Storie

di Elisabetta Cipriani

L’uomo dell’istante romanzo su Soren Kierkegaard

ARTICOLO TRATTO DALLA VERSIONE PER ABBONATI, SOSTIENI LA CROCE ABBONANDOTI QUI

ARTICOLO TRATTO DALLA VERSIONE PER ABBONATI, SOSTIENI LA CROCE ABBONANDOTI

QUI http://www.lacrocequotidiano.it/abbonarsi-ora


La casa editrice Iperborea, specializzata in cose scandinave, elargisce ultimamente ai suoi lettori delizie per palati davvero fini. Nel 2016 ha tradotto il bel romanzo di Stig Dalager sulla vita di Søren Kierkegaard, uscito in Danimarca tre anni prima in occasione del duecentenario della nascita del filosofo. Il titolo dell’edizione italiana è “L’uomo dell’istante”, e l’unico appunto che si può fare a questa pubblicazione è forse quello di rilevare che il titolo originario - in danese “L’eternità dell’istante” -appariva molto più appropriato a descrivere la paradossalità di un’esistenza giocata per intero sulla dialettica tra finito e infinito. Si tratta di un’opera rivolta sia ai cultori di Kierkegaard sia a coloro che ne abbiano una conoscenza superficiale, legata a vaghi ricordi liceali. Dalager è abile ad affabulare il lettore introducendolo in quella vita eminentemente romanzesca, sebbene tanto povera d’eventi esteriori: eccezion fatta per l’infanzia austera, l’incombere della figura paterna col suo rigorismo e la sua incoerenza, l’amore immortale per Regina Olsen che la rottura del fidanzamento sublima e rafforza, le battaglie ideali contro un cristianesimo tiepido e borghese, la pervicace solitudine degli ultimi anni. Abile anche nel mescidare il racconto con ampie e ficcanti citazioni delle opere, nonché a dare al tutto forma di un lungo, sofferto flash-back da parte di un Kierkegaard ormai quasi agonizzante. L’autore insomma fornisce con sapienza il filo d’Arianna al labirinto di un pensatore insieme chiaro ed enigmatico, immergendoci nella natura amorosa ed epistolare di una scrittura concepita come incessante lettera a Regina, come costante dedica a colei che un’invincibile malinconia lo convinse a non sposare, solo per non condannarla all’infelicità; colei che egli intese liberare attraverso l’infamia dell’abbandono, per continuare segretamente ad amarla. Un abbandono che libera appieno anche la vocazione letteraria di Kierkegaard, da intendersi come vocazione religiosa e viceversa: egli non poté essere il marito di Regina, ma scelse d’innalzare per lei il monumento delle sue opere; non poté incarnare, nella sua “debolezza”, il cristianesimo ideale: scelse allora d’essere il “poeta cristiano”, il fustigatore implacabile della Chiesa di Stato e del suo “eterno blaterare domenicale”, del protestantesimo progressista (oggi ancora così di moda!) che non vuol più farsi imitazione di Cristo, perché completamente assuefatto al mondo. Non a torto Cornelio Fabro, nella sua memorabile curatela del “Diario” di Kierkegaard (scritto imprescindibile per chi voglia incontrare il grande danese faccia a faccia), parlava per lui di cripto-cattolicesimo. Ma comunque stiano le cose, la sagacia del vecchio Søren nel ritrarre la desolante galleria dei cristiani mondani è resa magistralmente anche in queste pagine: «C’è il borghese assennato che non riesce a capire come faccia Gesù ad essere così limitato e sciocco: (…) in questo modo non si arriva da nessuna parte nel mondo, a meno che non si voglia essere presi per pazzi o farsi ammazzare direttamente, senza peraltro avere un impiego sicuro o prospettive per il futuro. C’è poi il filosofo, che è certo che Gesù sia un idiota, posseduto dalla folle vanità di voler essere Dio, e che non abbia da offrire alcun sistema di pensiero, a parte qualche aforisma (…). E poi c’è il politico, che non nega una certa influenza a Gesù, a prescindere dalla sua presunzione di essere Dio sulla quale si metta pure una riga sopra, come una forma di sentimentalismo privato, ma guai a farsi trascinare da lui, visto che non lo si può definire né nazionalista, né repubblicano, né comunista o membro di qualche partito, e non è affatto chiaro se andrà d’accordo con l’una o l’altra fazione». Il merito di Dalager è quello di condensare e far emergere in tutta la sua forza dirompente il lascito che questo “singolo” irriducibile ha disseminato nel corpus letterario di quasi trenta volumi, ciò che il Kierkegaard-pensiero ha testimoniato più che dimostrato, ciò che non smette di rammemorare anche adesso, anche a noi: il fatto che la verità debba esprimersi nell’esistenza, che agire sia più importante di scrivere perché «gli atti d’amore sono più importanti delle prediche» e «la verità non è una somma di proposizioni, (…) ma una vita»; l’aver colto l’essenza della condizione estetica, la condizione dell’uomo che vive per collezionare attimi di piacere irrelati, come una condizione di disperazione, d’incapacità a guardare in faccia l’inconsistenza della propria vita; l’aver dichiarato che l’uomo etico – il marito e padre di famiglia - è superiore all’esteta, senza nascondersi però come egli rischi di restare soffocato nel laccio dei suoi doveri; l’aver scorto nello stadio religioso dell’esistenza il vero stadio di libertà, la libertà temeraria che accetta il rischio della fede, che compie il salto avventuroso e sanante di comprendere che nessun uomo si è posto in essere da solo, e può dunque fondarsi soltanto nella Potenza che lo ha posto. Questa è la chiusa di quel libriccino straordinario – “La malattia mortale” – in cui si concentrano le conclusioni antinomiche di tutta la produzione di Kierkegaard, «la formula per lo stato in cui non c’è nessuna disperazione: mettendosi in rapporto con se stesso e volendo essere se stesso, l’io si fonda, trasparente, nella potenza che l’ha posto. E questa formula , come abbiamo spesso rammentato, è la definizione della fede». Una fede senza compromessi, che si fa imitazione di Cristo e non scimmiottamento del mondo, non stemperamento della forza incendiaria del vangelo per farne retorica da salotto o da omelia. Fede su cui s’impernia il nucleo della personalità di ognuno, fede che innalza l’io di ognuno al dialogo con l’Infinito e perciò lo rende non omologabile, non mimetizzabile in un numero tra gli altri.

