Società

di don Roberto M. Bertacchini

Charlie Gard e gli “inquinamenti spirituali”: prima e dopo

Il problema degli inquinamenti spirituali Leggendo in questi giorni un libretto di Viktor Schurr – Pastorale costruttiva – mi sono imbattuto in alcune considerazioni che non sono poi così scontate. In breve, egli osserva che, quando Gesù invita a guardarsi dal lievito dei farisei, in pratica denuncia il pericolo derivante dall’inquinamento ambientale. In effetti, Mt 16,12 dice con chiarezza che tale lievito è il loro insegnamento. E pochi versetti dopo (Mt 16,23) Gesù riprende Pietro, perché non pensa secondo Dio, ma secondo la mentalità del mondo.

Dunque, l’inquinamento ambientale è una mentalità, sono le regole del mondo, sono le sovrastrutture ideologiche e – come giustamente osservava K. Barth (ma non meno teologi cattolici di peso, come Z. Alszeghy e M. Flick, ecc.) – anche (talune) teologiche. Ebbene, che il vero problema della pastorale sia esattamente quello dell’ambiente, emerge in modo limpido dalla parabola del seminatore. La Parola di Dio non può attecchire se non in una terra «bella», senza rovi, senza sassi ecc. Paolo lo dice chiaro: guardatevi dalle regole del mondo, dalla mentalità mondana. E questo è un problema che c’è oggi in modo diverso rispetto ai contesti ebraici e greco-romani nei quali si sviluppò la Chiesa nascente, ma non per questo si tratta di questioni meno drammatiche. Per cogliere il punto, mi ricollego a un fatto recente.

Lutto e pentimento per Charlie Gard

La notizia è stata data. I genitori in lutto. Ma non dovrebbe essere in lutto anche la società civile? Non dovrebbe essere in lutto anche la Chiesa? San Paolo, che si fece tutto a tutti, sarebbe in lutto [1]. Invece la notizia è stata data, ma il lutto diffuso non c’è, e meno che mai il pentimento. Dovrebbero esserci l’uno e l’altro?

Per cogliere il punto, occorre prendere coscienza che un tribunale ha condannato a morte un bambino innocente, solo perché malato, e per giunta contro la volontà dei genitori. Questa cosa è inaudita. Fino a Charlie, al massimo i tribunali autorizzavano/legalizzavano la volontà mortale della persona, affetta da malattia inguaribile e gravissima (o i più stretti parenti a dare “una dolce morte” a un loro congiunto, per altro in coma).

Invece, la nostra società è formalmente contro la pena di morte, ma poi un tribunale decreta la condanna a morte di un piccolino, perché malato, e nessuno dice nulla. Nessuno si straccia le vesti. Nessuno grida allo scandalo [2]. In che razza di ipocrita civiltà siamo precipitati?

Papa Francesco è stato propositivo: ha mosso la diplomazia e ha messo a disposizione l’ospedale pediatrico di cui dispone la Santa Sede, e non solo. Encomiabile. Tutto purtroppo inutile sul piano pratico, ma moralmente lodevole. Però una condanna etica relativa alla sentenza di morte, proferita a titolo personale da qualche vescovo autorevole, o da qualche Conferenza episcopale, non è stata riportata dai media [3]: perciò, sul piano pratico è come non sia stata proferita da alcuno. E tale sensazione è anzi confermata da dichiarazioni – invece diffuse (e assai politically correct) – di qualche prelato, che magari non poteva fare di più in ragione dell’Ufficio occupato; ma che le persone normali contestualizzano al silenzio assordante che tutto copre.

Secondo Platone, se un artigiano è vecchio e malato, al punto da non poter più svolgere il suo lavoro, cadendo la sua utilità civica, era giusto togliergli il sostegno sociale e lasciarlo morire. Nell’antica Roma (e non solo) se il padre non innalzava il figlio o la figlia al cielo in segno di riconoscimento (in letteratura: il gesto di Ettore, descritto da Omero), il neonato veniva esposto. E dunque la sua sorte era segnata: o la morte o la schiavitù.

