Politica

di Mario Adinolfi

Due anni dopo

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​Il 20 giugno 2015 in piazza San Giovanni si radunava il primo Family Day in una leggendaria giornata prima tambureggiata da pioggia e grandine poi, all’avvio della manifestazione, premiata da un sole che ci ha asciugato e fatto sorridere. Per noi che crediamo, era segno del Cielo.

Una bella e poco conosciuta canzone di Francesco Guccini si intitola “Due anni dopo” e mi ritrovavo a riascoltarla proprio oggi: “Sapere vorrai, ma ti troverai / due anni dopo al punto di partenza”. Siamo un po’ qui, in quella atmosfera. Scendemmo in piazza, la più bella e colorata piazza autoconvocata che si sia mai vista nella storia repubblicana, per difendere il diritto dei bambini a non vedere inquinata la formazione scolastica dall’ideologia gender. Ora, grazie alla legge 107 sulla “buona scuola”, al famigerato “comma 16” inserito nottetempo dall’allora non ancora ministro Valeria Fedeli, al clima complessivo di oppressione ideologica scaturito dall’approvazione della legge Cirinnà, possiamo semplicemente dire con Guccini che ci troviamo davvero “due anni dopo al punto di partenza”.

Non è servito a niente, dunque, battersi? E’ stato inutile mobilitare centinaia di migliaia di famiglie che da ogni parte d’Italia, bambini al seguito, hanno letteralmente travolto piazza San Giovanni e pochi mesi dopo il Circo Massimo? I due Family Day svolti a sei mesi di distanza l’uno dall’altro hanno avuto un merito storico incontestabile e mi capitò anche di dirlo dal palco, parlando in preda ad un’emozione per me non usuale: la straordinaria impresa compiuta dai Family Day è stata il manifestarsi di un popolo che veniva dato per inesistente o per disperso. Abbiamo potuto guardarci tra noi e dirci: ci siamo e siamo tantissimi. In quelle due piazza un popolo ha preso, insomma, coscienza di sé. Non era un’illusione ottica: tra San Giovanni e Circo Massimo almeno un milione di persone si sono fisicamente mobilitate come avanguardia di un movimento che conta molti milioni di persone. Questo è il dato certamente più positivo che resta dell’esperienza dei Family Day.

