Politica

di Giuseppe Focone

La bimba down che tolse le parole alla Merkel

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Non sono serviti giornalisti esperti o navigati anchorman per mettere in difficoltà una della donne più influenti al mondo, Angela Merkel.

È bastata una ragazza di 18 anni, Natalie Dedreux; una ragazza speciale affetta dalla Sindrome di Down, con la sfrontatezza della sua età e con la forza della verità disegnata sul volto.

Nel corso di una delle innumerevoli trasmissioni televisive alle quali sta partecipando in questa campagna elettorale per le prossime elezioni politiche in Germania, il potentissimo cancelliere tedesco, è stata asfaltata dalla diciottenne che secondo il “politically correct” del nuovo ordine mondiale non sarebbe neanche dovuta nascere.

In un minuto la giovane Natalie spiega a una imbarazzatissima Merkel la discriminazione “razziale” nei confronti delle persone Down:

“Signora Merkel … In Germania 9 bambini su 10 con Sindrome di Down nascono altrove … In Germania un bambino con la Sindrome di Down può essere abortito fino a pochi gironi dalla sua nascita … Perché è legalmente permesso di fare così? ... Io non voglio essere abortita, io voglio rimanere in questo mondo!”

Uno schiaffo in pieno viso ad una delle rappresentati di spicco di questa cultura di morte, dominante di questi tempi, che cerca di convincerci che la nostra vita “normale” sia più degna di essere vissuta rispetto ad altre.

Questa cultura degenerata sembra essersi impadronita dei concetti di normalità e felicità, stravolgendoli e deformandoli a proprio uso e consumo e, confondendo le coscienze di molti, ha confezionato un arbitrario modello di normalità, facendone un presupposto indispensabile al raggiungimento della futura felicità, una sorta di misuratore di possibile felicità.

Secondo questo modo di pensare, quanto più si è conformi a questo modello tanto più si è “normali”, quanto più si è “normali” tanto più si può essere felici, come se la mancanza dei requisiti minimi di normalità, anch’essi arbitrari, importasse automatica infelicità.

In verità, normalità e felicità, non sono concetti assoluti, ma relativi ai contesti socio-culturali nei quali si vive e che impongono modelli comportamentali a cui adeguarsi. Per cui, una persona con una qualche disabilità che le impedisca di conformarsi, del tutto o in parte, a questi modelli, viene considerata non normale e, di conseguenza, con un probabile futuro infelice.

Quasi sempre, invece, sono proprio questi modelli standardizzati di normalità e felicità che, perdendo di vista l’unicità e l’irripetibilità della storia di una persona e dei suoi specifici vissuti, appaiono impreparati a cogliere i disagi dei più fragili e incapaci di accogliere e aiutare i più deboli, alzando barriere e discriminando persone le cui vite hanno valore, dignità e potenzialità pari a tutte le altre.

La verità è che questi modelli, proposti dalla cultura dello scarto, hanno tragicamente fallito perché non solo si sono rilevati inefficaci nel condurre alla felicità persino le persone ritenute “normali”, ma per effetto della loro chiusura a concetti ben più ampi di normalità, hanno prodotto il nefasto risultato che oggi vengono abortiti oltre i due terzi dei bambini, cui un esame prenatale abbia diagnosticato una qualche disabilità.

Quello che avvenne sotto il regime nazista e quello che avviene oggi nella nostra società hanno la stessa matrice: l’arroganza e la superbia dell’uomo nel volersi attribuire il diritto di poter stabilire quale vita è degna di essere vissuta.

Un atteggiamento di estrema presunzione che fa perdere di vista all’uomo la verità più importante, quella per cui ogni vita vale non in quanto può, ma in quanto è!

Invece di aiutare economicamente e socialmente i genitori di bambini con disabilità intellettiva, fornendo loro tutta l’assistenza medica, economica, organizzativa e strutturale che la situazione richiederebbe, la cultura dello scarto li incoraggia di fatto, in maniera subdola, alla eliminazione prenatale dei propri bambini.

Eppure spesso si legge molta più infelicità negli occhi di noi cosiddette persone “normali” che non in quelli di persone con disabilità intellettiva, le quali riescono a dare,con una forza e intensità d’amore, quella sì fuori del normale, enorme valore a ciò che per la maggior parte delle persone non conta quasi più nulla, una carezza, un sorriso, un bacio, uno sguardo, un fiore,

È questo infausto modello di normalità che riempie i genitori di paure e di tetre prospettive, portandoli a fare previsioni sulla futura felicità dei loro figli, misurandola in ragione di cosa potranno fare o di chi potranno diventare e non di quanto amore potranno dare, ricevere e insegnare, e valutandola in funzione di quanto e come potranno vivere e non che, semplicemente, potranno vivere.

Gli esami prenatale sui bambini concepiti sono diventati dei veri e propri esami di ammissione alla vita perché il contesto culturale, di questi tempi, induce a ritenere la vita di una persona affetta da patologie fisiche o mentali, per gravi che siano, una vita che non vale la pena vivere.

Non vi è dubbio che la consapevolezza che lo Stato abbandona al loro destino i nuclei familiari delle persone nate con questo genere di patologie, contribuisce a creare i presupposti per scelte dolorose, definitive e irrimediabili.

Purtroppo, la cultura dominante, anziché investire in iniziative e programmi di supporto e di aiuto a queste famiglie, per dare valore alle diverse intelligenze e abilità, affinché tutti possano vivere la vita ricevuta al meglio delle loro possibilità e secondo le proprie uniche potenzialità, precostituisce a tavolino un modello di vita, ritenuto adattabile a tutti, come unica via per la felicità, discriminando coloro che questa strada non possono percorrere.

Questa discriminazione si concretizza, grazie ai progressi della tecnologia applicata alla medicina delle diagnosi prenatale, nell’aborto di nove bambini su dieci affetti da malformazioni ritenute gravi, ed è considerata, paradossalmente, una conquista del progresso scientifico e culturale.

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18/09/2017
1701/2019
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