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di Emiliano Fumaneri

Alternative für Deutschland: lezioni da imparare

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È stata la sopresa delle ultime elezioni in Germania, dove col 12,6% - e 94 deputati - non solo per la prima volta è entrato in parlamento, ma è risultato il terzo partito tedesco. Parlo naturalmente di Alternative für Deutschland (AfD), il partito guidato dalla controversa Alice Weidel sbrigativamente liquidato dai media come di estrema destra quando non viene perfino bollato come neonazista. Ma la “reductio ad Hitlerum”, si sa, è il marchio d’infamia di chi, mancando totalmente di argomenti validi, altro non sa fare che demonizzare un avversario temuto.

E di motivi per temere Alternative für Deutschland ce ne sono parecchi. La storia di AfD comincia nel 2012 quando alcuni fuoriusciti della CDU (Konrad Adam, Bernd Lucke, Alexander Gauland e Gerd Robanus) fondano il “Verein zur Unterstützung der Wahlalternative 2013” (“Associazione per il sostegno dell’alternativa elettorale 2013”). Lo scopo è aggregarsi al partito “Freie Wähler” (“Elettori Liberi”) per le elezioni federali del 2013.

La decisione di dare vita a questo nuovo soggetto politico nasce dalla mossa di Angela Merkel, che nel marzo 2010 aveva votato a favore del piano europeo di salvataggio della Grecia. Una decisione contrastata aspramente da un piccolo gruppo di professori di economia di orientamento neoliberale, tra i quali spicca Bernd Lucke. Il gruppo rifiuta la manovra di salvataggio dell’Euro, considerata come una ingerenza statale nel libero mercato.

In seguito a divergenze coi “Freie Wähler” in tema di politica economica, sarà proprio Lucke a dare vita, il 6 febbraio 2013, ad “Alternative für Deutschland”. Nel primo congresso del partito, tenutosi il 14 aprile 2013 a Berlino, vengono nominati portavoce Bernd Lucke, Frauke Petry e Konrad Adam.

Un tratto caratteristico della AfD - e che la differenzia dai partiti comunemente detti “populisti” - è l’assenza di una leadership centrale e carismatica (pensiamo solo al ruolo di Grillo nel M5S e Salvini nella Lega). Accanto a Lucke, che essendo stato uno dei tre portavoce del partito godeva della maggiore popolarità mediatica, ben presto sono apparsa altre figure destinate ad apparire spesso sulla scena pubblica.

Possiamo dire che la AfD è animata da due correnti politiche che si contendono l’egemonia del partito: un’ala moderata neoliberale e conservatrice rappresentata da Bernd Lucke e poo anche da Olaf Henkel e un’ala radicale nazional-conservatrice che ruota intorno alle figure di Alexander Gauland, Frauke Petry e Konrad Adam. Sarà la secondo ala ad avere la meglio e Lucke finirà per lasciare il partito in polemica coi toni troppo accesi di Frauke Petry, che nel convegno di Essen (4 luglio 2015) era stata eletta presidente del partito a maggioranza assoluta.

Nel frattempo il partito era cresciuto. L’iniziale 4,7% delle elezioni federali del 2014 (che non gli aveva consentito di superare la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag) era diventato il 7,1% delle elezioni europee del 2014. E ora, dopo gli ottimi risultati delle regionali del 2016, è arrivato il terzo posto alle federali. Frauke Petry, incinta del terzo figlio, si è dimessa lasciando il posto ad Alice Weidel.

La forza di Alternative für Deutschland sta nella combinazione - unica nel panoramente politico tedesco - tra la critica alla “vecchia politica” e la critica nei confronti dell’immigrazione extraeuropea (in particolare quella proveniente dai paesi islamici). Questa combinazione ha senz’altro contribuito all’ascesa del partito, dato che attualmente nessun altro partito tedesco ha saputo unire queste due posizioni.

Come di regola nel caso dei partiti cosiddetti “populisti”, anche l’elettorato di Alternative für Deutschland raccoglie consenso in quei settori della società che più temono la decadenza sociale e/o dagli elettori che hanno perso la fiducia nel tradizionale establishment politico. Un altro punto cruciale è il tema dell’immigrazione, molto sentito in Germania dopio la crisi dei rifugiati.

Da dove vengono i voti della AfD? Dall’estrema destra neonazista? Per niente. Secondo una ricerca condotta da Jakob Schwörer la maggior parte dei voti arrivano dalla FDP – un partito di area liberale che promuove e difende gli interessi delle imprese – e dalla Unione Cristiana (CDU e CSU) vale a dire soprattutto dalla borghesia di centro-destra. Una buona porzione di elettorato (circa il 38%) è stata sottratta però dal partito di sinistra “Die Linke”. Una parte considerevole degli elettori di Alternative für Deutschland esprime un voto di protesta che mira a intaccare i partiti tradizionali. L’altra grande ragione del voto a AfD sta nel timore che una apertura indiscriminata dei confini nazionali possa minacciare il benessere del paese.

AfD promuove delle riforme dirette contro le élite politiche, anche se non sempre espresse in forma chiara. È una critica riformista, che non auspica una radicale metamorfosi della democrazia rappresentativa (come nel caso della “democrazia digitale di massa” invocata in Italia dal M5S).

