Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Liberato padre Tom

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Padre Tom Uzhunnalil, il sacerdote rapito per 18 mesi in Yemen e liberato poche ore fa, rimarrà in Vaticano per essere sottoposto a cure mediche, ospite della casa salesiana nel territorio della Santa Sede. In un comunicato dell’agenzia dei salesiani si afferma che la sua Congregazione “ha preso tale decisione ritenendola il luogo più adatto per assicurare la sua tutela e permettere un suo completo recupero”. Il sacerdote ritornerà in India quando i medici lo riterranno opportuno.

Padre Tom era stato rapito il 4 marzo 2016 nella casa per anziani delle suore di Madre Teresa ad Aden. Nell’attacco di probabili qaedisti, sono state uccise quattro suore e altre 12 persone.

Padre Tom, appena giunto a Roma, si è recato in Vaticano dove ha potuto incontrare Papa Francesco.

Secondo le usanze indiane, padre Tom si è chinato fino a terra per baciare i piedi del pontefice, che lo ha subito aiutato a rialzarsi, gli ha baciato le mani e lo ha benedetto. Un gesto istintivo seguito da un abbraccio e la promessa da parte del Pontefice che quelle stesse preghiere che lo hanno accompagnato per i 18 lunghi mesi di prigionia proseguiranno anche adesso che ha riguadagnato la sua libertà. Da parte sua, il religioso 57enne ha confidato al Vescovo di Roma di aver «pregato ogni giorno per lui, offrendo le sofferenze proprio per la sua missione e per il bene della Chiesa». Il sacerdote ha anche detto che al Pontefice che durante il periodo del suo sequestro non ha mai potuto celebrare la Messa, ma che “ogni giorno ripetevo dentro di me, nel mio cuore, tutte le parole della celebrazione”.

Il cardinale Oswald Gracias di Mumbai, che lo ha accompagnato dal Papa, ha detto che le condizioni di salute di padre Tom sono buone e che “nel periodo di prigionia non ha avuto particolari problemi ed è
stato trattato bene”.

Le foto diffuse dall’agenzia di notizie salesiana Ans, mostrano un padre Tom sereno, con la barba rasata e in clergyman, che guarda commosso verso il Papa. Una immagine ben diversa da quella diffusa nelle scorse ore dove il religioso appariva con la barba incolta, il volto provato, vestito con abiti tradizionali. Come non ricordare l’immagine con quel terribile screenshot postato anonimamente sulla pagina Facebook del salesiano nel luglio 2016 che ritraeva un uomo dall’aria sofferta, con i capelli e la barba piuttosto lunghi, le mani incrociate sul petto in segno di una ‘supplica’ di cui una didascalia annunciava l’imminente
pubblicazione lasciando presagire ad una richiesta di riscatto o, peggio, ad un ultimo saluto.

Nulla di tutto questo. Anzi, padre Tom “nel periodo di prigionia non ha avuto particolari problemi ed è stato trattato bene”, ha sottolineato il cardinale Gracias. Certo la solitudine e l’ansia continua di non riuscire a vedere il giorno successivo non hanno contribuito a giovare le sue condizioni di salute che, comunque, a detta del porporato, risultano ‘buone’.

Il resoconto dell’Ans afferma che “don Uzhunnalil è apparso tranquillo e disponibile, e senza soffermarsi sui dettagli ha risposto alle domande dei confratelli. Ha confermato che quando gli assalitori lo hanno
rapito si trovava nella cappella della comunità delle Missionarie della Carità di Aden; quindi ha raccontato che dopo il sequestro non è mai stato maltrattato e che a seguito del suo rapido dimagrimento i rapitori hanno anche iniziato a fornirgli i farmaci per il diabete di cui aveva bisogno”.

Durante tutto il periodo della prigionia ha avuto addosso gli stessi vestiti e con i suoi rapitori – che parlavano arabo – comunicava con un po’ d’inglese; e durante il sequestro è stato trasferito due o tre volte, ma
in tali circostanze era sempre bendato. Nel periodo del sequestro, i rapitori hanno diffuso due video, nel dicembre 2016 e un altro pochi mesi fa.

Il missionario ha dichiarato di non aver “mai pensato di poter essere ucciso” e che “ogni giorno, ho sentito Gesù accanto a me, ho sempre saputo e sentito nel mio cuore che non ero solo”.

