{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Vita da neonato

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di Lucia Scozzoli

Vita da neonato

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Un altro neonato morto. Questa volta a Ferrara, una donna 40enne partorisce in casa e nasconde il bimbo (nato morto? lasciato morire? ucciso?) nel freezer. Poi l’emorragia conseguente la costringe a recarsi all’ospedale, dove entra in coma. Questo martedì scorso. I medici si sono accorti che le condizioni della donna potevano dipendere da un aborto avanzato o da un parto prematuro, per cui la polizia si è recata nella sua abitazione per cercare il corpo del neonato, ma il ritrovamento è avvenuto solo giovedì, quando la donna, risvegliandosi, ha indicato agli inquirenti il luogo dell’occultamento. Il marito e gli altri 6 figli sembrano ignari di tutto, pure della gravidanza. Si parla di situazione di grave degrado.

Meno male, viene da pensare. Però non lo diciamo, che non sta bene. Abbiamo un gran bisogno di trovare un colpevole, che sia consapevolmente malvagio, o una situazione, nettamente diversa dalla nostra, che possa escluderci anche per il futuro dall’essere coinvolti in simili fatti di cronaca nera.

Quella frasetta carpita alle fonti investigative, “assoluto degrado”, ci dona un egoistico refrigerio, ci disseta per un attimo dall’arsura che il dolore ci provoca, il dolore innocente soprattutto.

Non possiamo godere dello stesso ristoro nel caso della bimba dimenticata in auto in provincia di Arezzo dalla madre, una 38enne normalissima, donna lavoratrice, sposata, con una sola figlia, una casa, un lavoro in comune, una vita organizzata e serena. Nessun degrado, nessuna situazione particolare che possa allontanare da noi questo fatto. Poteva capitare anche a noi.

Abbiamo letto discorsi sullo stress delle madri lavoratrici e sulla frenesia della vita odierna. Tutto vero. Forse leggeremo, in merito all’infanticidio di Ferrara, una speculare sperequazione sul fatto che le famiglie, soprattutto se numerose, sono abbandonate a se stesse, oppure che certa gente fa tanti figli senza senso di responsabilità e sarebbe meglio si premunisse prima (con tanto altezzoso disprezzo).

Nessuno di questi ragionamenti, anche dove avesse un innegabile fondamento sociologico o psicologico, lenisce la nostra smania penosa. Almeno non lenisce la mia. Non mi sento tranquillizzata nemmeno dall’assoluto degrado della famiglia di Ferrara, io. So onestamente che anche dietro una normalità borghese e quieta può albergare un degrado spirituale da cui nessuno è mai del tutto immune, si può rotolare giù in un attimo. In fondo il 30 maggio a Settimo Torinese era stata un’altra 34enne a lanciare il neonato dalla finestra, sull’asfalto sotto casa, in un gesto folle (ha più senso l’occultamento nel freezer, se davvero ci si vuole liberare della creatura). E qui nessuno ha parlato di degrado. La donna aveva un compagno e un’altra figlia. Inspiegabile. O meglio, non troviamo nessuna spiegazione che ci tranquillizzi.

Siamo sconvolti, raccapricciati da queste storie che ci assediano e che vedono come vittime innocenti bambini. Qualcuno (pochi a dire il vero) ha avuto l’ardire di andare sul profilo della povera Ilaria a scrivere cose assurde, tipo che si vede che non amava la figlia perché sui social non ha postato nemmeno una foto della piccola (magari questo vuol dire che l’amava così tanto da preoccuparsi seriamente della tutela della sua privacy ed ha seguito gli inviti della polizia postale di non pubblicare le foto dei figli), o che di andare dal parrucchiere non se lo sarebbe certo scordato, senza sapere niente di lei (per esempio io, ve lo confesso, non vado dal parrucchiere da ben 7 anni, quindi di me questa fesseria non potreste dirla, vi avverto già).

