Storie

di Lucia Scozzoli

Ciao Charlie

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È la notizia più difficile di cui mi sia mai capitato di dover scrivere: Charlie Gard è morto, ieri, in un oscuro hospice, ad un’ora incerta. Non sappiamo null’altro.

Più che affranta, sono stanca, come dopo una lunga maratona in cui, nonostante l’impegno, sei arrivato ultimo e la spossatezza non viene mitigata dalla gioia della soddisfazione, la delusione tinge di grigio l’indignazione, la tristezza spegne la rabbia.

Charlie è morto perché un ospedale negligente ha falsificato referti, distrutto dati grezzi di risonanze, dichiarato falsità di fronte ad un giudice, per far sopprimere un bambino, trascinando la famiglia in una contesa giudiziaria estenuante, abbastanza lunga da rendere gli interventi possibili troppo tardivi e permettere così ai boia di riconfermare la loro finta diagnosi a mesi di distanza.

Ai Gard è stato negato ogni umano conforto: il tempo da trascorrere con la loro creatura, mentre sfilava via naturalmente secondo i ritmi della malattia impietosa, è stato brutalmente troncato da un’estubazione forzata, attuata tra le fredde pareti di un hospice, invece che tra le accoglienti mura domestiche.

Abbiamo ascoltato le più atroci assurdità, come quella del respiratore che non passa dalla porta, o che non sale dalle scale (di una casa a piano terra), o che c’è rischio che Charlie muoia nel trasporto (mentre lo stanno trasportando a morire).

Ma la cosa più assurda è che tutto questo enorme ammasso di ingiustizie, bugie, nefandezze e imbrogli sono stati compiuti alla luce del sole, davanti ai flash dei fotografi, con l’approvazione di una rilevante parte dell’opinione pubblica inglese, con il gioco di prestigio delle parole usate come specchietto per le allodole: best interest del bambino, morte pietosa, qualità della vita.

Anche ieri, sotto i post dell’ansa che dava la notizia della morte del piccolo, sulla pagina del GOSH, su twitter, pullulava di gente che faceva esternazioni del tipo “finalmente ha smesso di soffrire”, con varie sfumature più o meno aggressive all’indirizzo dei genitori, come se il dolore di Charlie fosse stato causato da loro, che lo hanno difeso come leoni, e non dal quel branco di medici assassini e giudici colpevoli.

Ha smesso di soffrire è una cosa che pensiamo spesso, forse ogni volta che veniamo a conoscenza della dipartita di qualcuno come epilogo di una malattia dolorosa, magari lunga. Lo pensiamo come forma di sollievo, a volte lo diciamo anche ai parenti, credendo di consolare in questo modo.

Ecco, volevo sgombrare il campo da equivoci: così non consoliamo nessuno. Chi si trova suo malgrado deprivato della presenza di un congiunto, per quanto questi possa essere sfilato via in modo stentato e faticoso, si rattrappisce in un dolore che non è rivolto al defunto, ma a se stessi: piangiamo su di noi, che siamo rimasti. In una civiltà un tempo cristiana, era un’ovvietà che la morte portasse al trapassato il sollievo di un’eternità che compensasse i dolori patiti in vita, al funerale si leggevano le beatitudini e quell’elenco di disgrazie scendeva come balsamo sui cuori feriti, facendoci intimamente esultare ad ogni spunta: ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Sicuramente il giudizio divino è più profondo di banali misurazioni sulle sofferenze, ma una sorta di compensazione sappiamo che ci spetta, o almeno lo speriamo.

Che la morte sia sollievo, che ci introduca a meravigliosi paradisi e a serenità eterne, è una nozione del tutto cristiana, che si accompagna allo speculare rigore con cui consideriamo la vita un bene indisponibile a noi stessi: posso dire a qualcuno “finalmente ha smesso di soffrire” solo se quella vita è stata rispettata, protetta, considerata sacra dall’inizio fino alla fine e ogni suo dolore è stato frutto di una anonima mala sorte o di qualche perfido e disumano figuro con l’esplicito intento di colpire.

