Politica

di Davide Vairani

A Torino si lava il cervello alla P.A.

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Da oggi tutti i dipendenti dell’Amministrazione comunale di Torino a scuola di “genderfriendly”: e guai a chi sgarra! Ebbene sì: la giunta Appendino ha appena approvato le “Linee Guida per un utilizzo non discriminatorio del linguaggio in base al genere nell’attività amministrativa”. Paladino indefesso, strenuo promotore di questa utilissima iniziativa per i cittadini torinesi, Marco Alessandro Giusta. Trentaseienne, presidente uscente dell’Arcigay di Torino, Giusta è stato scelto dalla grillina Chiara Appendino come Assessore nella giunta meneghina con deleghe a Politiche Giovanili, Pari Opportunità, Piani dei tempi e orari della Città, Coordinamento Politiche per la multiculturalità e per l’integrazione dei nuovi cittadini, Politiche per la famiglia, Politiche a sostegno di Torino Città Universitaria. Una scelta politica e un chiaro segnale, sia quella di Marco Giusta assessore che l’approvazione di quello che si presenta come un vero e proprio manuale “gender-friendly” (100 pagine divise per sezioni ed argomenti nonché di esempi, glossario e tutto l’armamentario annesso e connesso). Lo dichiara con soddisfazione lo stesso assessore sul suo sito web e nell’introduzione al documento: “Le Linee Guida, che da oggi saranno disponibili per tutti i dipendenti e tutte le dipendenti dell’Amministrazione, rappresentano per me non solo uno strumento tecnico ma soprattutto un atto fortemente politico. La scelta di utilizzare un linguaggio non discriminatorio infatti non è una questione di puntiglio, come spesso viene definita, né un affronto alla lingua italiana, ma rappresenta una precisa scelta di campo che guarda al rispetto delle soggettività come un punto fondamentale per la costruzione di ogni politica”. La progressiva marcia per la costruzione di una “neolingua gender” si dota insomma di un nuovo strumento che – sottolineiamo – tutti i dipendenti pubblici dell’Amministrazione di Torino saranno tenuti a rispettare. Oggi si ricorre sempre più spesso a neologismi creati ad arte per far sì che non siamo più noi a pensare con le parole, ma che siano le parole stesse a pensare per noi. Questo avviene perché le parole sono state svuotate del loro significato. In una società in cui il linguaggio viene ridotto all’osso, le parole diventano gusci completamente vuoti. L’ideologia gender, come ogni ideologia che si rispetti, ha bisogno di mettere le mani sulla lingua. Già l’imposizione del termine gender al posto di sesso è stato un passaggio epocale. L’invenzione del termine gay (felice) al posto di omosessuale, trans-gender indicante un individuo che transita da un genere all’altro. Addirittura eterosessuale sembra destinato a finire in cantina, sostituito dal più politicamente corretto cis-gender, ovvero colui i cui tratti sessuali di nascita coincidono con il genere di appartenenza. Pensate quale fortuna hanno i cis-gender: il loro sesso coincide con il genere! Oggi i termini “mamma e papà” sono presi di mira perché implicitamente discriminatori nei confronti dei gay. Un bambino con due papà o con due mamme, come potrà mai chiamare i genitori? Lo sappiamo e lo vediamo ogni giorno anche in Italia (“genitore 1 e genitore 2” al posto di “papà” e “mamma” su molti moduli scolastici e di altri pubblici uffici). Modificare la lingua è un passaggio cruciale per condizionare le menti dei bambini di oggi che saranno gli adulti di domani.

L’unica cosa sulla quale concordo con l’assessore ArciGay Giusta è il fatto che il tema del linguaggio non sia una questione di puntiglio. Per i motivi esattamente opposti ai suoi. Il linguaggio esprime sempre una struttura di valori e costumi che si porta dietro e più in generale potremmo dire davvero che veicola una visione antropologia precisa. Ogni lingua ha una storia, ogni lingua è espressione della cultura di un popolo. Ed è per questo motivo che oggi più che mai è necessario puntigliosamente tornare a ridare alla parole il loro originario e reale significato. Altrimenti si rischia solo di violentare non solo un linguaggio, ma evidentemente l’insieme dei valori e storie che esso (il linguaggio) si porta con sé e veicola. Un linguaggio che forzosamente livella le differenze non solo violenta l’uso delle parole, ma soprattutto appiattisce a ribasso la bellezza variegata della realtà.

