{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Le nuove parole d’ordine della Francia

Politica

di Andrea Vannicelli

Le nuove parole d’ordine della Francia

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Nel suo discorso di inizio della legislatura di non molte ore fa, tra le tante altre cose, il primo ministro francese Édouard Philippe ha fatto un breve riferimento alle virtù degli antichi romani, fondamento della res publica, anche quella francese di oggi. Virtù che egli ha sintetizzato per l’uomo politico in tre tratti principali: onestà, rettitudine e coraggio. Philippe ha fatto l’esempio dell’ultima legge approvata in Francia per meglio regolamentare i finanziamenti dei partiti, legge a suo giudizio quanto mai virtuosa. Questo approccio laico e repubblicano potrà sembrare retorico, ma ne abbiamo quanto mai bisogno (molto più delle frasi finali del discorso, dove Philippe ha tenuto a ribadire che la Repubblica francese ha come fondamentale riferimento una laicità neutra, nella quale tutti sono liberi di credere o meno, di praticare o meno un culto qualsiasi). Philippe, militante socialista fedele a Michel Rocard negli anni 90 (che d’altronde ha citato due volte Rocard nel suo discorso), poi passato a destra nel 2002 accanto a Alain Juppé (il quale pure è stato citato nel discorso), è una bella figura dell’attuale mondo politico d’Oltralpe. Nel 2016 aveva iniziato a far campagna per François Fillon, ma quando contro quest’ultimo sono sorte accuse di corruzione in favore dei familiari (accuse sulle quali la magistratura deve ancora pronunciarsi), Philippe ha preferito farsi da parte. Classe 1970, Philippe ha fama di integerrimo. Figlio di due professori di Lettere, è egli stesso un letterato. I suoi nonni erano operai del porto di Rouen, in Normandia. Ha lavorato come amministratore nel settore privato, ma soprattutto come sindaco di Le Havre (Normandia). Emmanuel Macron lo ha chiamato pochi giorni fa come suo primo collaboratore, confidando che quest’uomo dalle molteplici risorse, in fondo né veramente di sinistra, né veramente di destra, possa fargli da ‘spalla’ nel nuovo corso, assai ambizioso, che il neoeletto presidente intende intraprendere. Come non augurare a Macron e a Philippe, aldilà di tutto, di avere successo? Le intenzioni di partenza sono buone. Jean-Luc Mélenchon, a capo dei pochi parlamentari di La France insoumise, partito di estrema sinistra che non voterà la fiducia a Macron, ha espresso (nei soli dieci minuti che il regolamento del neoeletto parlamento gli ha lasciato per esprimersi) alcune sensate critiche al programma di Macron. In sostanza ha detto che Macron è un ultraliberale, che rischia di dimenticare vari drammi in atto in Francia: sei milioni di disoccupati, due milioni e mezzo di analfabeti; un Paese dove molti bambini vengono abbandonati, e dove molti bambini muoiono per non essere stati vaccinati contro il morbillo (ma su questo, Macron ha già previsto una campagna di vaccinazioni intensive che è analoga a quella in atto in Italia). Certamente, ha aggiunto Mélenchon, il rischio è che Macron dimentichi tutti i francesi (e sono la metà degli aventi diritto al voto) che hanno preferito non andare a votare alle elezioni legislative; e che egli, poiché ha la maggioranza in parlamento, possa trasformarsi in una sorta di dittatore. Inoltre Mélenchon teme per l’ecologia (Philippe è noto per le sue prese di posizione contro le cosiddette energie alternative, anche se invece Macron ha promesso di incentivare l’eolico). Staremo a vedere…

Intanto però torniamo al discorso sulle virtù, brillantemente (e laicamente) sviluppato in un recentissimo saggio dal professor Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della Storia all’Università Cattolica di Milano: La socialità del bene (Riflessioni di etica fondamentale e politica su bene comune, diritti umani e virtù civili), Edizioni ETS.