La sfiducia nella politica, la paura di un futuro peggiore. Dalla critica alla postdemocrazia (la degenerazione oligarchica delle democrazie occidentali che ha dato luogo a quella frattura alto-basso, caste contro popoli, di cui spesso ci parla Fabio Torriero) discende una concezione spiccatamente sovranista che vuole riportare al centro della politica l’interesse nazionale (“Germany first”) e la sovranità popolare. Da qui la forte critica a ogni forma di centralizzazione europea (no al megastato europeo, sì a una Europa come federazione di stati sovrani uniti da interessi), la volontà di ripristinare il controllo sui confini nazionali, la richiesta di reintrodurre una moneta nazionale.

Ma non è tutto qui. Alternative für Deutschland riconosce la centralità della famiglia tradizionale. Come si legge nel programma di AfD, «matrimonio e la famiglia garantiscono, in quanto cellule germinali della società civile, la crescita delle coesione sociale per generazioni e godono perciò del diritto di ricevere la particolare tutela dello stato». È ben chiara, nel programma di Alternative für Deutschland, la drammaticità dell’inverno demografico (in Germania il tasso di nascita ammonta all’1,4 figli per donna). Le stime dell’Ufficio federale di Statistica tedesco prevedono nel 2060 una decrescita compresa tra gli undici e i sedici milioni di persone (nel 2015 la popolazione tedesca si attestava intorno agli 81 milioni). In più ogni anno in Germania vengono praticati circa 100 mila aborti. Contro le politiche degli ultimi anni, che mirano a “rimpiazzare” il vuoto demografico con una immigrazione di massa, AfD propone di rilanciare la natalità con sostegni alle famiglie, in particolare a quelle numerose. Alternative für Deutschland patrocina la cultura della vita e riconosce, in accordo con la giurisdizione tedesca, che la salvaguardia della vita comincia dallo stadio embrionale dell’esistenza umana. Perciò AfD si oppone a tutti i tentativi di banalizzare l’aborto, di promuoverlo per via istituzionale o addirittura di dichiararlo un diritto umano.

Un altro punto importante del programma di AfD è la chiara opposizione al “gender mainstreaming”, il rifiuto dell’indottrinamento nelle scuole, della sessualizzazione precoce dei bambini, della relativizzazione della famiglia tradizionale. Su questo punto pende però l’incognita della nuova presidente, la trentottenne Alice Weidel. Lesbica dichiarata, Weidel convive con la produttrice di film Sarah Bossard, cittadina svizzera di origini singalesi, con la quale cresce due figli. Proprio durante la campagna elettorale Weidel ha fatto outing dichiarando apertis verbis la propria omosessualità? Solo una mossa di marketing elettorale per sfatare le accuse di omofobia pendenti sul partito? Resta da vedere. Intanto ha già fatto sapere di considerare la famiglia in maniera «naturalmente più liberale» del programma del suo partito: «La famiglia è dove ci sono bambini», ha dichiarato in una intervista rilasciata in giugno al Frankfurter Allgemeine. Weidel ritiene inoltre che la forte carica antislamica di AfD (l’islam viene considerato un corpo estraneo alla cultura e alla storia europea) sia «l’unica protezione reale per i gay e le lesbiche in Germania», minacciati in questo momento dai migranti musulmani.

Non è l’unica ambiguità di un partito che appare talvolta contraddittorio, diviso com’è tra la sua originaria impronta liberale e l’anima conservatrice e perciò costretto a costruirsi un “nemico oggettivo” (l’islam) per compattarsi. Ma un’dentità costruita dialetticamente, schmittianamente, sulla contrapposizione amico-nemico è fragile. Senza radicamento nel terreno solido di una sana antropologia si rischia di oscillare tra l’identità “armata” e l’identità “liquida”. Ora come ora la Afd appare un ibrido ancora irrisolto tra la retorica antiestablishment dei Cinque Stelle e la reazione identitaria della Lega. Alternative für Deutschland ci fa così intravedere una speranza di successo nella lotta contro i falsi miti di progresso e, al tempo stesso, la possibilità di una rovinosa involuzione.

In questo senso vanno tenute presente, ancora una volta, le lucide parole di Fabio Torriero: «Il nemico oggi non è l’Islam o le religioni. Il nemico oggi è il nichilismo, il laicismo, il nazismo democratico, il pensiero unico, che vuole costruire una società nuova; il gender che vuole costruire un’altra umanità (innaturale, parto dei desideri della mente). E il disegno delle caste e di molte classi dirigenti occidentali, con la scusa della battaglia (giusta) contro l’Isis, è di arrivare ad una guerra santa tra Cristianesimo e Islam. Non bisogna cadere in questa trappola. I terroristi dell’Isis sono pazzi che usano politicamente l’Islam, esattamente come altri pazzi hanno usato in passato le ideologie per fare guerre mondiali (nazismo, comunismo), o la stessa democrazia per edificare dittature. Visto che le categorie destra-sinistra, liberali-socialisti, nazionalisti-europeisti, sono state sostituite dalle dicotomie “alto-basso” (popoli e caste) e dai valori antropologici (o con la società naturale o con la società artificiale); un’alleanza identitaria politico-culturale, tra componenti religiose (cristiani, musulmani, esponenti di altre confessioni, anche non credenti), sui temi etici e i valori non negoziabili da difendere legislativamente e socialmente, è auspicabile».

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27/09/2017
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