Queste caratteristiche della società antica cambiarono col cristianesimo, perché i cristiani accoglievano come propri i bambini esposti; e già verso il sec. IV sono documentati i primi ospizi/spedali, per l’assistenza sociale di chi non avesse altra chance. Che io sappia, non ci furono variazioni normative, ma cambiò la civiltà, cambiò progressivamente l’immaginario collettivo; e il nostro welfare nasce da quelle lontane iniziative di carità.

E dunque la prima contraddizione è proprio qui: che in una civiltà del welfare un tribunale condanni a morte un bambino che ancora non sa dire mamma, solo perché malato. Ma la seconda contraddizione è in una Chiesa che non sappia alzare la propria voce contro un tale evento e modo di procedere e, col proprio silenzio, in qualche modo lo assecondi/legittimi. In tempi recenti, per dire il vero, non è tanto semplice trovare dichiarazioni antiabortiste della CEI, o di altre Conferenze episcopali, analoghe nei toni alle prese di posizione ai tempi del card. Ruini. E, perciò, viene il dubbio se per caso non si sia insinuata una sorta di assuefazione all’andazzo della cultura egemone [4]. In tale scenario, il silenzio sul caso di Charlie sarebbe del tutto coerente.

Solo che – e ne sono prova gli interventi di Cascioli e Allam – le persone comuni di mezza età ben ricordano le prese di posizione – e altisonanti – contro l’aborto. Perciò qui ci sono alcune questioni da considerare.

1. Nel merito cosa è peggio: la debolezza di una donna, o la sentenza lucida di un tribunale? Il peccato di debolezza o il peccato ideologico? Gesù i peccati di debolezza li perdona tutti, ma contro i peccati lucidi dei farisei e dei sadducei fu durissimo, proprio per scuotere al pentimento. Dunque la via evangelica sarebbe quella di reagire, e non di tacere.

2. Il diverso modo di reagire percepito dal pubblico rispetto alla questione dell’aborto è inquietante perché, de facto, allude a uno scenario orrendo: e cioè che il can can contro l’aborto fosse alla fine motivato – sebbene inconsciamente – non dall’amore e dalla tutela alla vita, ma dall’ansia di vedersi sottratto un battezzando [5]. Invece, se il bambino nasce e lo battezzi, che poi un tribunale lo condanni a morte perché malato, ci può pure stare. È così? Evidentemente no, e sono ben convinto e spero bene che nessun vescovo e nessun sacerdote abbia mai pensato in modo lucido nulla di simile. Ma il messaggio percepito, alla fine, se non è questo, poco ci manca. Ed è abominevole [6].

3. Il grande pubblico percepisce un’ipocrisia fattuale, perché se difendi la vita, devi difenderla sempre. E se attacchi le istituzioni (o le contrasti) per una legge abortista, e poi non intervieni su una tale sentenza di condanna a morte di un pargolo, qualcosa non quadra, come giustamente ha denunciato Magdi Cristiano Allam il 30 luglio [7]. Ossia il mancato intervento diventa facilmente interpretabile come se l’Istituzione-chiesa, quando intervenne per l’aborto, non lo abbia fatto per il motivo dichiarato (altrimenti sarebbe intervenuta anche in quest’ultimo caso eclatante).

4. È possibile anche che siano cambiati i convincimenti in dottrina morale. Solo che un tale cambiamento fattuale, non appoggiato da una sconfessione giustificata e apertis verbis delle posizioni precedenti, delegittima la pretesa della Chiesa di essere Mater et magistra. Sia come sia, qualcosa non quadra, e di gravissimo. Come minimo c’è un problema di comunicazione e di opinione pubblica ecclesiale, perché se la gente resta sconcertata, ne ha motivo.