La dinamica della sua liberazione, come pure l’identità di chi lo ha rapito rimangono oscure. Si sa soltanto che il sacerdote ha potuto essere ritrovato e liberato grazie all’impegno del sultano dell’Oman, a cui
sono giunti i ringraziamenti del Vaticano, del Vicario apostolico dell’Arabia del sud e della comunità salesiana.

In un messaggio del Rettore maggiore dei salesiani, don Ángel Fernández Artime, si afferma: “Molte sono le cose che noi stessi non sappiamo. È certo che la liberazione e la consegna sono avvenute attraverso un
operatore umanitario, in comunicazione e connessione con il Sultanato di Oman”.
Il padre Artime aggiunge che “alla Congregazione Salesiana non è stato chiesto il pagamento di nessun riscatto, e non abbiamo notizia che sia stato effettuato nessun pagamento”.

Padre Tom ha domandato di poter celebrare la Messa ma in attesa delle necessarie visite mediche è stato costretto a rimandare. Ha chiesto però di essere confessato, cosa che non faceva dal giorno del suo rapimento.

Importante anche l’impegno personale di Papa Francesco, che ha speso tutta la sua influenza. Come non ricordare l’accorato appello lanciato il 10 aprile 2016 – circa un mese dopo il rapimento- durante il Regina Coeli in piazza San Pietro, dove Francesco ha chiesto “la liberazione di tutte le persone sequestrate in zone di conflitto armato e in particolare desidero ricordare il sacerdote salesiano Tom Uzhunnalil, rapito ad Aden nello Yemen il 4 marzo scorso”.

Una buona notizia che non può far dimenticare il dramma delloYemen dove, anche a causa di una guerra che va avanti dal 2015, il Paese è sempre più al centro di una crisi umanitaria senza pari nel mondo, con
un’epidemia di colera tra le più gravi mai registrate e un flusso di profughi che attraversa lo Yemen dal Corno d’Africa per raggiungere i ricchi Paesi del Golfo.

Gran parte della comunità internazionale appoggia il presidente Abd Rabbih Mansour Hadi, sostenuto da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita che controlla lo spazio aereo del Paese, mentre i
ribelli sciiti Houti, fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e fiancheggiati dall’Iran, occupano il nord e la capitale Sana’a.

Nel mezzo una popolazione di oltre 20 milioni di persone, abbandonate a loro stesse senza più infrastrutture o un’autorità riconosciuta. Lo Yemen si sta disintegrando sotto lo sguardo passivo del resto del mondo, per i colpi inferti dalla guerra condotta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati, e per la guerra civile in cui la prima vittima è come sempre la popolazione civile. La situazione è così grave che si è formata una coalizione di 57 organizzazioni non governative internazionali tra le più importanti per chiedere alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta internazionale indipendente sugli abusi compiuti in questo paese dalle diverse fazioni. Così la lotta per il potere nello Yemen, conseguenza di una rivoluzione incompiuta, è servita da pretesto a formare, nel marzo del 2015, una coalizione condotta dalla vicina Arabia Saudita. Riyadh voleva dare una dimostrazione di forza all’Iran, accusato di essere dietro i ribelli houthi, e uno dei protagonisti della crisi yemenita.
Riyadh ha deciso di intervenire dopo che gli houthi, alleati dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh, hanno occupato la capitale yemenita Sanaa e Aden, la capitale del sud.

Nonostante la sua inesperienza, il giovane principe Mohamed bin Salman, appena nominato ministro della difesa dell’Arabia Saudita, voleva mostrare il “risveglio sunnita” nei confronti di quella che Riyadh considera
l’affermazione dell’influenza iraniana in una parte del mondo arabo (Libano, Siria, Iraq, Yemen), e al tempo stesso una dimostrazione di forza personale nei giochi di potere della monarchia wahhabita.

Non a caso nel giugno scorso Mohamed bin Salman è diventato il principe ereditario dell’Arabia Saudita cambiando l’ordine di successione in suo favore.

Da qui i bombardamenti, tutt’altro che mirati, che hanno riportato il paese indietro di decenni con la distruzione delle città e delle infrastrutture. Inoltre, la guerra è stata seguita dalla carestia e da epidemie
su vasta scala (sei milioni di persone rischiano di morire di fame) che trovano le organizzazioni umanitarie per lo più impotenti.

Il think tank Crisis group, con sede a Bruxelles, afferma che la fame di cui soffre il 60 per cento degli yemeniti non è affatto dovuta a cause naturali ma all’azione “voluta” dei belligeranti di “criminalizzare
l’economia”.

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15/09/2017
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