Per far fronte a una società di soggetti autointeressati, un certo liberalismo ha cercato dei meccanismi giuridici che consentano di fare a meno delle virtù dei singoli. Questa impostazione non sembra però in grado di risolvere vari problemi che attanagliano le società contemporanee. Come garantire, ad esempio, più libertà e allo stesso tempo più controlli per contrastare il terrorismo e la criminalità? Come favorire la coesione e la solidarietà tra le persone, soddisfacendo nello stesso tempo i numerosi diritti spesso rivendicati dai singoli nei confronti degli altri e dello Stato?

Giacomo Samek Lodovici muove da questi rilievi per far risaltare quanto la crisi delle democrazie derivi attualmente dalla mancanza di un’etica in grado di sorreggerle. Il dilagare dell’individualismo rende necessaria la promozione delle virtù civili. L’autore invita a diffondere motivazioni valide per perseguire il bene comune. Egli stesso le enumera citando autori di ogni tempo e luogo, da Aristotele a Habermas, passando per Cicerone, Tommaso d’Aquino, Kant, Hegel, Locke, Rawls e vari altri.

Ciò che umanizza la società, ciò che la rende una comunità vivace e piena di avvenire, è la famiglia, che ne è il fondamento imprescindibile. Lo Stato è dunque tenuto, nel suo stesso vitale interesse, a promuovere e difendere questo istituto. Ne va della sua sopravvivenza, della sua longevità, della sua fioritura. In tale prospettiva, è importante rilanciare un’antropologia fondata sulle relazioni, poiché la vita associata è un elemento cruciale del bene di ciascuno.

Da questo punto di vista, mi ha colpito il fatto che nel suo discorso Édouard Philippe abbia fatto notare che da circa due anni la demografia francese non è più in grado di garantire il rinnovo delle generazioni. Philippe ha di conseguenza proposto che alla famiglia francese non venga più soltanto accordato una sorta di ‘coefficiente fiscale’, ma maggiore attenzione da parte del legislatore. Il parlamento ha applaudito, anche su questo staremo a vedere se Macron saprà tradurlo in misure concrete.

Giacomo Samek Lodovici, che molti lettori de “La Croce” già conoscono, è autore di svariati saggi e di monografie come La felicità del bene, L’utilità del bene, Il ritorno delle virtù e L’emozione del bene. Samek coniuga la profonda conoscenza di autori classici come Tommaso d’Aquino con lo studio di pensatori moderni quali Jeremy Bentham o Jean-Jacques Rousseau; e con l’analisi del pensiero dei contemporanei (da Norberto Bobbio a John Rawls). Basta scorrere le quasi quaranta pagine della bibliografia per rendersi conto dell’erudizione dell’autore, mai esibita, ma semplicemente messa concretamente ‘in musica’ nelle varie argomentazioni esposte dall’autore, argomentazioni che sarebbe risibile riassumere in poche righe.

Ci contenteremo di dare ai lettori un resoconto delle pagine che forse maggiormente interessano, ovverosia le pp. 125-136, dedicate alla centralità della famiglia per il bene comune. Molti autori liberali, tra i quali Rawls e Raz, ne riconoscono la valenza politica. In effetti la famiglia non è soltanto un fatto privato, bensì un istituto che è un bene di rilievo pubblico. Essa è il luogo (statisticamente privilegiato) della generazione di nuovi esseri umani; è il luogo in cui il piccolo dell’uomo riceve un riconoscimento e le principali capacità psicologiche, cognitive e più generalmente umane che gli consentiranno di continuare la società (tra l’altro perché viene preparato alla vita relazionale e almeno in maniera semplice alla pratica delle virtù civili). In famiglia si inizia a esercitare, grazie al ruolo dei genitori nei confronti dei figli, la difficile arte del governo in vista del bene comune.