Pentimento fattivo

Non è dunque ragionevole pensare che vi sia materia di cui pentirsi? Non è ragionevole e sacrosanto vestirsi moralmente a lutto per la sciagura di una civiltà che sta diventando disumana in mille modi? La strage di Nizza fu orribile, e giustamente ci siamo indignati, e non solo per quella [8]. Dove allora l’indignazione per un tribunale che condanna a morte un pargolo innocente, per la sola colpa di essere malato, e contro la volontà dei genitori, fino a impedire loro altre possibili forme di cura? Toni Brandi, presidente di ProVita Onlus, ha parlato di «ingerenza dispotica delle istituzioni»: come dargli torto?

Ed è grave che in tanta solitudine dei pochi che hanno saputo alzare la propria voce, nessun politico li abbia sostenuti [9], né sia giunta l’eco pubblica dell’appoggio o della protesta di qualche chiesa: né di quella anglicana, né di altre. Non sarà tutto ciò dovuto all’obbrobrio sociale della viltà che impera? [10]

In una Chiesa sinodale, le cose funzionano ugualmente sia che i pastori guidino il gregge con senso profetico, sia che il popolo agisca profeticamente e trascini i propri pastori in una sequela eroica. La Nomadelfia intrepida e gloriosa dei tempi di Fossoli e degli anni ’50, cercò di essere questo. Sarebbe bello se queste riflessioni potessero essere occasione di un appello di massa. Ma appello per cosa?

Per lo scandalo di un tribunale che condanna a morte un bimbo, solo perché malato? Per lo scandalo di una Chiesa intimidita, succube della mentalità del mondo e delle sue regole, ormai snervata e senza la forza di opporsi a viso aperto? Oppure sta per arrivare quella piena che il Vangelo previde, e che spazzerà tutto ciò che non sia costruito sulla roccia? La lezione di Charlie non potrebbe essere proprio questa: che stiamo superando il livello di guardia? Renzo Arbore invitava: «Meditate, gente, meditate!...». Ninive accolse la predicazione di Giona e si salvò. C’è sempre una risorsa nella Misericordia divina. Ma dobbiamo svegliarci, aprire gli occhi davanti al pericolo di un ambiente culturalmente così corrotto da arrivare a condannare a morte un pargolo innocente, solo per la colpa di essere malato. Una condanna che scivola via: ecco il narcotico letale…

don Roberto A. Maria Bertacchini

Triuggio, 20 agosto 2017

[1] 19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. 21Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. 22Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno (1Cor 9).

[2] Rare le eccezioni. Una è Riccardo Cascioli, con un intervento aspro, pubblicato il 29 luglio sul sito online “La Nuova Bussola Quotidiana”. Rimarcando un silenzio complice, aggiunge: «…non si può non provare sgomento per l’assenza ingiustificata della Chiesa, anzi dei suoi pastori, fatte salve alcune rare eccezioni». Purtroppo non ha fatto il nome di questi lodevoli difensori della vita, non intimiditi dal costo di essere politicamente scorretti.

[3] Ci fu, in effetti, un importante dibattito organizzato e trasmesso da Radio Maria: purtroppo non ripreso nei talk-show a più vasta diffusione.

[4] In Cile è alla discussione parlamentare una legge abortista, che prevede la legittimità dell’aborto in tre casi. Uno di essi è che il nascituro presenti patologie tali da far supporre una vita di poche settimane o forse qualche mese. Ma se passa un tale principio, come non autorizzare l’esecuzione a morte da parte dei medici, una volta che il neonato si presenti realmente affetto da tali patologie? Come non vedere che una stessa logica soggiace alla sentenza del tribunale inglese e della proposta di legge cilena? Vogliamo proprio assecondare una tale cultura?