Questo il pegno che un Kierkegaard morente ma non domo ci consegna nelle ultime pagine della biografia di Dalager da un asettico ospedale di Copenhagen, in cui la sua mente infiammata e il suo cuore inquieto non hanno trovato pace, ma hanno potuto tratteggiare in maniera definitiva i caratteri della condizione umana affondando il bisturi nel travaglio della propria.

Un romanzo, questo, che è un inno all’esistenza di un sovversivo del pensiero, di un resistente, di un uomo non conforme alla folla e agli idoli del mondo – neppure agli idoli della chiesa del proprio tempo. L’inno alla vita di un singolo che è un singolo cristiano. E Dio solo sa quanto la letteratura e la temperie culturale dei nostri anni ne abbiano bisogno.

ARTICOLO TRATTO DALLA VERSIONE PER ABBONATI, SOSTIENI LA CROCE ABBONANDOTI QUI

18/07/2017
1412/2019
San Giovanni della Croce

Voglio la
Mamma

Vai alla sezione

Politica

Vai alla sezione

Articoli correlati

Media

Come si fa a giudicare la santità in tribunale?

Abbiamo incontrato Lodovica Maria Zanet, che oltre a essere un’autrice di libri di materia teologica e spirituale e una docente presso l’università salesiana di Torino, è pure una “postulatrice”, ossia uno degli attori principali dei processi per le “cause dei santi”. A lei dunque non potevamo che porre molte domande su come “si fanno” i santi (e anche su come non si fanno).