È vero che non esiste una definizione condivisa di famiglia. Anzi, da questo punto di vista le dichiarazioni di Philippe sono poco affidabili, dato che Macron difende a spada tratta i diritti dei gay e probabilmente considera una ‘unione’ tra due gay come un nucleo familiare. Però le citazioni che trascrivo qui sotto (tratte dal libro di Samek Lodovici) danno un’idea di quello che la famiglia tradizionale ha sempre rappresentato nella vita delle nazioni. Aristotele: “La famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario dello Stato”. Locke: “La prima società fu quella tra marito e moglie”. Rawls: “La famiglia è una parte della struttura [sociale] di base perché uno dei suoi ruoli principali è fare da cardine della produzione e riproduzione ordinata della società”. Tommaso d’Aquino: “Fine ultimo di una comunità riunita è quello di vivere secondo la virtù”. Kant: “Il politico morale eleverà a principio di massima che, se si trovano nella costituzione dello Stato o nei rapporti tra gli Stati difetti […] sia dovere […] esaminare come si possano al più presto correggere e uniformare al diritto di natura”. Habermas: “È interesse dello Stato costituzionale intrattenere rapporti di riguardo con tutte quelle risorse culturali di cui si nutrono la coscienza normativa e la solidarietà dei cittadini”. Eliot: “Gli uomini cercano sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono, ma io vi dico: rendete perfetta la vostra volontà”.

Interessantissime anche la parte finale del libro di Samek, dedicata al rapporto tra bene comune, diritti, leggi e virtù. Un solo esempio: è chiaro che la tremenda crisi del 2008 è stata in parte causata dall’indebitamento dei privati, talvolta dovuto ad uno stile di vita non sobrio, espressione di un ‘deficit’ di quella virtù che è la temperanza. Invece un comportamento economico etico implica costi minori, ad es. quelli di vigilanza e di controllo, permettendo risultati crescenti grazie alla fiducia reciproca tra soggetti virtuosi. Il costo della corruzione è altissimo.

Non resta che auspicare che le nostre società europee sappiano continuare quel cammino di virtù civili che ad ogni nuova legislazione ci si propone di rinnovare. Emmanuel Macron, nel suo libro “Rivoluzione”, osserva: «La politica deve essere portatrice di quei valori che sono nostri. E quei valori non sono solo valori di efficienza. Sono ben altra cosa. In nome dell’efficienza economica si sono distrutte intere vite. In imprese troppo complesse, nessuno sa più chi comanda e chi obbedisce». Tra tali valori, Macron cita spesso la libertà, la fratellanza e l’uguaglianza; l’integrazione degli immigrati; l’umanizzazione del capitalismo; la sicurezza dei cittadini; l’audacia nel prendere in mano il proprio destino; la civiltà e la cultura; la difesa dell’ambiente; la solidarietà. Non so davvero se queste di Macron siano qualcosa di più che ammirevoli parole. Tra l’altro perché Macron è (che lo voglia o meno) espressione delle élite francesi, ed è stato ‘tenuto a battesimo’ da un noto massone, Jacques Attali, ex consulente di François Mitterand, personaggio del quale (per motivi che qui è impossibile riassumere) conviene diffidare. E poi i valori di Marcon rimangono nebulosi. Lui li fonda solo come ‘portato’ delle leggi della Repubblica. Ma la Repubblica, a sua volta, su che cosa si fonda? Vorrei solo ricordare che essa nasce per la prima volta dopo la Rivoluzione del 1789. Questa Rivoluzione (che senz’altro ha avuto in partenza ottime intenzioni e qualche risultato positivo) ha causato due milioni di morti, se si considerano le guerre civili in Francia (particolarmente in Vandea) e le successive campagne napoleoniche.

Però, per tutti noi, mi auguro che le virtù civili siano davvero vissute da Macron, da Philippe, dal nuovo governo francese. Magari davvero si concretizzassero e dessero frutti, a cominciare dall’accoglienza dei migranti e da una maggiore valorizzazione della famiglia (tradizionale). Per il bene di tutti. Allons, en marche! Avanti, in cammino!

07/07/2017
2411/2017
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