{if 0 != 1 AND 0 != 7 AND 0 != 8 AND 'n' == 'n'} Quella integralista religiosa di Flannery O’ Connor

Storie

di Elisabetta Cipriani

Quella integralista religiosa di Flannery O’ Connor

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Non è mai il tempo giusto per leggere Flannery O’Connor, non è mai il tempo degli scrittori inattuali. Fa sempre troppo caldo o troppo freddo, si è giusto troppo indaffarati o troppo assetati di svago. Ma essendo al di là delle mode, in realtà, ogni tempo è il tempo degli inattuali. Perciò vi dico: leggete la O’Connor, leggete tutti i suoi racconti. Leggete quantomeno “Un brav’uomo è difficile da trovare”, o “Il fiume”, o “Gli storpi entreranno per primi”, o “La schiena di Parker”. O “La festa delle azalee”. Sì, leggete in particolare quest’ultimo, in particolare adesso, perché può darsi che il momento sia provvido anzichenò. Leggetelo senza pregiudizi, senza filtri esegetici, perché pare che i suoi migliori esegeti non l’abbiano capito. Non si può, infatti, contraddire nell’esistenza quel che si è sostenuto nella scrittura: al contrario, occorre (per dirla col mio amato Kierkegaard) “decuplicare nell’esistenza” quel che si è amato nei libri, letti o scritti che si siano. E allora veniamo al dunque di questo racconto perfetto. In una sonnolenta cittadina della provincia americana – proprio quella tipica sonnolenta cittadina, ottusa e bigotta, immortalata da centinaia di film – si tiene ogni anno una festa per la fioritura delle azalee. In quell’occasione le efflorescenze accese di queste piante eminentemente primaverili pendono da ogni balcone, ornano gli angoli di ogni strada e gli orli d’ogni marciapiede. Tutti orgogliosamente si affiggono sul petto il distintivo di questa vieta tradizione locale, patetica forse, ma capace pur sempre di costituire un senso di appartenenza. Tutti tranne Singleton, curioso personaggio, a metà strada tra un misantropo e il matto schizoide del paese. Umiliato pubblicamente per il suo rifiuto, reagisce sparando sulla folla e uccidendo sei persone, prima d’essere rinchiuso in un manicomio criminale. Caso chiuso, sembrerebbe. Ma non per le menti agitate di due giovani che sono in paese solo di passaggio: Calhoun, aspirante scrittore in visita alle vecchie zie e Mary Elizabeth, ragazza che “possedeva quel repellente fanatismo proprio dei bambini precoci: tutta cervello e niente emozioni”; “falsa intelligenza, false emozioni, massimo di efficienza, il tutto impegnato a produrre la tipica plurilaureata, pignola e dominatrice”. Entrambi totalmente incapaci di uscire da un infantile egocentrismo che gli fa leggere il mondo dietro la lente deformante delle proprie fantasie intellettualistiche, essi provano una genuina pena per Singleton, ma non possono interpretare la sua vita se non come una dimostrazione di astratte teorie sociologistiche. Non riconoscono all’uomo la sua dignità di uomo, al punto da considerarlo responsabile dei propri atti, né possono chiamare “omicidio” ciò che ha fatto – fosse pure mosso da un’incoercibile follia, in ogni caso da arginare - ma, ingenuamente al di là del bene e del male, considerano la società responsabile per lui e il crimine commesso la manifestazione di una personalità indipendente. Rifiutano, si direbbe oggi, ogni etica universale – semplicisticamente bollata come rigorismo o, peggio, come farisaismo – in favore di un “discernimento individuale” che agisce alla stregua di riflesso pavloviano: ogni qual volta ci si trovi in presenza di un soggetto che possa sembrare ascrivibile a categorie di presunta emarginazione (ragionando quindi per categorie e nient’affatto in nome dei singoli) – all’epoca folli o assassini o comunisti, forse neri, hippy e femministe, oggi magari migranti o musulmani? – questi è a priori innocente, a priori giustificabile. Tutto ciò che può sembrargli vagamente trasgressivo della norma, della legge naturale o della tradizione riceve a priori l’investitura di una ideologica purezza. Ma essi, i due giovani altezzosi e benintenzionati, nulla sanno dell’uomo, della sua natura e fragilità, del suo peccato e della sua grandezza, della sua redenzione. Non sanno niente della vita reale e credono di farsi amico un pazzo criminale regalandogli sigarette e una copia di “Così parlò Zarathustra”. Il finale non va svelato, dico solo che è un’autentica deflagrazione.

Flannery O’Connor è stata una cocciuta paladina della realtà contro ogni intellettualismo, colei che più di ogni altra ha saputo portare alla luce le teofanie imprevedibili che la realtà racchiude nei suoi aspetti più banali. Molta polvere si deposita sulle cose ordinarie, facendole apparire insane. Quella polvere va tolta, preservando le cose. Molte iniquità vanno combattute in questa realtà imperfetta per non essere annoverati tra gli iniqui, ma non il reale stesso. Poiché nessun progressismo libresco, la O’Connor asserisce da ogni pagina, ha mai potuto cambiare un atomo del reale o uno iota della legge. Solo ciò che è accidentale cambia, ma l’essenza delle cose non muta. Chi non comprende o non ama questo non comprende la realtà perché, evidentemente, ha molto elucubrato e poco vissuto: “ci vuole vita per amare la Vita”, avrebbe detto un altro grande americano, l’Edgar Lee Masters dell’Antologia di Spoon River.

Leggete Flannery O’Connor, leggetela. Non è amica della moda e dunque non è amica della morte. Una volta, a uno di quei cristiani emancipati che volevano convincerla di come l’eucaristia fosse solo pane, solo un simbolo senza presenza reale di Cristo, rispose in modo assai poco mellifluo, come capita alle persone vere: “Se è un simbolo, allora che se ne vada al diavolo”. Leggete Flannery O’Connor, leggetela. È una per cui “la realtà nella sua interezza è l’incarnazione”: vi aiuterà ad apprezzarne la grandezza oltre ogni moralismo, oltre la saccente miopia d’ogni political correctness.

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20/07/2017
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S. Giuseppe da Copertino

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