Società

di Mario Adinolfi

L’infamia della giornata mondiale sull’aborto

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Giovedì 28 settembre è data fissata per la surreale “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro”. Non bastano evidentemente i 56 milioni di aborti all’anno censiti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Serve una giornata mondiale per chiedere “l’aborto libero”. Il modello che gli organizzatori hanno in mente è l’aborto a nascita parziale, procedura per fortuna illegale nella totalità degli Stati, ma praticato in alcune cliniche Planned Parenthood degli Stati Uniti sotto l’egida legale della storica sentenza Roe vs. Wade del 1973 della Corte Suprema, nonostante interventi normativi che dal 2003 hanno provato a limitarlo se non a vietarlo.

Cos’è il “partial birth abortion”, la nuova frontiera dell’aborto “libero” che viene richiesta dalla giornata mondiale dell’aborto del 28 settembre? Semplice, è la possibilità per la donna di prendere la decisione di abortire sino alle ultime settimane di gravidanza. Ad oggi le varie legislazioni nazionali permettono l’interruzione volontaria di gravidanza fino al quinto mese in genere, l’Italia è più restrittiva e si ferma al terzo mese, anche se con il trucco dell’aborto “terapeutico” si finisce molto più in là. L’interpretazione della sentenza della Corte Suprema americana consegna però uno scenario infame secondo cui il nascituro non avrebbe diritti e sarebbe parte del corpo della donna che potrebbe farne quello che vuole fino al momento della nascita. In base a questa interpretazione la pratica dell’aborto a nascita parziale prevede l’induzione del parto anche al nono mese di gravidanza, un parto che viene indotto in posizione podalica stando attenti a mantenere la testa del nascituro all’interno del grembo della donna che non riesco a definire materno, per poi introdurre uno speciale forcipe e schiacciare la testa del bimbo per provocarne la morte completando poi il parto con l’espulsione del corpicino ormai senza vita.

Parliamoci chiaro: aborto “libero”, in una condizione in cui tutte le altre modalità sono di fatto ormai praticate, significa via libera al partial birth abortion e all’idea che l’interruzione volontaria di gravidanza sia compiuta senza alcuna limitazione. Per questo sono in programma marcette di femministe, deliranti manifestazioni per abbattere il diritto all’obiezione di coscienza dei medici garantito dalla legge 194 (su questo fronte è vergognosamente attiva la Cgil, con dossier che falsificano i dati, non a caso bocciati in tutte le sedi compresa quella che doveva essere amichevole del Consiglio d’Europa) e vengono lanciati appelli come quello dell’associazione Luca Coscioni che chiede il via libera all’aborto farmacologico ambulatoriale: “La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza ha bisogno di un tagliando”, dice la prima firmataria che è Emma Bonino. Emma Bonino. Se lo ricordi qualche prete che la invita a parlare dall’altare di una chiesa. Emma Bonino chiede l’ulteriore banalizzazione dell’aborto, non paga dei sei milioni di bambini uccisi dal 1978 ad oggi, non paga delle oltre duecentomila scatole di pillola dei cinque giorni dopo che sono state vendute nell’anno immediatamente successivo alla completa liberalizzazione come farmaco da banco acquistabile senza ricetta medica (per un banale antibiotico per gli stati febbrili ve la chiedono, per uccidere un embrione che sta per impiantarsi no, e così le scatole vendute diventano in un anno da tredicimila a più di duecentomila, per la gioia della Novartis che le produce).

Allora vogliono che i medici non abbiano diritto all’obiezione di coscienza, vogliono che i bambini possano essere abortiti “liberamente” fino al nono mesi di gravidanza “quando e come decide la donna”, vogliono che la cosa avvenga nella maniera più asettica possibile, senza assegnare minimamente alcun diritto al nascituro, ridotto a mera “cosa”, eliminabile con una pillola e in ambulatorio. Questa è la piattaforma delle richieste vergognose della “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro”.

Noi del Popolo della Famiglia rispondiamo con la proclamazione del Diritto universale a nascere, con la richiesta di trasformazione piena da oggetto a soggetto del nascituro, con la battaglia per il diritto dei più deboli, con il combattimento inesorabile per il suo diritto alla vita. E per il pieno sostegno ai diritti della donna-madre, che deve sapere che può far nascere il bambino senza dover per forza farsene carico e che deve essere sostenuta se in condizione di bisogno e, secondo la nostra proposta programmatica più rilevante, sempre e comunque con il reddito di maternità: mille euro al mese per ogni mamma che si occupa dei propri figli.