Il dato negativo è la sconfitta. Milioni di persone non sono servite a fermare la produzione normativa contro la famiglia e pro ideologia gender in Parlamento. Anzi, peggio: deputati e senatori e ministri che pure sono venuti ai Family Day a dirsi pronti a raccoglierne le istanze, ci hanno usato per qualche bella foto opportunity e poi ci hanno platealmente ignorato e tradito. Così questa legislatura repubblicana è stata quella della peggiore legge al mondo sulle unioni civili (che, ricordo sommessamente, riconosce la reversibiltà della pensione solo all’unione civile gay mentre all’unione civile eterosessuale dove magari una donna perde il compagno e resta a dover allevare tre figli, nulla viene riconosciuto), della stepchild adoption stralciata dal testo di legge ma immediatamente riconosciuta dai giudici per sentenza, dell’utero in affitto con modalità alla Vendola-Lo Giudice tollerato e non sanzionato, della citata legge 107, del divorzio breve e, per fortuna approvate per ora solo da una ramo del Parlamento, della legge sull’eutanasia mascherata da Dat e della legge sull’omofobia che punta a mandarci direttamente in galera. Non un bilancio esaltante, dunque.
Cosa è mancato? La nostra analisi come Popolo della Famiglia è nota. Manca una rappresentanza politico-parlamentare diretta di quelle istanze che, se affidate ai partiti tradizionali, vengono travolte dalle logiche coalizionali e delle convenienze del momento. Così ritroviamo tutti i gruppi parlamentari che votano a favore del divorzio breve (appena 11 voti contrari al Senato), la simpatia di Lega e Forza Italia con la formula della libertà di coscienza per la legge sull’eutanasia (appena 37 voti contrari alla Camera), frotte di parlamentari eletti nel centrodestra che sono decisivi per l’approvazione della legge Cirinnà e così via. Cosa sarebbe bastato per evitare tutto questo? Semplice, bastava che un piccolo partito, che conta poche decine tra deputati e senatori e il 2-3 per cento del consenso elettorale, si alzasse in Parlamento e dicesse quello che ci era venuto a dire in piazza al Family Day: no alla legge porcata sulle unioni gay, se volete far passare quella roba salta il governo. Invece è andata diversamente. Sui principi non negoziabili i cattolici presenti in Parlamento hanno aperto il negozio e se li sono venduti per quindici denari più una poltrona da ministro della Famiglia e quattro sottosegretariati. Per questo, due anni dopo, siamo al punto di partenza.
Ora Monica Cirinnà, in curiosa coincidenza proprio con l’anniversario del Family Day, tratteggia il programma per la legislatura prossima e ha il merito almeno di farlo con grande chiarezza: “matrimonio egualitario”, adozione ai gay, legalizzazione dell’utero in affitto “purché su base volontaria” cioè va bene se è una transazione commerciale basta che le parti siano d’accordo. Ovviamente in aggiunta una bella legge sull’omofobia che ci ficchi un fazzoletto in gola se vogliamo ancora parlare, trascinandoci nelle patrie galere con pene fino a sei anni di carcere, “educazione di genere” obbligatoria nelle scuole, con corollario obbligatorio di legge sull’eutanasia e sulla droga libera “come in Olanda o come in Svizzera”.
Sia chiaro ai milioni di italiani che si sono mobilitati per i Family Day: se non si daranno una rappresentanza parlamentare e politica, quei punti programmatici saranno realizzati uno ad uno e sempre con votazione bipartisan. Sapete perché? Perché è il modo per giustificare la loro vergogna e incapacità. Leggete l’intervista del Corriere della Sera a Denis Verdini, potentissimo braccio destro berlusconiano per vent’anni, passato improvvisamente a far la stampella a Renzi a cui ha fornito i senatori necessari per approvare la legge Cirinnà, che altrimenti non sarebbe mai passata. Ebbene, ormai sul viale del tramonto e travolto da una condanna a nove anni di carcere, l’iper-berlusconiano Verdini rivendica la sua posizione “liberale” e il suo essere stato determinante proprio per le “unioni civili”. Nel frattempo questa legislatura repubblicana ha inanellato una serie di record di aumento del debito pubblico, giunto tre giorni fa a sfondare quota 2.270 miliardi di euro. Era 1.989 miliardi di euro alla fine della legislatura precedente. Il tasso di disoccupazione è aumentato nonostante la lieve ripresa produttiva, è oltre l’11%. Tutta Europa cresce, l’Italia meno di tutti. Cinque milioni di persone sono in condizione di povertà assoluta, l’Istat ne certificava tre milioni e mezzo nel 2013. Il 48.3% delle famiglie non arriva a fine mese e quasi tutte le famiglie con tre o più figli sono in condizione di povertà relativa. E poi, il dato più terrificante: l’Italia ha smesso di fare figli, l’Italia muore. Il 2015 e il 2016 hanno fatto segnare i due record assoluti negativi sul fronte della natalità, il 2017 con ogni probabilità assumerà lo stesso trend, a fronte di una mortalità che cancella dal saldo nati-morti ormai trecentomila italiani l’anno.

Ecco, una classe dirigente politica responsabile di questo colossale disastro ha bisogno di fare come Denis Verdini: non hanno la minima idea di come mettere mano a questi mali strutturali del Paese, sono sostanzialmente attraversati da una corruzione endemica che li porta ormai alla condanna di tutti i tribunali, allora per rifarsi il trucco dicono che hanno fatto la legge sulle unioni civili. E nella prossima legislatura diranno che hanno fatto le leggi sull’omofobia e sull’eutanasia, sull’utero in affitto e sulla droga libera, sul divorzio lampo e sul “matrimonio egualitario” per metterci “al passo con l’Europa”, ma sempre e solo sulle minchiate, mai sui tassi di crescita, di innovazione, di occupazione o di sostegno alla maternità.

