Storie

di Claudia Cirami

Claudio Chieffo e la sua musica per la vita

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Parole e musica di… Quante volte abbiamo letto o sentito distrattamente questa espressione. Indicherebbe l’ “amorosa corrispondenza” di termini e note che sta alla base di ogni canzone. Il condizionale è d’obbligo. Perché in certe canzoni, anche riuscite, questa corrispondenza non c’è. Molto, quasi tutto, cambia ascoltando una canzone di Claudio Chieffo. Nasce in chi si accosta a lui una sorta di riconoscente stupore nel notare come musica e parole si richiamino a vicenda, come l’una e le altre si cerchino, quasi fossero innamorati in un gioco di sguardi o bambini in un tenero intreccio di mani. Che sia una parola di speranza o di pentimento, la musica si fa madre e figlia del testo, accompagnandoci come guida paziente all’interno del nucleo più intimo di quello che Chieffo ha voluto comunicarci nel momento in cui ha pensato la sua canzone. Succede solo con gli artisti migliori.

Claudio Chieffo è una di quelle “dimenticanze” a cui ci abituati il secolarismo contemporaneo. Perché se sei cristiano – e scegli di professare la tua fede attraverso l’arte o la letteratura in modo diretto – non ti viene dato quel rilievo che meriteresti. Nemmeno se ti onora della tua amicizia uno come Guccini. Nemmeno se riesci a rendere pensoso uno come Gaber, che diceva: «Nelle canzoni di Claudio c’è un’onestà, una pulizia, un amore naìf che fa pensare. Siamo profondamente diversi, non solo per le sicurezze che lui ha e che io non ho, ma soprattutto perché nelle sue canzoni lui non fa mistero delle sue certezze». Stupirsi di questa “dimenticanza” del mondo laico vorrebbe dire non aver compreso nulla del Cristianesimo. Indignarsi meno ancora. Zittire le voci che inquietano è, da sempre, provare a zittire la Voce, l’unica, che rivela l’uomo a se stesso. Si suppone (ma la speranza è sempre in modalità on per chi professa Cristo) che non ci saranno tributi televisivi di un certa rilevanza nazionale per i 10 anni dalla sua morte, il 19 Agosto prossimo. Come se non avesse mai avuto un pubblico. Ma ci sarà una Messa, celebrata da mons. Luigi Negri. E si può essere certi che a lui, dov’è ora, questo “ricordo” piacerà anche più di un tributo.

Eppure Chieffo non amava essere catalogato (archiviato?) come cantautore credente. Tre anni fa pubblicando un disco che conteneva anche diversi inediti del padre, il figlio Benedetto aveva detto in un’intervista a La Stampa che «lui non amava l’etichetta di “cantautore cattolico”. Non esistono gli artisti cattolici: l’arte non deve “moralizzare”, ma esprimere la vita. Amava ripetere che le sue canzoni erano per tutti, parlano a tutti, perché i desideri del cuore sono gli stessi in ogni uomo». Non era una questione di vivere in maniera intimista la sua fede – che era nota a tutti quelli che apprezzavano le sue canzoni: era piuttosto l’idea che ogni uomo poteva riconoscersi in un determinato stato d’animo, da lui messo in musica. La sua produzione è varia: non ci sono solo canti che sono entrati – quasi di diritto – all’interno delle nostre liturgie. Chieffo sapeva e poteva parlare di temi differenti: la guerra, la giustizia, il potere e altro ancora. Del resto, nei suoi testi, il riferimento a Colui che aveva così fortemente plasmato la sua esistenza non era gridato, ma sussurrato. Non era il suo il Dio delle teofanie potenti – come in certi canti liturgici, potenti e sontuosi, in cui se ne glorifica la maestà e la regalità – ma la brezza leggera di veterotestamentaria memoria. Era quel Dio di cui scrive: «Tu ascoltavi tutti parlare, poi ci parlasti di Te» (Il viaggio).