In questo momento tragico per i dati di natalità, che minano in maniera esplosiva il futuro del nostro paese, chi propaganda l’aborto è un criminale che vuole il male dell’Italia. Cgil, Emma Bonino, Radicali italiani, Aied, Non Una di Meno sono persone e associazioni che vogliono il male dei bambini e vogliono il male dell’Italia, indicando una strada perversa per le donne di questo paese. La “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro” è una vergognosa truffa contraria all’interesse nazionale, che è quello di veder risollevarsi i dati di natalità, non di avere anche l’anno prossimo altri centomila bambini uccisi prima d’esser nati per ragioni il più delle volte superficiali e risibili rispetto alla meravigliosa bellezza di una vita umana che comincia e si fa largo insieme alla pienezza della femminilità realizzata nella maternità.

Senza figli non c’è futuro, altro che “aborto libero e sicuro”. Troviamo incredibile che esponenti della maggioranza di governo partecipino alle iniziative di questa vergognosa “giornata mondiale” nella stessa data in cui l’esecutivo apre la Conferenza-farsa sulla famiglia. O meglio, sarebbe incredibile se non fosse uno stile ormai conclamato: provare a dare un contentino, mentre nella sostanza si procede con politiche contro la famiglia e contro la vita nascente, addirittura puntando a limitare la libertà dei medici che non vogliono essere complici delle mattanza dei bambini e rivendicano la loro obiezione di coscienza. Il Popolo della Famiglia contesta dunque a Paolo Gentiloni questa palese contraddizione ed invita il governo a salvare la faccia proclamando con nettezza la propria distanza dalle iniziative della Giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro, nel giorno in cui apre la Conferenza sulla famiglia. Aborto e famiglia non sono parole che possono andare d’accordo, sono l’una l’esatto contrario dell’altra. Gentiloni e il suo esecutivo non possono omaggiare entrambe nelle stesse ore dello stesso giorno. Altrimenti si capisce che è tutta una presa in giro.

Viva il diritto universale a nascere, viva il reddito di maternità, viva il Popolo della Famiglia.L’INFAMIA DELLA GIORNATA MONDIALE SULL’ABORTO

di Mario Adinolfi

Giovedì 28 settembre è data fissata per la surreale “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro”. Non bastano evidentemente i 56 milioni di aborti all’anno censiti dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Serve una giornata mondiale per chiedere “l’aborto libero”. Il modello che gli organizzatori hanno in mente è l’aborto a nascita parziale, procedura per fortuna illegale nella totalità degli Stati, ma praticato in alcune cliniche Planned Parenthood degli Stati Uniti sotto l’egida legale della storica sentenza Roe vs. Wade del 1973 della Corte Suprema, nonostante interventi normativi che dal 2003 hanno provato a limitarlo se non a vietarlo.

Cos’è il “partial birth abortion”, la nuova frontiera dell’aborto “libero” che viene richiesta dalla giornata mondiale dell’aborto del 28 settembre? Semplice, è la possibilità per la donna di prendere la decisione di abortire sino alle ultime settimane di gravidanza. Ad oggi le varie legislazioni nazionali permettono l’interruzione volontaria di gravidanza fino al quinto mese in genere, l’Italia è più restrittiva e si ferma al terzo mese, anche se con il trucco dell’aborto “terapeutico” si finisce molto più in là. L’interpretazione della sentenza della Corte Suprema americana consegna però uno scenario infame secondo cui il nascituro non avrebbe diritti e sarebbe parte del corpo della donna che potrebbe farne quello che vuole fino al momento della nascita. In base a questa interpretazione la pratica dell’aborto a nascita parziale prevede l’induzione del parto anche al nono mese di gravidanza, un parto che viene indotto in posizione podalica stando attenti a mantenere la testa del nascituro all’interno del grembo della donna che non riesco a definire materno, per poi introdurre uno speciale forcipe e schiacciare la testa del bimbo per provocarne la morte completando poi il parto con l’espulsione del corpicino ormai senza vita.

