Chiesa

di don Massimo Lapponi

Contro la mitologia di adrenalina e testosterone

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Testosterone, adrenalina… Colpisce il fatto che queste parole, fino a poco tempo fa assenti dal vocabolario comune, si siano così rapidamente diffuse! Che cosa significhino esattamente non lo so - dubito che lo sappiano tutti quelli che le usano! - e sinceramente non mi interessa molto saperlo. Ma ritengo molto inquietante - un vero “segno dei tempi” - il fatto che siano così inflazionate. Non ho simpatia per le mode e quando diventano troppo invadenti incomincio a sentire puzza di bruciato.

Già cent’anni fa Friedrich Wilhelm Förster osservava che mai come allora l’umanità aveva avuto una chiara cognizione scientifica dei condizionamenti organici dei comportamenti umani, ma che mai come allora gli uomini avevano abdicato alla loro forza di volontà nei confronti degli stimoli fisiologici.

Che questo triste fenomeno, anziché diminuire, si sia ampliato in misura esponenziale, dipende certamente dal fatto che gli uomini, di regola, non prestano alcuna attenzione ai veri profeti inviati da Dio ad ammonirli, mentre assai volentieri ascoltano, quasi fossero oracoli delfici, i falsi profeti che si assumono, per propria iniziativa, la missione di tranquillizzarli, rassicurandoli che tutto va bene così.

Come che sia, ponendoci sulla linea dell’osservazione del Förster, possiamo ben dire che parole come “testosterone” e “adrenalina” sembrano svolgere una funzione giustificativa, che libera la coscienza da ogni scrupolo di fronte ai nostri cedimenti alla “debolezza umana”.

Contraffacendo la dottrina papale sulla tenerezza, infatti, oggi sembra che per molti esista soltanto la debolezza umana, alla quale si è obbligati a cedere a causa del testosterone e dell’adrenalina, e che per essa l’unico rimedio sia la misericordia. Che esista anche la forza umana, cioè la forza della volontà e dello spirito, la quale è chiamata ad imporsi su qualunque condizionamento organico o sociale, e che questa forza possa essere coltivata con l’educazione, con l’austerità della vita, con la preghiera, neanche a parlarne! Ma davvero vogliamo tornare la medioevo?!

Questo stato d’animo rinunciatario dell’uomo di oggi si manifesta in particolare nel dibattito sull’eutanasia. Per l’uomo moderno, infatti - come già notava il Förster al suo tempo - il dolore non ha più alcun valore di occasione per una maturazione spirituale, di espiazione o di purificazione interiore, ma è soltanto un ostacolo al godimento della vita. Per questo gli stessi avversari dell’eutanasia per lo più si limitano ad insistere sull’alternativa costituita dalle cure palliative e dall’amore di familiari ed amici che dovrebbe sostenere il sofferente e non farlo sentire solo nella sua condizione di dolore.

Cose giustissime, senz’altro. Ma sembra che in tutto questo sia assente il richiamo alla forza superiore dello spirito, che dovrebbe dominare sulle condizioni fisiologiche e sulle sfavorevoli circostanze familiari o sociali.

Quando si parla di “forze spirituali”, o di “forza della volontà”, facilmente si pensa allo stoicismo, e questo crea un’immediata reazione negativa. Corsi e ricorsi storici! Come al tempo della crisi dell’Impero Romano, così anche ai nostri tempi si sono affrontate dottrine di tipo stoico e dottrine di tipo epicureo, e queste ultime, oggi come allora, hanno finito per prevalere massicciamente. Autori estranei tra loro e lontani nel tempo, come Polibio e Montesquieu, affermarono che l’epicureismo era stato la rovina di Atene e di Roma, e ciò dovrebbe farci riflettere.

Ma è importante osservare che, di là dalle pur nobili dottrine stoiche, vi è, nella dottrina cristiana, una luce spirituale superiore che rende capaci di affrontare il dolore non principalmente attraverso la forza dominatrice della volontà umana, ma in un modo incomparabilmente superiore: conferendo ad esso un senso.

Chi soffre sapendo che la sua sofferenza rientra in un’immensa storia di salvezza affronta la propria dolorosa prova in modo certamente diverso da chi non vede in essa alcun senso ed alcuno scopo. Ma attenzione: non è soltanto una questione di dottrina; non si tratta, cioè, semplicemente di sapere, ma di sentire, di sperimentare nel profondo dell’anima il senso di ciò che si patisce.

Gli esegeti sono d’accordo nel ritenere che la trasfigurazione di Cristo avesse lo scopo di imprimere nell’animo degli apostoli la viva impressione della maestà del Maestro e della sua divina missione, in modo da prepararli spiritualmente ad affrontare lo scandalo della passione e della croce.

Questa divina pedagogia ci suggerisce che vi è una sorta di superiore ispirazione, risvegliata nell’animo umano da determinate esperienze, per il cui tramite l’uomo è condotto a sentire che la sua vita fa parte di un progetto eterno, di un poema di salvezza che coinvolge tutta la storia del mondo. È senz’altro lecito chiamare questa ispirazione “poesia”, e, anzi, si potrebbe dire che ogni vera poesia in qualche modo partecipa di questa ispirazione, e non c’è nulla che risvegli in noi l’ardimento a sopportare il dolore - e a volte a sopportarlo con gioia - come questa “poesia” che ci fa sentire il senso profondo della nostra vita e del suo eterno destino.