Stiamo facendola più grossa di quello che è? Siamo fuori pista? In fondo si legge “per un uso non discriminatorio” del linguaggio. È proprio questo l’inganno: spacciare una cosa per un’altra, in modo da poter bollare come “omofobi” e “maschilisti” tutti coloro che osino criticare. A maggior ragione quando ad utilizzare questa tecnica sono le istituzioni pubbliche. Ricordiamo qui solo tre dispositivi legislativi che costruiscono il “corpus” che giustifica l’adozione di linee guida per piegare il linguaggio di categorie pubbliche di persone, dai giornalisti ai dipendenti pubblici.

Anzitutto l’Unione Europea, con la Direttiva 2006/54/CE del Parlamento e del Consiglio Europeo al Titolo VI - Formazione e cultura organizzativa, lettera e), che ha previsto che le Pubbliche Amministrazioni debbano utilizzare un linguaggio non discriminatorio. In Italia, l’anno successivo, in attuazione della Direttiva europea, la Ministra per le Pari Opportunità e il Ministro per le Riforme e l’Innovazione nella P.A. hanno emanato la Direttiva 23 Maggio 2007 (GU n. 173 del 27-7-2007), Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche, che prevede che: … [le amministrazioni pubbliche devono] utilizzare in tutti i documenti di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti, ecc.) un linguaggio non discriminatorio come, ad esempio, usare il più possibile sostantivi o nomi collettivi che includano persone dei due generi (es. persone anziché uomini, lavoratori e lavoratrici anziché lavoratori)

Citiamo infine le “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT” presentate l’11 dicembre 2013 dal Ministero per le Pari opportunità. Un documento che è un compendio di quel che è stato discusso durante un ciclo di incontri organizzato dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) in collaborazione con Redattore Sociale, con il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti e della Federazione nazionale stampa italiana, delle amministrazioni comunali, degli Ordini regionali e dei sindacati dei giornalisti delle città ospitanti. In verità, il documento è solo il risultato finale di un processo che ha portato il ministero ad accogliere le richieste e a produrre uno studio su indicazione di alcune sigle Lgtb (Arcigay, Equality, Cgil nuovi diritti…). Fatto salvo il ripudio per ogni tipo di insulto nei confronti delle persone omosessuali, il testo dell’Unar, si spingeva più in là. Simpatico il paragrafetto sulle immagini che vengono utilizzate dai media per illustrare le tematiche gay. Le Linee guida, infatti, lamentano che spesso i giornalisti pubblichino a sproposito le foto del Gay Pride: “Ad attirare giornalisti e fotografi sono state sempre le figure più trasgressive, luccicanti, svestite, ed è così che si è prodotto e riprodotto un immaginario intorno a queste manifestazioni che di anno in anno, già attraverso le immagini che le annunciano, mette in secondo piano il tema dei diritti”. Per evitare di pronunciare “discorsi d’odio”, il giornalista deve attenersi ad “alcune regole”. Eccole:

“virgolettare i discorsi o parte di discorsi di personalità pubbliche che incitano all’odio contro le persone LGBT, usando particolare attenzione nella titolazione”;

“avere cura di ricercare fonti e dati che contestualizzino e forniscano informazioni attendibili e verificabili sui temi e gli argomenti delle dichiarazioni”;

“riferirsi se necessario alle corrette definizioni dei termini ed effettuare – in casi di confusione nei discorsi – le dovute distinzioni (per esempio tra omosessualità e transessualità)”;

“fare attenzione nella scelta delle immagini, affinché non rafforzino gli stereotipi negativi veicolati dai discorsi pubblici riportati nell’articolo”;

“avere una lista di risorse informative a livello nazionale e locale – esperti di tematiche LGBT, rappresentanti di associazioni e coordinamenti – da utilizzare per avere in tempi rapidi dichiarazioni che permettano una composizione bilanciata del servizio”.