Parliamoci chiaro: aborto “libero”, in una condizione in cui tutte le altre modalità sono di fatto ormai praticate, significa via libera al partial birth abortion e all’idea che l’interruzione volontaria di gravidanza sia compiuta senza alcuna limitazione. Per questo sono in programma marcette di femministe, deliranti manifestazioni per abbattere il diritto all’obiezione di coscienza dei medici garantito dalla legge 194 (su questo fronte è vergognosamente attiva la Cgil, con dossier che falsificano i dati, non a caso bocciati in tutte le sedi compresa quella che doveva essere amichevole del Consiglio d’Europa) e vengono lanciati appelli come quello dell’associazione Luca Coscioni che chiede il via libera all’aborto farmacologico ambulatoriale: “La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza ha bisogno di un tagliando”, dice la prima firmataria che è Emma Bonino. Emma Bonino. Se lo ricordi qualche prete che la invita a parlare dall’altare di una chiesa. Emma Bonino chiede l’ulteriore banalizzazione dell’aborto, non paga dei sei milioni di bambini uccisi dal 1978 ad oggi, non paga delle oltre duecentomila scatole di pillola dei cinque giorni dopo che sono state vendute nell’anno immediatamente successivo alla completa liberalizzazione come farmaco da banco acquistabile senza ricetta medica (per un banale antibiotico per gli stati febbrili ve la chiedono, per uccidere un embrione che sta per impiantarsi no, e così le scatole vendute diventano in un anno da tredicimila a più di duecentomila, per la gioia della Novartis che le produce).

Allora vogliono che i medici non abbiano diritto all’obiezione di coscienza, vogliono che i bambini possano essere abortiti “liberamente” fino al nono mesi di gravidanza “quando e come decide la donna”, vogliono che la cosa avvenga nella maniera più asettica possibile, senza assegnare minimamente alcun diritto al nascituro, ridotto a mera “cosa”, eliminabile con una pillola e in ambulatorio. Questa è la piattaforma delle richieste vergognose della “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro”.

Noi del Popolo della Famiglia rispondiamo con la proclamazione del Diritto universale a nascere, con la richiesta di trasformazione piena da oggetto a soggetto del nascituro, con la battaglia per il diritto dei più deboli, con il combattimento inesorabile per il suo diritto alla vita. E per il pieno sostegno ai diritti della donna-madre, che deve sapere che può far nascere il bambino senza dover per forza farsene carico e che deve essere sostenuta se in condizione di bisogno e, secondo la nostra proposta programmatica più rilevante, sempre e comunque con il reddito di maternità: mille euro al mese per ogni mamma che si occupa dei propri figli.

In questo momento tragico per i dati di natalità, che minano in maniera esplosiva il futuro del nostro paese, chi propaganda l’aborto è un criminale che vuole il male dell’Italia. Cgil, Emma Bonino, Radicali italiani, Aied, Non Una di Meno sono persone e associazioni che vogliono il male dei bambini e vogliono il male dell’Italia, indicando una strada perversa per le donne di questo paese. La “giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro” è una vergognosa truffa contraria all’interesse nazionale, che è quello di veder risollevarsi i dati di natalità, non di avere anche l’anno prossimo altri centomila bambini uccisi prima d’esser nati per ragioni il più delle volte superficiali e risibili rispetto alla meravigliosa bellezza di una vita umana che comincia e si fa largo insieme alla pienezza della femminilità realizzata nella maternità.

Senza figli non c’è futuro, altro che “aborto libero e sicuro”. Troviamo incredibile che esponenti della maggioranza di governo partecipino alle iniziative di questa vergognosa “giornata mondiale” nella stessa data in cui l’esecutivo apre la Conferenza-farsa sulla famiglia. O meglio, sarebbe incredibile se non fosse uno stile ormai conclamato: provare a dare un contentino, mentre nella sostanza si procede con politiche contro la famiglia e contro la vita nascente, addirittura puntando a limitare la libertà dei medici che non vogliono essere complici delle mattanza dei bambini e rivendicano la loro obiezione di coscienza. Il Popolo della Famiglia contesta dunque a Paolo Gentiloni questa palese contraddizione ed invita il governo a salvare la faccia proclamando con nettezza la propria distanza dalle iniziative della Giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro, nel giorno in cui apre la Conferenza sulla famiglia. Aborto e famiglia non sono parole che possono andare d’accordo, sono l’una l’esatto contrario dell’altra. Gentiloni e il suo esecutivo non possono omaggiare entrambe nelle stesse ore dello stesso giorno. Altrimenti si capisce che è tutta una presa in giro.

Viva il diritto universale a nascere, viva il reddito di maternità, viva il Popolo della Famiglia.

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non è certo campanilismo femminista): parliamo di Faye Alyce Wattleton o Margaret Louise Higgins Sanger, ‘mamme’ di Plannet Parenthood, ente non proprio sano e a favore della salute pubblica. Per contro noi possediamo Flora Gualdani e Paola Bonzi (e tantissime altre volontarie e ostetriche che si muovono nel silenzio e nel nascondimento), che difendono la vita del bambino sapendo che la donna che riesce a non abortire, poi ringrazierà dell’essere divenuta madre.

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