Invece qui abbiamo ucciso per non far soffrire, con la faccia da benefattori abbiamo violato la vita. E allora “ha smesso di soffrire” non lo possiamo dire, non ci spetta più.

Inoltre anche la vita più martoriata e reietta ha in sé qualcosa di prezioso, che spesso i familiari che accudiscono con amore sanno cogliere. I malati soffrono, ma a volte anche ridono; passano momenti bruttissimi, ma anche sanno godere di piccole e grandi gioie; sono stati privati della possibilità di fare tante cose, ma altrettante ne hanno fatte, nelle loro stanze, con i loro cari. Chi siamo noi per dissimulare una mesta esultanza per una morte? Ha smesso di soffrire sì, ma anche di gioire. Per chi resta, saranno proprio i ricordi dei momenti belli, strappati al dolore con caparbia semplicità, a tenere il cuore caldo, insieme alla certezza di avere fatto tutto il possibile.

Anche Chris e Connie hanno espresso parole di riconoscenza per il tempo che hanno potuto trascorrere con il loro meraviglioso bambino: quel tempo così turbato dalla malattia, è stato per loro in ogni caso fonte anche di gioia, e non abbiamo motivo di dubitare che così sia stato pure per Charlie.

Vale il detto “chi muore giace e chi vive si dà pace”, frase brutale che riassume l’antica saggezza di valutare gli eventi in prospettiva: anche i dolori più grandi sfumano, le dipartite più dolorose si lasciano suturare dal tempo e, soprattutto, dalla vita, che ha una sua forza propria, che ci sostiene e pretende che ci rimettiamo in piedi dopo un po’. L’unica ferita che non si rimargina mai è il rimorso, per aver contribuito alla morte con le nostre azioni o omissioni, per superficialità, o stanchezza, o disperazione. Allora il caro estinto non soffre più, ma noi sì, a meno di anestetizzare la coscienza con una montagna di balle sul best interest, la dolce morte, la dignità dell’esistenza che non c’è più. Allora magari ne facciamo pure una battaglia personale, ci costruiamo sopra tutto un bel discorsetto sulla qualità della vita, sulla dignità lesa della persona menomata, su fantomatiche volontà espresse nei bei tempi andati in cui la salute ancora fioriva.

Connie e Chris non dovranno sopportare il peso di questo rimorso, non avranno bisogno di mentire a se stessi su niente: hanno dato tutto, contro tutti. Il loro dolore ha la purezza di chi si è immolato sulla stessa croce del defunto, rispettando, amando, difendendo fino all’ultimo la vera e profonda dignità della loro creatura e anche la qualità del suo futuro, per il quale avevano rintracciato per primi la cura sperimentale negli USA.

A quelli invece che vogliono solo lavarsi la coscienza con uno sbrigativo “ha smesso di soffrire” ricordo sommessamente che vite scevre da dolore non ne conosco e che se il metro della dignità deve essere la mancanza di sofferenza, stiamo messi male tutti quanti. Viviamo un’epoca atrocemente stolta, che rinnega il suo dolore, non lo riconosce come parte di sé, ne fa una colpa e per espellerlo sopprime la libertà e la vita delle persone.

Ci prepariamo ora a sorbirci anche in Italia la martellante propaganda per le DAT, via d’accesso all’eutanasia e all’omicidio di stato per sospensione delle cure primarie. Ci diranno che uno ha diritto a non soffrire e qualcuno ci crederà. Non so questo diritto da dove lo abbiano tirato fuori, somiglia molto al diritto a non avere fame o sete, grande assurdità logica: se mai, abbiamo il diritto a sfamare la nostra fame e a dissetare la nostra sete. Così parimenti abbiamo il diritto a vedere curati i nostri dolori, accolte le nostre sofferenze, lenite le nostre piaghe. Ma poi il caso Gard ce lo ha mostrato chiaramente: li chiamano diritti, però sono doveri.

03/08/2017
1708/2017
San Giacinto confessore

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