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di Elisabetta Cipriani

Rivendichiamo il privilegio di poter essere criminali

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Alcuni anni fa (era il 2005) Woody Allen realizzò un thriller intrigante e stilisticamente inappuntabile: “Match point”, il cui unico difetto consisteva nella pretesa, non ricordo più se del regista stesso o della critica, di leggerlo come una riscrittura di “Delitto e castigo”. Va da sé che i riferimenti a Dostoevskij erano numerosi e scoperti, cionondimeno le citazioni del grande romanzo russo erano inserite a bella posta per tradirne lo spirito, la qual cosa rese il film agli occhi di certi incalliti dostoevskiani al contempo godibilissimo e intollerabile. Non può esistere, infatti, un Raskolnikov senza cammino di redenzione, senza presa di coscienza del male commesso, un “Delitto e castigo” in cui i destini umani siano in balia del caso e non misteriosamente soccorsi dalla grazia. E se il problema fosse circoscritto alle riscritture post-moderne dei capolavori letterari, sarebbe ancora un problema di infima portata. Ma il punto è che vi sono al mondo, o si apprestano ad essere approntati, paradisi terrestri così alienanti dove il crimine è sempre scusato come indotto dalle circostanze e il criminale, piuttosto che accompagnato in un impervio, necessario percorso di consapevolezza-dolore-espiazione (il cui traguardo è la sua piena umanizzazione, la riconciliazione con se stesso e col mondo), viene dato in pasto agli specialisti della salute mentale e trattato come un idiota che non poteva agire altrimenti. Come un bambino irresponsabile verso cui indulgere oltremodo. Come un essere *non* dotato di libero arbitrio. In effetti, affinché in certi paradisi sia possibile garantire un presunto benessere psichico preconfezionato, è assolutamente necessario espungere dall’orizzonte umano la libertà: questo ingombrante retaggio del vero umanesimo. Lo aveva capito bene Henrik Stangerup, scrittore danese assai noto in patria ma oscuro carneade qui da noi, che avendo conosciuto da vicino la socialdemocrazia scandinava nella sua pretesa di rifare da capo l’uomo per garantirgli d’ufficio sicurezza e felicità, dette alle stampe già negli anni ’70 del Novecento un romanzo distopico assai apprezzato da Anthony Burgess (autore da cui Kubrick trasse “Arancia meccanica”: non esattamente l’ultimo arrivato in fatto di creazione d’utopie in negativo). Il libro è “L’uomo che voleva essere colpevole”, appena tradotto in Italia per Iperborea. È la storia di un uomo, Torben, che uccide la moglie Edith dopo una violenta lite. La storia di una società che mai, neppure per un momento, prende in considerazione l’ipotesi di processare o incarcerare l’omicida. La storia della lotta di quell’uomo contro quella società, una società così simile allo Stato che si prende cura del cittadino dalla culla alla tomba di scandinava fattura – solo trasfigurata dallo slittamento temporale che la colloca in un prossimo futuro – così simile ad essa e ciononostante così universale, da essere rappresentabile come un’unica enorme gabbia di conformismo. In essa tutto è pianificato e obbligatorio, compresa la felicità. “E allora perché nessuno era felice? Ma cosa era poi la felicità? Nessuno lo sapeva. Tanto meno le migliaia di sociologi e psicologi prodotti dagli anni Settanta che, svanito il sogno di rivoluzionare la società che li aveva animati quando occupavano le università, cercavano ora di rifarsi in un sistema di riforme che abolisse qualsiasi tipo di educazione minata dal germe dell’individualismo”. Nella società in cui il protagonista è immerso sono censurate tutte le discussioni su temi divisivi: la stessa politica non è che burocratica routine. Le tasse sono altissime e le città si riempiono di caserme condominiali dove gli assistenti governativi hanno il diritto d’entrare e uscire a piacimento per controllare la vita degli individui; si pubblicano solo opere reputate utili al progresso sociale ed esistono enti preposti a espungere dalla lingua qualsiasi espressione negativa, in un trionfo ipocrita dell’eufemismo o del politicamente corretto, come lo chiameremmo noi. Torben e la moglie provano a resistere al sistema finché è possibile, ma due ulteriori riforme soffocano e inaspriscono definitivamente la loro vita coniugale come la loro dignità d’esseri umani: “la prima era il bando assoluto di tutti i libri per l’infanzia e di tutti i cartoni animati che contenessero ogni minimo accenno alla violenza, al mito dell’eroe solitario e a quel genere di avventure che rendono affascinanti esotici paesi lontani a scapito della realtà presente e quotidiana e l’altra che prevedeva test obbligatori per tutti gli aspiranti genitori: test di psicologia dello sviluppo elementare e prove pratiche di convivenza e di contatto con i bambini e, inoltre – supervisionati da pedagoghi, sociologi e medici – test sullo stato fisico e psichico degli interessati. Solo chi otteneva nelle prove un risultato superiore alla media avrebbe avuto diritto al “certificato di procreazione”. La paura di vedersi ritirato il certificato e dunque di perdere il proprio figlio inibisce Edith fino a cambiarla: il marito stenta a riconoscerla e anzi finisce per trovarla detestabile. Gli incontri Anti-Aggressività generosamente imposti ai cittadini allo scopo di placarne la rabbia repressa sortiscono in Torben l’effetto contrario fino a che, nella sera da cui tutto prende appunto avvio, egli uccide sua moglie al culmine di una lite furibonda. Ma poiché l’omicidio non è altro che la manifestazione di una personalità disadattiva, l’assassino viene sottoposto a cure psichiatriche e quindi rimesso in libertà. Questo non basta a Torben per convivere col rimorso né per annegare in sé la convinzione che ciò che ha compiuto sia tragico: egli si ostina a voler essere giudicato per quello che ha fatto, si ostina a voler essere trattato da uomo che vuole e deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Ecco allora dipanarsi “la storia di un processo kafkiano alla rovescia: l’inutile e sempre più assurdo tentativo del protagonista di dimostrare la propria colpa in un mondo che rifiuta la dimensione etica e si illude di delegare alla scienza la soluzione dei problemi morali” (dalla seconda di copertina). Si svolge sotto gli occhi del lettore l’inevitabile sconfitta di un singolo resistente in un mondo in cui “l’uomo si era reso padrone di tutto, diventando però preda di un’incommensurabile tristezza che lo rendeva incapace di difendersi dall’oppressione”. Del resto, la felicità programmata non è gioia di vivere, giacché la gioia è frutto della “fede che vita e libertà siano una cosa sola”, come avrebbe mirabilmente detto uno che di regimi oppressivi ben s’intendeva, il Vassilij Grossman de “La Madonna a Treblinka”. E proprio in nome di quella sola, incerta, sofferta fede nella libertà dell’uomo, il protagonista del romanzo di Stangerup, da buon allievo di Kierkegaard, continua a volersi assumere lo stesso rischio che ogni uomo autentico sente connaturato alla propria esistenza: quello di avere una personalità, di scegliere, di lottare, di sognare. E di sbagliare.

Henrik Stangerup, “L’uomo che voleva essere colpevole”, Iperborea 2017, euro 16.

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07/09/2017
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