Due anni dopo ci ritroviamo qui a dirci che siamo stati sconfitti, almeno parzialmente, ma anche che siamo entrati in campo decisi a giocarci la partita. Con la fondazione del Popolo della Famiglia l’11 marzo 2016, neanche sei settimane dopo il secondo Family Day, abbiamo inteso cominciare a costruire quella diga che solo sul piano politico-parlamentare può fermare l’avanzata di tutto questo male. Chi ha partecipato alla costruzione di questo movimento politico dal nulla, a partire dal segretario nazionale Gianfranco Amato e dal coordinatore Nicola Di Matteo protagonisti sul palco di entrambi i Family Day, sa quanta fatica e ostinazione comportino le decisioni assunte dalla nostra assemblea costituente del Palazzetto delle Carte Geografiche come dalle assemblee nazionali successive fino a quella straordinaria del 28 gennaio scorso al teatro Eliseo. La decisione fondamentale è quella di batterci, in posizione autonoma e libera da organici vincoli coalizionali, per la difesa della famiglia naturale, per la cultura della vita, per il presidio dei principi essenziali e quindi non negoziabili. Ci siamo messi alla prova alle elezioni amministrative del 2016 e del 2017 in 35 comuni ottenendo risultati significativi e la militanza attiva di decine di migliaia di persone che hanno votato per il Popolo della Famiglia dopo aver raccolto firme per presentare le liste, dopo averci messo la faccia candidandosi e anche rappresentando nelle istituzioni queste istanze. In quindici mesi di vita il Popolo della Famiglia è orgoglioso di avere eletto già sedici persone nelle istituzioni locali, sono la piccola pattuglia iniziale di un battaglione di eletti pronto a rappresentare queste istanze nei comuni, nelle regioni, al Parlamento nazionale, al Parlamento europeo.

Chi è interessato a dare continuità operativa alla mobilitazione avviata due anni fa, per uscire dalla dimensione di quella che sarà altrimenti una sconfitta continua, deve battersi politicamente sul territorio al fianco del Popolo della Famiglia. Un milione di voti alle elezioni politiche che si terranno tra qualche mese, dopo che avremo raccolto le centocinquantamila firme necessarie per presentarci in tutti e cento i collegi in cui il territorio nazionale è suddiviso dalla nuova legge elettorale (almeno 1.500 firme a collegio), rappresentano un traguardo assolutamente a portata di mano. Unisciti subito a noi diventando un tesserato del Pdf. L’iscrizione al Popolo della Famiglia costa 50 euro per il 2017 - liberi di fare donazioni superiori, chi versa almeno 500 euro è socio sostenitore e ottiene in regalo l’abbonamento annuale digitale al quotidiano La Croce - e si regolarizza con un bonifico al conto intestato a POPOLO DELLA FAMIGLIA che ha il seguente IBAN: IT88M0103003241000000354618 del Monte Paschi Siena, agenzia Roma 41. Si può in alternativa inviare un vaglia postale a POPOLO DELLA FAMIGLIA piazza del Gesù 47 00186 Roma. L’avvenuta iscrizione deve essere comunicata al sempre più decisivo coordinatore nazionale Nicola Di Matteo con una email a [email protected] che provvederà all’invio materiale della tessera).

