Chiesa

di Claudia Cirami

Le parole della teologia sui confini della scienza

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«Io sarò con voi, fino alla fine del tempo» (Mt 28, 20).

La promessa del Cristo Risorto, nella conclusione del Vangelo matteano, è solo uno dei testi scritturistici a suggerirci che il Cristianesimo sottintende alcune questioni non indifferenti per l’uomo: c’è una fine del tempo? Fine del mondo ha lo stesso significato? Di quale mondo possiamo poi parlare, il nostro pianeta o l’universo? E come sarà da intendersi la Parusìa? Coinciderà con la fine dell’universo? Queste e altre domande non sono peregrine, tanto più che i progressi scientifici ci spiegano che l’universo – che insieme è noto e sconosciuto – avrà, prima o poi, con buona probabilità, un termine. E come cambia il rapporto tra teologia e scienza in questa attualità che si scopre sempre più gravida di nuovi elementi, di nuovi dati che ci provengono dall’indagine scientifica? Sarà il caso di ignorarli o di tenerne conto e integrarli in una prospettiva escatologica? A questi e ad altri interrogativi prova a rispondere Francesco Brancato, nel libro Il futuro dell’universo. Cosmologia ed escatologia (Jaca Book, p. 224, 18,00 euro). Il teologo siciliano, consigliere nazionale dell’Associazione Teologica Italiana, premette di non voler andare oltre le sue competenze e di non poter rispondere integralmente a questioni tanto complesse quanto aperte. Eppure il suo testo si configura come un viaggio avvincente, all’interno dei concetti di spazio e tempo, di inizio e di fine, e dei loro risvolti scientifici, filosofici e, soprattutto, teologici.

Perché un teologo e un lettore dovrebbero iniziare questo viaggio? E perché dovremmo uscire dal microcosmo dei nostri interrogativi quotidiani, dai più agevoli ai più ostici, dai più epidermici ai più intimi, per esplorare il macrocosmo di quesiti che hanno a che fare con un tema misterioso (e per certi versi inquietante) quale il futuro dell’universo? Francesco Brancato risponde che è stata una domanda di San Giovanni Paolo II a condurlo sulla strada della scrittura del testo che ora ci propone. Nel 1988 Il Papa polacco chiedeva: «Quali sono, se ve ne sono, le implicazioni escatologiche della cosmologia contemporanea, specialmente alla luce dell’immenso futuro del nostro universo? Può il metodo teologico avvantaggiarsi facendo proprie le intuizioni della metodologia scientifica e della filosofia della scienza?» (p. 118). C’è, dunque, una Chiesa (e una teologia) che non ignora i passi in avanti della scienza, né li teme, e si chiede come le nuove acquisizioni possano trovare posto nell’escatologia cristiana, così come gli elementi offerti dall’indagine scientifica sull’origine dell’uomo e del mondo possono entrare in dialogo con la protologia, che riguarda gli inizi della Creazione.

Nel libro di Brancato ci sorprende e ci stupisce scoprire una scienza che appare ancora incerta, dubitante, consapevole di non avere la verità in tasca quando si spinge a considerare la questione della fine. Se nella quotidianità del “nostro mondo” ci turba una scienza che si sente depositaria di un unico sapere possibile, che ha la pretesa di dire l’ultima parola sulla vita e sulla morte, in questo testo, invece, il lettore scopre una scienza differente, che, per lo meno nei suoi esponenti migliori, sa che la fine – per quanto postulata a partire da alcuni dati – non è già “codificata” e “cosificata”. L’ampio margine di dubbio rende la questione sulla fine ancora più stimolante ma, al tempo stesso, svela la nostra debolezza: quella di uomini che, per quanto avanti negli studi, non hanno la possibilità di rispondere, con certezza, ad ogni domanda. Si tratta della “scienza giovane”, espressione usata dal Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Roberto Battiston, che firma la prefazione: una scienza «che deve impegnarsi ancora molto nella ricerca degli elementi fondamentali necessari per la comprensione dell’universo, della sua origine, della sua evoluzione, del suo destino» (p.12).

