Storie

di Giuseppe Focone

Nuove speranze per Charlie

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La notizia che tutti aspettavamo è arrivata nel tardo pomeriggio di ieri, costringendoci a cambiare all’ultimo momento i pezzi già ultimati.

Il Great Ormond Street Hospital di Londra si è rivolto alla Corte Suprema per una nuova udienza alla luce di nuove evidenze scientifiche relative a possibili altri trattamenti per il piccolo Charlie Gard.

Determinante il comunicato inviato in mattinata al GOSH dall’Ospedale Bambin Gesù di Roma con un nuovo un protocollo di cura per la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale messo a punto da un’equipe internazionale di scienziati.

D’improvviso i nemici della vita sembrano battere in ritirata, lasciando il campo al popolo della vita in festa, primi fra tutti Connie Yates e Chris Gard, i genitori di Charlie.

Certamente la partita è ben lungi dall’essere vinta definitivamente. Non c’è da fidarsi, torneranno più feroci di prima; l’ospedale londinese le tenterà tutte pur di far riconoscere alla Corte l’infondatezza e l’inefficacia del nuovo protocollo.

Ma per il momento godiamoci questa vittoria.

Quelli a venire saranno giorni decisivi per la vita del piccolo Charlie, giorni decisivi per l’intera umanità.

La vita di questo bambino innocente è diventata suo malgrado il campo sul quale l’ideologia della cultura della morte ha scatenato la battaglia finale per impossessarsi del diritto di disporre della vita delle persone anche contro la loro stessa volontà ovvero di chi ne ha la potestà, in questo caso genitoriale.

E per riuscire nell’impresa questa nefasta ideologia ha dispiegato tutta la sua potenza, falsamente scientifica, ipocritamente giuridica e subdolamente politica e burocratica.

Ci hanno dapprima raccontato di un bambino terminale che vive tra sofferenze infernali e invece non è vero. Charlie non è terminale e non soffre; vive grazie a un supporto medico, un respiratore artificiale, finanche banale nella sua straordinarietà. La tecnologia consente al piccolo di vivere la sua difficile vita così come accade usando defibrillatori, macchine per dialisi, sondini naso-gastrici, pacemaker. La sua malattia, per quanto grave e a quanto sembra irreversibile non lo ha ancora ucciso; se gli venisse staccato il respiratore, Charlie morirebbe per soffocamento e non a causa della sua malattia.

Ci hanno quindi schiaffato sotto al naso le sentenze dei tre diversi gradi di giudizio nazionali e la sentenza della CEDU , raccontandoci che è “nel supremo interesse del bambino” che il bambino muoia. Alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo hanno dimenticato cosa sia il diritto e non sanno più cosa sia l’Uomo.

La storia della nostra civiltà ci insegna che eliminare le malattie eliminando le persone non può mai essere una soluzione. La nostra cultura ci grida che se non sempre si possono far guarire le persone, mai bisogna smettere di curarle, consapevoli che se si cura una malattia si vince o si perde, ma se si cura una persona si vince sempre qualunque sia l’esito della cura.

Una cosa è certa: c’è un sistema di potere che vuole Charlie morto.

Lo vuole morto per creare un precedente giuridico che sancisca l’arbitrario principio che una persona con una malattia inguaribile, ma lunga e con costi enormi a carico dello Stato finché morte non sopraggiunga, convenga eliminarla subito.

E per farlo ci ha propinato la solita manfrina fintobuonista del pietismo fraudolento, del tipo “meglio per lui se si pone fine alle sue sofferenze”. Stavolta, però, non è riuscito nel suo intento. La maschera è caduta, il re è nudo, il Male è stato disvelato e ha mostrato il orribile volto.

Non ci ha ingannato perché la nostra coscienza ha urlato più forte che non esiste un modo caritatevole di far fuori una persona.

E quando il sistema che vuole Charlie morto ha constatato che il #charliesarmy, piccolo ma tenacissimo esercito pro-life europeo e soprattutto italiano strettosi intorno alla famiglia Gard, stava riuscendo a informare e formare l’opinione pubblica sull’abominio in atto, ha cercato di spostare la partita dal campo medico-giuridico a quello politico-burocratico.

Oramai, però, la verità era venuta a galla ed è successo proprio ciò che la cultura della morte non voleva: Charlie Gard è diventato un caso internazionale e i riflettori si sono accesi sul Great Ormond Street Hospital e su ciò tutto che all’interno delle sue mura avrebbe dovuto consumarsi in gran segreto.

