Società

di Lucia Scozzoli

Prato si suicida, la società perde e si leva un peso di dosso

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Marco Prato si è ucciso in carcere, con un sacchetto in testa e il gas della bomboletta per cucinare in dotazione ai detenuti. Oggi avrebbe avuto l’udienza del processo dove era prevista anche la testimonianza di Manuel Foffo, che, lo ricordiamo, è già stato condannato a 30 anni con rito abbreviato per l’efferato omicidio di Luca Varani, avvenuto il 4 marzo 2016 a Roma.

In un biglietto Prato ha scritto che non reggeva più l’attenzione mediatica e le menzogne dette su di lui. Il pm ha aperto un’inchiesta per istigazione al suicidio, come atto dovuto, contro ignoti.

Il garante nazionale dei diritti dei detenuti in una nota dice: «Nessuna sorpresa per un suicidio per molti versi annunciato». «Già nello scorso anno il Garante nazionale era intervenuto per riportarlo a Regina Coeli, alla luce del fatto, a tutti noto e in particolare all’Amministrazione penitenziaria, che la cosiddetta “articolazione psichiatrica” dell’Istituto di Velletri è inesistente e che là una persona che già aveva nel passato tentato il suicidio avrebbe avuto minore assistenza di quella garantita nell’Istituto romano».

Ricordiamo che a Regina Coeli c’è un istituto specializzato in detenzione relativa a reati di natura sessuale.

La fidanzata di Luca Varani su facebook ha scritto un breve post di commento: «Una vita è una vita. Sono scioccata per quanto accaduto ... Solo due parole: silenzio e rispetto per il lutto delle famiglie. Grazie», manifestando il desiderio di smorzare il più possibile i toni. È comprensibile che non voglia rivangare, né lei né la famiglia di Luca Varani: ripercorrere anche solo con la memoria, rileggere le dichiarazioni degli imputati agli atti e gli esiti dell’autopsia e le terribili descrizioni delle torture inflitte al giovane è un dolore che ciascuno vorrebbe evitarsi.

Sui social però se ne vuole parlare e, nonostante i tanti inviti a rispettare col silenzio la morte di un altro giovane per una disperazione interiore insanabile (che fosse rimorso o persecuzione, questo comunque è l’effetto finale), in molti di più non hanno rinunciato ad esternare sollievo, a manifestare soddisfazione per la fine prematura di un assassino, che grazie al suo gesto non costerà allo stato più nemmeno un centesimo, né di processo né di galera.

Cinismo o senso di giustizia?

Queste osservazioni aspre non si trovano solo sotto articoli del corriere, ma anche su gay.it. Il delitto Varani ha scosso tutti per la sua brutalità, indipendentemente dalle considerazioni in ordine ai gusti sessuali dei protagonisti della vicenda. Anzi, la comunità LGBT è stata sempre molto in silenzio sul caso, cercando di non indurre l’associazione di idee movida omosessuale – sballo omicida, nonostante che Foffo e Prato fossero pienamente inseriti nel giro di sesso e droga dei circoli gay della capitale.

Attenuanti ai due non ne sono state concesse dall’opinione pubblica, nemmeno per un momento, nemmeno quando qualche giornalista ha provato a sollevare edipici complessi verso le figure paterne, anche perché le testimonianze in merito alla notte del delitto sono di una brutalità insostenibile, spalancano un abisso sulla violenza di cui è capace l’uomo contro un altro uomo che prescinde dal singolo caso, ci lascia tramortiti e attoniti, terrorizzati. Questi hanno torturato per noia, per sballo, per odiosa superficialità. E mancando un motivo razionale, per quanto perverso, mancano a tutti noi strumenti di difesa perché non ricapiti: chi ci tutelerà dalla banalità del male?

“Volevamo uccidere qualcuno, volevamo vedere l’effetto che fa” ha dichiarato Foffo ai carabinieri. Hanno girato in automobile “alla ricerca di un qualsiasi soggetto da uccidere o comunque da aggredire solo al fine di provocargli sofferenze fisiche e ucciderlo” (parole del pm Francesco Scavo).

Per questo la dipartita di Prato prima delle esternazioni di Foffo al processo alla fin fine ci fa tirare un sospiro di sollievo, permettendoci di chiudere questa inquietantissima vicenda rapidamente.

Nessuno dei due ha espresso parole di cordoglio per la famiglia del povero Luca Varani, né manifestato pentimento per le sofferenze provocate, ma solo un grave disagio psichico. Foffo passò addirittura la notte seguente al delitto dormendo sul divano di fianco al cadavere di Varani, mentre Prato si stordiva di alcool e barbiturici in albergo. I due ci hanno messo più di 24 ore per rendersi conto di aver commesso un delitto e capire che non avevano via d’uscita. Foffo chiamò il padre alla mattina del 5 marzo per raccontargli tutto, forse credendo che il genitore gli avrebbe trovato una soluzione anche per quel guaio.