[5] Il senso del discorso va colto attraverso le testimonianze di quei missionari che ammettono di aver molto battezzato, ma di non aver formato dei veri cristiani. San Paolo fece esattamente l’opposto (1Cor 1,14-16 ecc.). Si tenga anche conto che la prassi diffusa del battesimo neonatale si impone solo con Agostino; e che le ragioni da lui addotte furono scalzate dalla dichiarazione sul limbo promossa da Benedetto XVI: se il limbo non c’è, neppure è presumibile la dannazione di infanti morti senza battesimo. Perciò, a non battezzare un neonato non gli si fa danno in nessun modo. È a non formarlo cristianamente che gli si fa danno. Prima lo formi, e dopo lo battezzi: questa la consecutio temporum della Chiesa antica, fino al sec. IV. Non sarà che si è sostituita una Tradizione sapiente con «tradizioni di uomini»? E, infatti, oggi vediamo i frutti di tale inversione: la perdita massiva della Fede. Un anziano sacerdote candidamente mi confessò pentito: «Io ho sempre fatto solo socializzazione; non ho mai fatto formazione evangelica». Almeno lui si è accorto di aver sbagliato…

[6] Invito a riflettere sul fatto che il delitto di aborto è punito dalla Chiesa con la scomunica latae sententiae. Perché dunque, in tale scomunica non incorrono anche tutti gli omicidi? E se abortire merita la scomunica della madre e dei suoi complici, perché essa non è prevista per la madre che uccida volontariamente il figlio o la figlia piccoletta? Se il valore che si vuole tutelare è la vita, non si capisce il doppiopesismo. C’è dunque qualcosa che non quadra. Fatto salvo che il retropensiero (inconscio) sia proprio questo: è intollerabile non consentire a chi sia concepito di essere battezzato.

[7] https://www.magdicristianoallam.it/editoriale/il-piccolo-charlie-gard-era-vivo-ed-e-stato-ucciso-la-chiesa-ha-legittimato-l-eutanasia-di-stato.html

[8] Recentissime le stragi di Barcellona e non solo. Gli orrori sono tutti deprecabili: Dresda come le torri gemelle. Al bombardamento di Dresda la guerra era ormai segnata, e fu una decisione politica lucida quella di massacrare dei civili con le bombe al fosforo, senza che ciò desse reali vantaggi bellici, e di fare un nulla di una città insigne per le opere d’arte che custodiva. Ciò che è disumano non è tale perché rosso, verde o grigio. È disumano perché disumano, e basta.

[9] Per essere precisi, la Regione Lombardia si è schierata a favore di Charlie e dei suoi genitori. Ma chi non abbia ascoltato la suddetta trasmissione di Radio Maria, ben difficilmente ne è venuto a conoscenza. E lo stesso vale in pochi altri casi.

[10] Questa viltà viene da lontano ed è il combinato disposto del politically correct unito a un fraintendimento del Vaticano II. Invece di essere costruttori di pace in quel senso evangelico che Don Zeno Saltini spiega ne L’uomo è diverso, si è divenuti preda di un irenismo sterile, che alla fine è quello del mercenario che con il lupo non combatte proprio. È troppo facile condannare la mafia, ossia tutto ciò che sia indicato come bersaglio dalla cultura egemone. Questo è allinearsi: non è essere profetici. Si è profeti se si ha il coraggio di mettere in discussione anche ciò che sia sbagliato nella cultura egemone. E, se non lo fai, coinvolgi nella tua prostituzione la Chiesa stessa, e tanto di più quanto maggiore sia il livello di responsabilità che eserciti. Il Vaticano II ha giustamente cercato di mettere in luce quel positivo che sia riscontrabile anche fuori dalla Chiesa, ed è sacrosanto farlo. Ma questo va fatto con tutti, senza scansare chi sia bersagliato per es. da Scalfari, dal suo giornale, ecc. Altrimenti si passa dall’esser profeti all’esser vili per servo encomio. Pio XII, che aveva ottime ragioni per tacere, seppe esser duro anche col nazismo. E lì era veramente a rischio la vita di molti cattolici e di molti sacerdoti, come si vide da ciò che i nazisti fecero in Polonia. Ma oggi?

21/08/2017
2109/2017
S. Matteo

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