardo ai risultati concreti, sembra più un mito che una realtà.

Dall’altro lato, però, il sapere raggruppato in discipline specifiche permette un maggior ordine – a livello mentale – nella costruzione del proprio bagaglio culturale. Un conto, dunque, è direzionarsi, come già sta facendo da anni la scuola italiana, verso la collaborazione tra le discipline (con l’interdisciplinarietà), un conto è disfarsi completamente delle materie. L’interdisciplinarietà è utile per mettere in collegamento i vari saperi settoriali, senza tuttavia annullarli, anzi rafforzando il contributo che arriva da ognuno di essi riguardo ad un tema. In una scuola senza materie (o con un peso ridotto all’osso) invece, sembra di vedere all’opera un altro aspetto del relativismo contemporaneo. La post modernità ha l’idea di annullare ogni punto fermo, ogni confine, ogni limite. Anche l’accantonamento delle discipline sembra un altro indice di come il futuro (ma anche il presente) venga immaginato oggi come una gigantesca onda spazza tutto, dove scompaiono porti, barche, persino uomini.

Ci sarebbe poi, senza dubbio, quel problema già rivelato indirettamente da Vertecchi: ogni stato ha un sistema scolastico determinato, che è anche frutto del contesto, dell’ambiente vitale dello stesso. Un’innovazione meravigliosamente utile alla Germania potrebbe rivelarsi dannosa in Portogallo. Tornando a noi, la scuola italiana vive, per esempio, da anni un problema di riforme che si sono contraddette a vicenda, con interventi spesso ideologici, bruschi e rapidi. Soprattutto non unanimemente condivisi. Prima di pensare a innovazioni futuristiche, il nostro sistema scolastico avrebbe necessità di stabilità, negli ambiti del reclutamento degli insegnanti (ancora non ben delineato), del sostegno agli alunni con disabilità e di tutti gli altri “campi” che costituiscono l’argomento “istruzione” in Italia. In definitiva, non abbiamo ancora bisogno di riflettere se abolire o meno le materie. Al momento, esistono altre priorità.

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31/05/2017
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