La nuova legge di impianto proporzionale con sbarramento basso al 3% è un’occasione unica e irripetibile per dare rappresentanza politica diretta a ciò che ha mosso i primi passi due anni fa. Nessuna legge elettorale al mondo garantisce un così agevole diritto d’accesso alla tribuna parlamentare: i sistemi angloamericano a collegio uninominale, francese a doppio turno, spagnolo e tedesco proporzionali con sbarramento ben più alto, renderebbero impossibile una rappresentanza politica diretta in Parlamento di un movimento come il Popolo della Famiglia. Un miracolo ha fatto sì che in Italia questa possibilità ci sia concessa. Ora serve far camminare su gambe e braccia questo miracolo, a partire da coloro che hanno fatto crescere concretamente con i voti raccolti sul territorio alle amministrative 2016 e 2017 questa piccola creatura che è il Pdf. Riepiloghiamo il nostro “punto di partenza” due anni dopo, con i risultati già ottenuti nei 35 comuni in cui ci siamo presentati, ricordando nomi e cognomi di chi si è battuto in prima linea:

Mario Adinolfi (Roma) 7.992 voti
Nicolò Mardegan (Milano) 6.018
Filippo Grigolini (Verona) 3.851
Mirko De Carli (Bologna) 2.076
Vitantonio Colucci (Torino) 2.032
Luigi Sposato (Padova) 1.528
Luigi Mercogliano (Napoli) 1.489
Raffaele Adinolfi (Salerno) 1.304
Ada Addolorata Di Campi (Rimini) 1.044
Gian Carlo Paracchini (Novara) 977
Alberto Agus (Cagliari) 945
Stefano Arrighi (Genova) 906
Luca Della Schiava (Fontanafredda) 869
Pietro Marcazzan (Goito) 711
Manuela Ponti (Monza) 601
Luca Grossi (Crema) 478
Lorenzo Damiano (Conegliano) 424
Mirko De Carli (Riolo) 355
Mirco Ghirlanda (Zevio) 337
Alberto Cerutti (Borgomanero) 270
Claudio Iacono (Assisi) 254
Maurizio Schininà (Savigliano) 216
Lucianella Presta (Grugliasco) 180
Gianfranco Zecchinato Gallo (Teolo) 165
Damiano Cattarin (Villorba) 153

In coalizione abbiamo votato ad aprile 2016 per Giorgio Holzmann a Bolzano (1.874 voti), poi il 5 giugno 2016 per Paolo Orrigoni a Varese (16.374 voti al sindaco, 634 alla lista Pdf), Pasqualino Piunti a San Benedetto del Tronto (6.343 voti al sindaco, 149 alla lista Pdf), Ottavio Tesoriere a Crotone (1.098 voti al sindaco, 64 alla lista Pdf), Andrea Delle Vedove a Cordenons (272 voti alla lista, 2.853 voti al sindaco). Nel giugno 2017 in coalizione abbiamo sostenuto Luca Cannata sindaco di Avola ottenendone l’elezione al primo turno (12.839 voti, 11.11% alla lista del Popolo della Famiglia per 1.645 voti), Gianluca Trani sindaco di Ischia non eletto (5.204 voti, 1227 voti di lista alla “bicicletta” Pdf-Fi), Renata Tosi sindaco di Riccione che abbiamo portato al ballottaggio (6.236 voti, 273 al Pdf), Pietro D’Angelo sindaco di Melito che abbiamo portato al ballottaggio (5.118 voti, 200 al Pdf), Emanuele Locci candidato sindaco non eletto di Alessandria (3.296 voti, 283 al Popolo della Famiglia).

Complessivamente ai sindaci indicati dal Pdf tra il 2016 e il 2017 sono stati assegnati dunque 96.390 voti. I risultati di lista dicono: Goito 14.86%, Riolo 14.38%, Avola 11.11%, Ischia 10.28%, Zevio 4.75%, Teolo 3.66%, Verona 3.39%, Cordenons 3.32%, Conegliano 3.02%, Crema 2.93%, Borgomanero 2.76%, Novara 2.16%, Savigliano 2.06%, Varese 1.92%, Villorba 1.79%, Fontanafredda 1.76%, Salerno 1.72%, Riccione 1.65%, Rimini 1.58%, Assisi 1.49%, Monza 1.25%, Bologna 1.23%, Melito 1.16%, Milano 1.15, Cagliari 1.15%, Grugliasco 1.12%, San Benedetto del Tronto 0.84%, Alessandria 0.74%, Roma 0.62%, Torino 0.55%, Genova 0.41%, Napoli 0.37%, Padova 0.27%, Crotone 0.24%. La media nazionale relativa ai voti validamente espressi nelle città in cui eravamo presenti alle elezioni amministrative del 2016 è stata dell’1.07%, nel 2017 è salita al 2.9% conteggiando anche le otto municipalità veronesi con voto medio del 5% e punta nell’ottava circoscrizione con il 5.80%.