Le Linee Guida adottate dal Comune di Torino non solo si inseriscono in questo filone istituzionale, ma fanno di più: costruiscono e vero e proprio manuale di grammatica del linguaggio per i dipendenti pubblici di Torino. Un linguaggio neutro, dove articoli, aggettivi, locuzioni, avverbi, frasi e via discorrendo sono puntualmente depurate da ogni riferimento al maschile e al femminile. Il tutto corredato da esemplificazioni, frasi d’esempio, esempi di comunicati stampa e di pagine web nonché di modulistica e di atti amministrativi. Il tutto corredato da una poderosa introduzione, un glossario di genere, una bella bibliografia, link utili. C’è persino un link a “Fai il test” sull’uso del linguaggio rispettoso del genere (http://www.repubblica.it/cultura/2016/11/17/news/conosci_bene_l_italiano_mettiti_alla_prova_con_i_test_della_crusca-152212870/).

E allora il termine uomo/uomini, utilizzato per indicare la generalità delle persone, va sostituito quando è espressione di un concetto generale che rimanda all’insieme delle persone (donne e uomini), ad esempio al posto de “il corpo dell’uomo”, “il corpo umano”. Si tenderà a dire “la vigile” al posto della vigilessa, “l’avvocata” e non più l’avvocatessa, per i ruoli istituzionali riferiti alle donne “sindaca” e non “sindaco” e così via. Nella sezione “Uso del genere grammaticale in riferimento a una persona” si legge: “Quando dobbiamo riferirci a una persona, sia che sia specificata con nome e cognome sia che non lo sia, si suggerisce di usare sempre il genere grammaticale maschile o femminile corrispondente al genere della persona alla quale si fa riferimento”. Nell’”uso del genere grammaticale in riferimento a più persone” si trova dunque: “In questo caso sono possibili due soluzioni: ‘rendere visibile e distinto il genere femminile da quello maschile oppure ‘oscurare’ entrambi i generi”. “Oscurare” entrambi i generi: l’oscuramento si può ottenere con diverse modalità da scegliere in base al tipo di documento che si deve redigere: ad esempio, ‘lasciare a chi compila il modulo l’indicazione del genere ‘ -sottoscritt…”, “nat… a”, “dichiaro di essere iscritt…”- oppure ‘utilizzare termini privi di referenza di genere’, come persona, essere, essere umano, individuo, soggetto”.

Oppure nella sezione “Professioni, ruoli, cariche, mestieri, funzioni” si legge: “La coerenza fra genere grammaticale e genere delle persone deve essere applicata anche a professioni, ruoli, cariche, mestieri, funzioni, secondo le regole generali della lingua italiana sui sostantivi.L’incongruenza fra il genere della persona alla quale ci si riferisce e il genere grammaticale indebolisce la struttura del testo e può provocare difficoltà nella sua comprensione. Nell’esempio seguente il ministro è di genere maschile anche se si riferisce a una donna (Elsa Fornero), ma il pronome la (chiamarla) è femminile e, infine, il ministro è ancora maschile: ‘Letto questo messaggio, su diversi blog si trovano post che puntano il dito contro il ministro Elsa Fornero, …, rea di aver voluto censurare la Dpl di Modena (…). Mi è sembrato utile chiamarla subito per un rapido chiarimento. Il ministro, che oggi stava lavorando da casa a Torino, era al corrente e mi ha risposto (La Stampa, 13.4.2012)”. Questa poi è una chicca: “i composti con ‘capo’”. “La parola capo, nel significato di chi ha un ruolo preminente o esercita una funzione direttiva, è indicata in alcuni dizionari solo come termine maschile, in altri dizionari sia come maschile e femminile (f. -a; pl. –e). Perciò, sulla base delle indicazioni di genere, va adeguato al genere della persona alla quale ci si riferisce. Esempio: invece di ‘La dottoressa Paola Verdi è il mio capo’ dovremo usare ‘La dottoressa Paola Verdi è la mia capa’”. “Nell’espressione linguaggio di genere – si legge nell’Introduzione alle Linee Guida-, il genere è semplicemente la categoria grammaticale che distingue il maschile e il femminile (e in alcune lingue anche il neutro). In questo significato, il termine genere non ha nulla a che vedere con il calco semantico sull’inglese gender, dato che la trasposizione meccanica di gender con genere ha prodotto, in italiano, come in francese e in spagnolo, una pesante interferenza semantica con il ventaglio di significati che la parola genere possiede all’interno di un campo semantico ricco e ben strutturato”.