Chieffo era nato a Forlì il 9 Marzo del 1945. Il suo viaggio nella musica era iniziato nel 1962. Cantava l’amore. Il vero amore – quello che non ha nulla a che fare con il sentimentalismo dei nostri tempi – quell’amore che può essere vero solo nella misura in cui è il riflesso di Colui che ci ha amati dall’eternità. Nella Ballata dell’amore vero, sceglie un paragone efficacissimo per qualificare i nostri amori umani – anche i migliori: come un bambino sperduto in un giardino. La potenza del paragone è più efficace di mille discorsi. La sua ricerca interiore era partita dalla diffidenza nei confronti di quest’ Amore. Poi l’approdo alla fede, grazie ad un prete. E poi, soprattutto, nella sua vita, era entrato, provvidenzialmente, don Giussani. Il loro era stato l’incontro di due anime grandi. Di due uomini che ponevano domande, che cercavano risposte. La conseguenza era stata un’amicizia solida, di lunga durata. Che aveva dato tanto all’artista e non poco a Don Gius.

Il viaggio in musica di Chieffo lo ha condotto dove non avrebbe mai pensato. I numeri dei suoi concerti e dei suoi appassionati in giro per il mondo sono consistenti, fanno impressione. 10 gli album pubblicati in vita. La solidità di questa carriera musicale e l’affetto costante del pubblico non si spiegherebbero senza ammettere che la sua musica ha decifrato quel codice intimo, nascosto dentro ad ognuno di noi. Il suo segreto era in un verbo di cui ha parlato più volte: “condividere”. La banalizzazione dei social – che ci porta a vomitare sull’altro ogni impulso egotico – è venuta dopo: la condivisione di Chieffo è di un’altra pasta. Basta ascoltare le sue canzoni: è quel filo invisibile di empatia che corre tra lui e te. È la delicatezza di un uomo che ti sta aprendo la sua anima e desidera che tu gli faccia un po’ di posto nella tua. Senza forzare, ma con l’urgenza di qualcuno che ha da farti partecipe di una Verità che può cambiarti la vita. I suoi versi sono minuscole feritoie da cui riesci a guardare oltre i confini circoscritti della nostra vita e da ripetere piano quando vuoi entrare in dialogo con Chi non attende altro. Due anni fa, durante una serata ricordo che gli aveva dedicato la sua Forlì, Marino Bartoletti, suo estimatore, aveva detto di lui: «Uno dei pochi artisti italiani che ha scritto poesie, che sono diventate canzoni, diventate a loro volta preghiere» (www. it.clonline.org).

Il momento della malattia era stato il più difficile per l’artista. Lì aveva sperimentato la nostra debolezza di uomini. Che poi è la “debolezza” di Paolo, quella certezza di non essere alcunché senza di Lui, certezza che prelude ad un abbandono ancora più autentico. Ma, dopo il tempestare del male che l’aveva aggredito, per qualche tempo era tornato a cantare. Perché il suo pubblico lo amava e lui sapeva che ogni volta, ad ogni concerto, era lì per lui. La moglie Marta ha raccontato che partire per la sua musica, per quanto fosse difficile per la famiglia era anche una necessità del cuore che lei comprendeva bene: «non mi è mai passato per la mente di dirgli resta a casa con la tua famiglia, perché anche quello, andare in giro a suonare, era parte della famiglia. Lui era anche quello e non l’ho mai fermato» (da Il sussidario, 9 Marzo 2015). E quel pubblico, che lo apprezzava e amava, era lì ogni volta anche e soprattutto per cantare, insieme a lui, il desiderio di ogni cuore verso Colui che solo può colmarlo di vita. Quando Chieffo si è spento, ad appena 62 anni, Julian Carron ha detto che ora avrebbe visto «faccia a faccia il volto buono del Mistero che fa tutte le cose e egli ha desiderato e cantato per tutta la vita”. Di Chieffo si potrebbe scrivere molto altro ancora, perché una vita accarezzata e percorsa da una brezza leggera è una storia bella da raccontare. Ma c’è un modo più consono per attualizzarne la memoria. Passa per l’ascolto del suo delicato mondo interiore trasposto in musica. Quali altre parole più dei suoi versi possono raccontarci davvero di lui?

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28/07/2017
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