La peculiarità del testo (che è al contempo il suo punto di forza) è quella di attrarre anche i lettori meno interessati alla scienza e quelli poco inclini alla speculazione. I rimandi letterari presenti, ricchi ed eterogenei, rendono la lettura scorrevole e agevole la ricezione delle argomentazioni presentate. Il lavoro è accurato perché non tralascia alcuna delle ipotesi scientifiche più attendibili sulla fine dell’universo, discutendole una per una. Nonostante faccia professione di imperizia nel campo di indagine proprio della scienza, in realtà Brancato dà l’impressione di essere a suo agio nel presentare ai lettori non solo gli elementi più recenti dell’indagine ma anche le letture, più o meno qualificate, che gli scienziati hanno proposto di questi. Lo sguardo del teologo è aperto e pronto a trovare degli spunti interessanti per il dialogo persino in quelle ipotesi che sembrano più figlie della fantascienza che della realtà. È, infatti, convinto che ogni prospettiva nasconda degli elementi importanti per l’approfondimento teologico e per quel dialogo tra scienza e fede che sembra diventato, nella nostra epoca, una delle priorità. Cerca così anche di stimolare i suoi colleghi a prendersi carico di quanto ci offre oggi la scienza e di quanto potrà regalarci in futuro.

Il merito maggiore del libro è, però, naturalmente, quello di portare all’attenzione del lettore le “parole delle teologia”. In un dialogo autentico anche la controparte, in questo caso la riflessione teologica, – sebbene il termine controparte sia riduttivo e per certi versi errato perché fa pensare ad una contrapposizione – deve poter entrare senza complessi, con la viva consapevolezza che il suo contributo non è qualitativamente inferiore a quello “messo su piatto” dalla ricerca scientifica. Brancato, nella sua produzione teologica, più volte si è interrogato sui temi portanti dell’escatologia e questa parte del testo è l’ambito di riflessione in cui sa come “condurre il gioco” al meglio. La sua ultima fatica, allora, è l’occasione per presentarci quanto il Magistero ha espresso sul tema, fino agli accenni alla recente Laudato si’ di Papa Francesco. Guardando, secondo lo spirito del suo libro, meno alla prospettiva antropologica e più alla prospettiva cosmologica, il teologo tuttavia non dà vita a una sterile contrapposizione tra le due, suggerendo invece una felice integrazione. Non mancano, poi, i contributi più interessanti del pensiero teologico, dai Padri della Chiesa fino alle posizioni dei teologi più vicini alla sensibilità contemporanea: da Rahner a Ruiz de La Peña, da Von Balthasar a Ratzinger, da Sanna a Mueller, solo per citarne alcuni. Senza dimenticare le suggestioni che provengono dalla teologia delle altre confessioni cristiane, prima di tutto quelle che arrivano dal teologo protestante Moltmann, il quale ci ricorda che un’escatologia cristiana che non si interroga sulle sorti del cosmo rischia di ridursi ad una soteriologia gnostica (cf. p.174).

Riguardo al testo di Brancato, preme poi sottolineare un ultimo merito, che è tuttavia prioritario ontologicamente: affrontare tutto quanto è detto a proposito della Risurrezione di Gesù Cristo, evento cardine del Cristianesimo e non solo, e del suo rapporto con il cosmo, partendo da un assunto che, in questi tempi confusi in cui vengono messe in dubbio troppe parole della Scrittura e del Magistero e viene applaudito chi lo fa, appare quasi temerario. Il teologo scrive che la Risurrezione «è stata un evento che ha riguardato innanzitutto Gesù, ed è stata di natura corporea-corporale, materiale e fisica. In essa si è giocato ed è stato riscritto il rapporto tra il temporale e l’eterno, tra il corruttibile e l’immortale, tra il presente e l’avvenire» (p.185). Parole che chi ha la fissa della mancanza di supporti tecnologici al tempo di Gesù troverà probabilmente un po’ indigeste, ma che suonano, per il resto dei credenti, come musica per le orecchie.

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25/07/2017
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