In un’intervista a Panorama, Prato dichiarò: «Gli eccessi di una vita o di una piccola parte di essa mi hanno esposto a qualunque incontro e rischio nella spasmodica ricerca dell’uomo che, come Manuel, suonasse le corde giuste o forse sbagliate… Ho subito volontariamente tanta violenza per assecondare maschi eterosessuali di cui ero invaghito e che mi facevano sentire femminile. Quando particolari così pruriginosi diventano pubblici, sono utili alla coscienza collettiva per puntare il dito anziché guardarsi allo specchio».

Prato si è sentito una vittima da subito, ha dichiarato di essere succube di Foffo, di non aver inferto colpi ma solo di non aver avuto la forza di fermare il compagno di nottata, ha rivangato le violenze subite da precedenti esperienze omosessuali e mai si è fermato a pensare a Varani, che non c’entrava niente con nessuno dei due e che, veramente l’unico nel quadro macabro, era la vittima.

Poi se vogliamo asserire di essere tutti vittime, senz’altro possiamo trovare gli estremi per farlo, qualche attenuante sociale, familiare o ambientale non ci mancherà di certo. Però ci sono vittime che sono più vittime di altre e chi decide deliberatamente di accompagnarsi a soggetti pericolosi, di fare uso di sostanze stupefacenti che obnubilano il giudizio e il controllo, di fingere che la violenza sia una cosa piacevole e divertente, non può essere ritenuto innocente.

Che possiamo dire di un giovane 31enne che si suicida in carcere dopo aver massacrato un altro ragazzo, con la complicità di un “amico”? Veramente non dobbiamo giudicare? Veramente dobbiamo restare in silenzio a rispettare non si sa bene il dolore di chi?

Forse Prato è stato spostato a Velletri proprio per lasciare che completasse i suoi propositi suicidi più volte manifestati, cosa che a Regina Coeli appariva più difficile, magari semplicemente non interessava a nessuno che sopravvivesse, se non ai genitori di Varani bisognosi di qualche soddisfazione da parte della giustizia, dopo che era stato concesso il rito abbreviato a Foffo, risparmiandogli l’ergastolo meritatissimo.

Ledo Prato, il padre di Marco, aveva un blog, in cui parlava di economia e politica. All’indomani del delitto, parlò di sé scrivendo: «La vita riserva molte sorprese, alcune liete, altre no. Entrambe la connotano, la segnano, le danno colore, forma, sostanza. A volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, ti mette a confronto con subdole malattie che sovrastano le persone più deboli, tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti».

Tolleranza. Rispetto. Quanto ci riempiamo la bocca oggi con queste parole vuote di significato! Con quanta violenza verbale gli LGBT reclamano tolleranza a suon di insulti ai catto bigotti! Quanto distorta è la nostra coscienza collettiva che invita sempre a girarsi dall’altra parte di fronte ad ogni azione personale, anche perniciosa, e poi pretende comprensione quando la persona devastata dal male che ha inferto a se stessa rivolge il male che la ricolma anche sugli altri!

Su facebook si è rifatto sentire adesso Ledo Parto: «Oggi chi vuole, chi può, si unisca alle nostre preghiere nel ricordo di Luca, stringendosi intorno alla sua famiglia, ai suoi cari, perché la Misericordia del Dio buono non abbandoni nessuno nella disperazione, stia vicino a coloro che più soffrono, coltivi sentimenti che, senza annullare le colpe, lascino uno spiraglio alla pietà umana».

Questo mendicare la pietà umana ci consegna l’immagine di un padre sconfitto, che domanda la coesistenza nella coscienza collettiva di colpa e pietà, senza alcuna speranza di redenzione e riscatto, perché la redenzione passa attraverso l’assunzione di responsabilità, attraverso la disponibilità a rispondere delle proprie azioni senza sconti, a ricevere anche “la pressione mediatica” e il processo infamante, anche le accuse (forse false) dell’ex-amico e amante Foffo. Tutto questo Marco Prato se lo è negato, ha scelto di credere di non meritarsi un riscatto, ma solo la pietà. E solo quella gli daremo, mentre avremmo voluto vederlo singhiozzare alla sbarra e chiedere scusa veramente convinto e lacerarsi il cuore nella durezza di una galera che cerca di prendersi il farabutto che sei diventato per restituirti l’uomo che eri. Lo avremmo aspettato tra 30 anni all’uscita per buona condotta, magari a fare un servizio diurno in qualche casa famiglia, a dare un po’ di sudore a qualche causa edificante, per chiedergli come stava, cosa aveva imparato dalla vita. Magari lo avremmo invitato a parlare ai giovani per metterli in guardia dalle false chimere del piacere fatto di eccessi, che ti bruciano uno alla volta tutti i neuroni e pure le cellule del cuore, tanto che alla fine sei una larva inespressiva incapace di capire cosa significa infliggere dolore.

Non ci ha creduto nessuno, lui per primo, che già la notte dopo il delitto era a inseguir la morte in albergo.

Resta Foffo, qua da noi, tutto da ricostruire, da rifare uomo daccapo. Chissà se ce la faremo. Lo speriamo, di vero cuore, lo speriamo.

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21/06/2017
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