I 96.390 voti che abbiamo raccolto sul territorio attorno ai candidati sindaco da noi indicati, a cui va sommato il differenziale positivo tra voto comunale e voto circoscrizionale nelle grandi città (solo a Roma prendemmo 7.992 voti al Comune, ma oltre 12mila nelle circoscrizioni dove eravamo liberi dal ricatto del voto utile, lo stesso è accaduto inevitabilmente l’11 giugno 2017 a Verona), porta l’area di consenso del Popolo della Famiglia sui 35 comuni dove si è messo alla prova ben oltre i centomila voti. Un risultato straordinario perché compiuto in appena quindici mesi. Come ha fatto ben notare Massimilano Amato con uno specchietto molto preciso, siamo assai competitivi con i partiti che hanno strutture e denari infinitamente superiori alle nostre, basti pensare che a Verona abbiamo gli stessi voti di Forza Italia e battiamo nettamente Fratelli d’Italia sia dove ci presentiamo da soli che dove ci presentiamo in coalizione proprio con loro. Insomma, dove il piccolo e senza mezzi Popolo della Famiglia si è misurato con il potente e ricco partito dell’allieva prediletta di GIanfranco Fini, i cittadini elettori hanno preferito il Pdf. Sono numeri. A Verona: Fratelli d’Italia 2.74%, Popolo della Famiglia 3.39%; a Conegliano: Fratelli d’Italia 1.37%, Popolo della Famiglia 3.02%; a Crema: Fratelli d’Italia 1.24%, Popolo della Famiglia 2.93%; persino a Riccione dove eravamo alleati il derby lo abbiamo vinto noi: Fratelli d’Italia 1.52%, Popolo della Famiglia 1.65%.
Ora, sappiamo bene che alcuni protagonisti del Family Day considerano errata la strategia del Popolo della Famiglia e, è accaduto ad esempio sabato scorso a Todi, preferiscono collocarsi in un ambito collaterale ai partiti già strutturati. Noi qui, oggi, pronunciamo solenne promessa: mai più una parola sarà rivolta contro coloro con cui condividemmo il palco a San Giovanni e al Circo Massimo. Promettiamo che neanche reagiremo ad eventuali provocazioni. Se accadrà, come è accaduto all’ultima Marcia per la Vita, di incontrarci sarò sempre io ad alzarmi e ad andare a salutare coloro che considero amici, sapendo che non c’è da aspettarsi il gesto inverso. Ritengo che quelle giornate insieme alla fede che professiamo ci rendono fratelli per la vita e le ragioni della politica non devono avere il potere di dividerci.
Di più. Da oggi, esattamente due anni dopo il Family Day che a tutto ha deto inizio, spalanchiamo ancora di più le porte e le finestre del Popolo della Famiglia che diventa un cantiere costituente in vista della nostra prossima assemblea nazionale di settembre in cui determineremo le strategie programmatiche e politiche in vista delle elezioni generali. Chiunque venga a portare il suo contributo anche critico e sappia che troverà qui un popolo che agisce come una famiglia, con l’obiettivo che nel prossimo biennio si possano contare le vittorie e non le sconfitte perché se perdiamo noi vince il male il questo paese e il destino dell’Italia è, purtroppo, normativamente già scritto.

Due anni dopo siamo qui a dire: possiamo farcela, abbiamo i numeri e la forza per poter essere determinanti, facendo sì che l’esperienza dei Family Day sia l’avvio di una lunga storia e non solo uno splendido raggio di sole nel mezzo del temporale.

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20/06/2017
2207/2019
Santa Maria Maddalena

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