Potremmo dire che ogni ispirazione di vera poesia che “trasfigura” il senso della nostra vita è, appunto, una sorta di “trasfigurazione” e svolge una funzione analoga alla trasfigurazione di Cristo.

Vi è un testo, scritto anch’esso più di cent’anni fa da una donna eccezionale, purtroppo oggi dimenticata, Elisabeth Gnauck-Kühne, che può aiutarci a comprendere questo punto fondamentale:

«Chi comprende l’operaia, chi si cura del suo bene? Diciamolo schietto: alta fra tutti e inarrivata sta la Chiesa Cattolica. Quando essa chiama alla messa solenne, si adorna e si fa bella, come una madre amorosa per i suoi figli: nessun ornamento terrestre ella schiva per la sua bellezza. Se l’operaia stringe la mano di questa madre, almeno una volta in sette giorni ella ha un’impressione di grandezza; c’è anche per lei un’ora serena e s’arresta un momento la sua ruota di Issione. I suoi sensi affaticati dallo strepito, dalla polvere, dalla sozzura si ricreano e la sua anima s’invola per un momento dall’esilio e ritorna alla sua patria, a Dio. Il mondo ha escluso l’operaia da ogni bellezza di natura o d’arte: la Chiesa Cattolica commuove anche quella misera nuda vita di bestia da soma con un alito di bellezza, d’infinita poesia. Ella non saprà rendersene conto, ma ne sentirà tutta la dolcezza».

Questa pagina ci suggerisce che forse uno degli aspetti più tragici dei nostri tempi è la mancanza di vera poesia - aimé, spesso anche nella liturgia cattolica!

Si potrebbe pensare che questa ispirazione poetica non abbia risultati pratici nella vita. Ma è proprio così? Non so cosa dicano le statistiche sul diverso andamento dei matrimoni che si celebrano in chiesa o in comune. Penso tuttavia che non sia esattamente lo stesso sentimento quello che viene certificato dal sindaco in un’aula comunale, forse con qualche musichetta da film o con la cantante amica della sposa che la rallegra con una strofetta di Sanremo, e quello che viene celebrato come riflesso dell’amore di Cristo per la Chiesa sua sposa, in una basilica fulgente di memorie di arte e di storia sacra, tra i cantici degli uomini e degli angeli, quale porzione immensamente preziosa di un poema eterno che si svolge dall’origine alla consumazione del mondo. Così, a prima vista, si può pensare che, se il secondo è celebrato con sincerità, sarà forse più solido del primo!

Come, dunque, l’ispirazione religiosa dà un significato incomparabilmente superiore all’amore, analogamente essa è capace di trasfigurare il dolore e il nostro modo di affrontarlo.

«Dura cosa è il morir!» esclama Margherita, nel “Mefistofele”di Arrigo Boito, mentre in prigione attende il boia che eseguirà la sua condanna a morte. Ma, quando Faust, che è penetrato nella prigione per salvarla, vuole condurla via, ella resiste. La sua coscienza, infatti, la tormenta per i suoi delitti:

«Ho avvelenata la mia povera madre ed ho affogato il fantolino mio!»

Faust è il padre del bambino ed è stato lui a consegnare a Margherita, quasi fosse un innocuo sonnifero, il veleno che avrebbe ucciso sua madre.

Margherita, tormentata dal rimorso e terrorizzata dalla morte ormai imminente, infine si convince a fuggire con Faust, evocando insieme a lui la loro futura felicità in un’isola beata:

«Lontano, lontano, lontano,

sui flutti d’un ampio oceàno,

fra i roridi effluvi del mar,

fra l’alghe, fra i fior, fra le palme,

il porto dell’intime calme,

l’azzurra isoletta m’appar!»

Ma, appena si fa avanti Mesfistofele per esortarli a non indugiare, la coscienza cristiana di Margherita si risveglia:

«Chi s’erge?

Chi s’erge dalla terra? è il mostro! è il mostro!

Misericordia! in questo santo asilo

che vuole il maledetto? Ah! lo discaccia.

È forse me ch’ei vuol!»

E, ormai insensibile alle insistenze appassionate di Faust, Margherita, volgendo le spalle alla vita terrena, si rivolge al cielo:

«Spunta l’aurora pallida…

l’ultimo dì già viene…

esser doveva il fulgido

giorno del nostro imene!

Tutto è finito in vita!...

Taci… ad ognun s’asconda

che amasti Margherita

e ch’io ti diedi il cor…

(volgendosi al cielo)

A questa moribonda…

perdonerai… Signor!

Padre santo… mi salva… e voi, celesti

angeli del perdono, proteggete

questa che a voi si volge… Enrico…

mi fai ribrezzo!».

«È giudicata!» esclama Mefistofele. «È salva» cantano gli angeli dal cielo.

Così la sublime poesia della salvezza cristiana vien ad illuminare e a confortare anche il rimorso e il terrore di Margherita di fronte alla sentenza di morte.

Ma vorrei invitare tanti italiani, che non conoscono la loro cultura, a vedere e ad ascoltare questo brano, eseguito nientemeno che in Corea da artisti coreani:

https://www.youtube.com/watch?v=HgI8bWydtAY

Quante di queste ispirazioni hanno incoraggiato innumerevoli schiere di persone di ogni condizione ad affrontare con fortezza d’animo e serenità il dolore e la morte!

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15/06/2017
1512/2019
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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