No no, non si tratta di ideologia gender sottesa (nemmeno tanto sottesa). Non ci raccontate balle, perché non siamo fessi. D’altronde era già tutto chiaro e previsto, messo nero su bianco da parte di Marco Giusta prima e dopo la sua nomina ad assessore. A “Repubblica” aveva spiegato che “non c’è nulla di naturale nella famiglia, come ricorda nel suo ultimo libro la sociologa Chiara Saraceno”, motivando così la sua scelta di declinare al plurale tutti gli atti comunali che riguardano le famiglie, dai moduli per l’iscrizione dei figli agli asili nido alle delibere di consiglio più importanti. La sua nomina, resa pubblica dalla Appendino pochi giorni prima del voto su precisa richiesta di Giusta che non voleva penalizzare gli altri candidati pro-Lgbt, aveva innescato un dibattito all’interno del mondo omosessuale; sia per l’incarico del neo assessore, che una volta resa pubblica la volontà della candidata grillina di chiamarlo nella sua squadra si era solo sospeso dalla presidenza dell’Arcigay torinese e non subito dimesso, sia per la scelta di campo con i 5 Stelle che avevano ostacolato il ddl Cirinnà al Senato. Giusta aveva spiegato le sue ragioni con un lungo post su Facebook nel quale aveva messo anche in fila le priorità dell’incarico, stabilite a seguito di confronti con le associazioni torinesi. Si va dalle modifiche ai regolamenti comunali per estendere diritti alle coppie omosessuali all’inserimento nello Statuto comunale del concetto di famiglia omogenitoriale, dalla delibera quadro per garantire i diritti delle persone Lgbt contro la discriminazione nelle aziende partecipate dal Comune alla sensibilizzazione dei Servizi sociali su questo tema, fino all’avvio di un programma di co-housing finalizzato a sostenere la solidarietà intergenerazionale della popolazione Lgbt. Giusta vuole infine spazi comunali gratuiti durante tutto l’anno per iniziative contro (parole sue) “l’omo-lesbo-bi-trans-fobia e violenza di genere”. E ora si sta avverando.

P.S. A proposito di linguaggi discriminatori (veri). Da Marco Giusta stiamo aspettando da quasi tre anni le scuse pubbliche per aver contribuito pesantemente alla diffamazione e alla falsa accusa di “omofobia” nei confronti di Adele Carramico. Ricordate il caso della Prof di Religione omofoba di Moncalieri? Siamo nel novembre del 2014. Su Repubblica era scoppiato il caso dell’Istituto Pininfarina di Moncalieri, scuola dove insegnava Religione Adele Caramico. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, opportunamente rilanciata dal quotidiano di Ezio Mauro e rinfocolata dall’allora Preside dell’Istituto, la docente aveva detto a un suo alunno che lui doveva curarsi perché gay. Balle, appunto. Balle che quello studente aveva raccontato prima all’Arcigay e poi ai media. Un’indagine interna della scuola ha chiarito un mese dopo i “fatti” che “la docente non ha abusato del suo potere, né ha fatto proselitismo, ma ha svolto soltanto la sua funzione educativa”. Tutte cose che la professoressa aveva sin da subito chiarito e che i suoi stessi figli, in una lettera ad Avvenire, avevano rivendicato, dopo le infamanti accuse contro la madre. Il Marco Giusta presidente Arcigay fu tra i più feroci fustigatori della povera Adele Ceramico. Non solo. Coprì non uno ma tutti e due gli occhi sulle nefandezze vergognose del suo fidato compagno attivista Andrea Fino. Sono raccolte in 273 pagine di sentenza le prove “inequivocabili” che hanno portato alla condanna a 11 anni di carcere col rito abbreviato di Andrea Fino, professore di Meccanica all’Itis Pininfarina di Moncalieri (ma guarda un po’…) accusato di aver abusato sessualmente dei suoi studenti, inducendoli a rapporti con lui in cambio di voti alti e promozioni, esattamente un anno e qualche mese dopo i presunti “fatti” di cui fu accusata la Carramico. Ad incastrarlo molte conversazioni su whatsapp e facebook, volgari e violente.

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