La pressione che #charliesarmy è stato capace di esercitare ha obbligato, seppur talvolta controvoglia o per convenienza, anche alcuni dei leader più influenti del pianeta a prendere una posizione.

E quindi negli ultimi giorni, dopo l’indicazione netta di Papa Francesco e le successive dichiarazioni di Trump abbiamo assistito a una teoria ininterrotta di comunicazioni, di precisazioni, di distinguo e finanche di proposte alternative alla degenza di Charlie nell’ospedale londinese, come la disponibilità dichiarata dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma di accogliere presso la propria struttura il piccolino e la sua famiglia e conseguente risposta negativa inglese.

Poi, come detto, la notizia di una richiesta di una nuova udienza alla Corte Suprema che ha squarciato le nubi con la potenza di una folgore meravigliosa.

In questa dimensione politico-burocratica che nell’ultima settimana è cambiata rapidamente più volte al giorno si è rischiato, però, di perdere di vista la realtà. E allora, chiudiamo gli occhi e cerchiamo di immaginare cosa accade davvero, qual è la realtà della vita di persone in carne e ossa.

Questo non è un film o una rappresentazione teatrale, questa è vita reale scritta con le lacrime e il sangue di persone vere che lottano e sperano, soffrono e gioiscono in una condizione fisica e morale da non augurare neanche al peggior nemico.

La situazione è pressappoco questa:

In una camera del Great Ormond Street Hospital di Londra, il GOSH, ci sono mamma Connie e papà Chris che da mesi vivono con il piccolo Charlie quella che non dobbiamo mai dimenticare essere la loro vita quotidiana, non solo provata dalla malattia del loro figlioletto, ma anche messa a dura prova dalle continue convocazioni dello staff medico che lo ha in carico, quasi sempre per discutere su tempi e modalità del distacco del respiratore che lo tiene in vita.

Questa è la loro vita, al momento non gliene è concessa un’altra. Precarietà e drammaticità della condizione, però, non eliminano la quotidianità dei tre.

La ferisce, la schiaccia, ma non l’annulla.

È una famiglia. Padre, madre e figlio fanno, e hanno il diritto di farlo, ciò che si vive in qualsiasi altra famiglia, dormono (poco), si svegliano, doccia, colazione, pranzo e cena , coccolano il bambino. Insomma, con tutte le limitazioni, ma anche con tutte le emozioni, cercano di ritagliarsi i loro pezzetti di normalità.

In un’altra stanza della struttura ospedaliera, invece, dal 28 giugno lo staff medico è impegnato a capire quale sia il momento migliore per mettere in pratica il capitolo conclusivo della loro strategia, una volta che tutte le sentenze hanno dato loro ragione: il distacco del respiratore artificiale e la conseguente morte del piccolo Charlie. Finora, e sono passati già quasi 10 giorni dalla sentenza della CEDU, non lo hanno ancora trovato, evidentemente perché avvertono che si va formando nell’opinione pubblica una coscienza contraria alla linea dei tribunali e ne avvertono il peso.

E così che ciò che avviene in questi due diversi ambienti fotografa in maniera lampante le due culture che si stanno fronteggiando, quella della vita e quella della morte.

Me la immagino, mamma Connie che tiene tra le braccia il suo bambino malato, occhi negli occhi, e lo bacia e gli parla e gli canta la ninna-nanna ripetendogli le stesse strofe che la sua mamma le cantava quando era piccola sognando come qualsiasi altra mamma chissà quale futuro luminoso per il suo piccolino prima che il refrain monotono dei sensori la riporti alla dura realtà.

E da padre ho davanti agli occhi l’immagine di papà Chris, mortificato nel suo senso di protezione e dolorosamente chino sul figlio, pervaso e piegato, ma mai spezzato (noi padri non possiamo permettercelo) da un’insopportabile sensazione di impotenza di fronte all’enormità della prova che la sua famiglia è chiamata a sostenere.

Non c’è più nulla di medico in questa vicenda. Si tratta “solo” dello scontro epocale tra due culture, quella della vita contro quella della morte.

Si tratta “solo” della battaglia senza tempo con l’antico nemico. Il Bene contro il Male.

Non abbassiamo la guardia. Prepariamoci ad un nuovo assalto. Continuiamo a stringerci forte a Charlie e alla sua famiglia.

La sua vita dipende da noi.

11/07/2017
2504/2018
San Marco evangelista

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