Leggi tutto

Media

O capiamo o moriamo

Ho scelto una tonalità da romanzo in un saggio, in cui cerco di far comprendere che quanto affermava il cardinale Biffi sull’Europa che se non sarà ricristianizzata sarà definitivamente islamizzata è totalmente vero. L’arma non sarà il terrorismo, ma la demografia che è scienza inesorabile come la matematica: se negli ultimi due anni sono morti seicentomila italiani più di quanti ne siano nati e gli islamici con il 7% della popolazione residente hanno fatto il 25% dei figli, la fine è scritta. Saremo la generazione responsabile della fine di una civiltà (lo scrive Onfray) e la Sharia “addolcita” che sostituirà gli ordinamenti giuridici fondati sulla radice giudaico-cristiana piacerà alle élites, come profetizzato in “Sottomissione” di Houellebecq, con il suo mix di poligamia legalizzata e autoritarismo.

Leggi tutto

Storie

Gli Ultimi Jedi: quale redenzione è per sempre?

Un capitolo che è un vero e proprio esame di coscienza della serie e che, in un’epoca in cui gli esami sono fastidiosi, la coscienza un suppellettile dell’emotivo, quando non è un ostacolo, non potrà che provocare furiose ribellioni nei suoi affezionati (e già si sprecano le reazioni rabbiose online). Non possono più essere evitate le ombre del passato, nonostante l’attaccamento al sacro cavalierato del Lato Chiaro: «I Jedi devono scomparire», sentenzia il ritrovato maestro Skywalker, emerito nascosto in una versione nuragica del monastero Mater Ecclesiae (santuario ancestrale dello jedismo) e reticente a prendere come
discepola Rey (Daisy Ridley) «che viene dal nulla». Una ragazza che non ha nulla se non la scoperta di un’intima chiamata al di sopra della sua comprensione, che com’era stato per lui anni prima, si trova ora al centro delle sorti del suo tempo. Ella chiede di un maestro che tutto ha perso, dopo che tutto aveva guadagnato, perfino quel padre che sembrava perso del tutto, perché possa mostrarle donde proviene, la di lei origine «Cerco qualcuno che mi mostri dove si trova il mio posto».

Leggi tutto

Media

Andrea Torquato “Papà senza controllo.O dell’essere padri e non padreterni”

Ma il libro di Giovanoli è anche occasione per leggere la società odierna, le sue derive, la cultura di morte che vi aleggia. È anche momento di riflessione sul dato evangelico, sulla necessità di predicare ancora i Novissimi, su Maria e il suo amore materno. Non è un libro esclusivamente per padri. È per tutti quelli – uomini e donne – che vogliono sostare un attimo per contemplare, attraverso le maglie della quotidianità, la bellezza del disegno di Dio. È per tutti quelli che non vogliono fermarsi solo al livello di un mondo che appare confuso, inselvatichito perché preda di passioni non più frenate (nonostante l’etichetta di “civile”). Di questo mondo, del contesto in cui viviamo, potrebbe sfuggirci facilmente l’essenziale, travolti come siamo da proposte che vanno in senso contrario al messaggio evangelico.

Leggi tutto

Storie

Io, un ingegnere che fa l’esegeta per vocazione

Figlio spirituale di padre Silvano Fausti, Roberto Fedele ha riversato la propria passione per le sacre Scritture nella stesura di un commentario al Vangelo secondo Marco. Tiene anche molto all’attività dei “gruppi di ascolto”, che restituiscono la grammatica della fede a molti lontani e a chi si riavvicina alla pratica religiosa. Per l’avvenire, rivolge uno sguardo alla missione

Leggi tutto

Storie

In un attimo l’infinito di Carlotta Nobile

Ricordo che quando ero felice – scrive la giovane riandando all’infanzia – i miei fogli erano prevalentemente gialli. Quando ero triste arancioni. Non c’era così tanta differenza tra la mia gioia e il dolore. Solo un po’ di rosso in meno» (p.27). Il cancro ha messo alla prova queste parole mostrandole che gioia e dolore, nella sequela del Cristo Crocifisso, sono affratellati. Nella luce che promana dalla Croce c’è solo, come direbbe lei, «un po’ di rosso in meno».

Leggi tutto

La Croce Quotidiano, C.F. P.IVA 12050921001

© 2014-2019 La Croce Quotidiano