Nonostante sia evidente che tali critiche sono prive di ogni fondamento, mi sento di affermare inaspettatamente che le comprendo più di tutte le valanghe di attestazione di vicinanza emotiva che ho letto. Cerco di spiegarmi: l’evento di Arezzo rende evidente un fatto inaccettabile, e cioè che siamo capaci di fare del male anche quando non ne abbiamo nessuna intenzione, alle persone che amiamo di più. La banalità di una distrazione può uccidere, ma non solo noi, anche altri, anche chi amiamo. Possiamo distrarci a cercare una stazione radio e non rispettare uno stop, investendo un ignaro pedone, o anche passare col verde al semaforo senza notare un motorino che sta transitando col rosso, magari guidato da un ragazzino. Possiamo metterci al volante troppo stanchi e farci prendere da un colpo di sonno, o dimenticare il telefono a casa e perderci una chiamata di un figlio che chiede di essere recuperato da qualche parte, che chiede aiuto. Possiamo andare al mercato tenendo un bimbetto per mano e poi smarrirlo tra la folla. Possiamo lasciare giocare la figlia sulla porta di casa e uno sconosciuto se la porta via e non la ritrovi mai più, come Denise Pipitone.

Dove finisce la nostra colpa ed inizia il fato? E che accidenti è questo fato stupido e ignorante, cieco e crudele, che fa di tutto per azzeccare ogni coincidenza negativa delle nostre inconsapevoli vite? Ci sono azioni gravi, come gettare un neonato dalla finestra, a cui riconosciamo comunque attenuanti psicologiche, sicuri che il bene sia la normalità per il cuore umano e il male sia una patologia (magari fosse vero!); ci sono azioni neutre che provocano danni enormi, e ci spaventiamo così tanto della scoperta che basta una distrazione per uccidere che cerchiamo aggravanti personali o di contesto per dare una spiegazione.

Il dramma è che il dolore innocente esiste, e lo sappiamo. Essere vittime è dura, ma lo accettiamo. Essere carnefici, invece, no. Io non vorrei fare del male a nessuno, tanto più a coloro che amo. Ma capita, e non solo quando mi comporto saltuariamente male, come in un momento di rabbia o di stanchezza stizzita, ma anche quando semplicemente vivo, non ci penso, svolgo la mia routine consolidata e collaudata.

Come quando camminando pestiamo un piede, diciamo scusa. Poi scopriamo che, con quella stessa azione da niente, il piede lo possiamo tranciare. E allora il terrore ci invade, ci viene da restare immobili come stoccafissi, quasi senza respirare. Non c’è un modo per assicurarsi da questo, non c’è via d’uscita.

Dobbiamo rassegnarci ad essere malvagi, cattivi, intrinsecamente colpevoli, per il solo fatto di esistere. Servirebbe una società perfetta per impedirci di fare del male: agi economici, salute, tanto tempo per noi, serenità. Invece ci manca tutto e comunque, anche avessimo ogni cosa, basterebbe la pioggia a farci scivolare su un sanpietrino e urtare un passante ignaro e fargli male. E’ bastato un rumore sentito da nessuno a far impazzire una piazza di tifosi e calpestare gente e mandare all’ospedale persone.

Non è vero che se tutti ci comportassimo bene, se nessuno delinquesse, se non ci fossero più guerre, se nessuno violasse nemmeno i dieci comandamenti, saremmo felici e in pace. Qui ed ora, in questo mondo e in questa vita, continueremmo a soffrire e morire, e non solo per accidenti esterni, come terremoti, maremoti o meteoriti, ma anche per mano gli uni degli altri, per stupida distrazione, anche se nessuno avesse colpa. Siamo colpevoli anche senza colpa. Credo si possa chiamare peccato originale.

Abbiamo bisogno di essere salvati da Qualcuno. Puoi negare l’esistenza dell’acqua, ma non puoi negare la tua sete.

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12/06/2017
1809/2019
S. Giuseppe da Copertino

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