Chiesa

di Emilia Flocchini

Padre Arsenio beato a Milano

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Il cardinal Carlo Maria Martini lo definì «martire del silenzio», in riferimento alla sua tacita testimonianza di fede. Potrebbe anche essere considerato il Carneade della santità ambrosiana, visto che, tra i personaggi esemplari assurti agli onori degli altari negli ultimi quindici anni a Milano, è con tutta probabilità quello meno conosciuto. Eppure padre Arsenio da Trigolo, cappuccino e fondatore delle Suore di Maria SS. Consolatrice, è una figura che ha un legame con la città della Madonnina, tanto che viene beatificato all’interno del suo Duomo, alle 10 di oggi.

Non è però milanese di nascita, visto che è nato a Trigolo, in provincia e diocesi di Cremona, il 13 giugno 1849. Suo padre Glicerio gestiva l’Osteria del Moro, mentre sua madre Annunziata badava ai numerosi figli: Giuseppe Antonio, questo il suo nome al secolo, era il quinto di dodici. Per ricostruire la sua infanzia sono state preziose le testimonianze della sorella Ernesta, che ci restituiscono l’immagine di un bambino, poi di un ragazzo riservato, ma con le idee chiare circa il suo futuro: a tredici anni, infatti, Giuseppe inizia il cammino per il sacerdozio. Viene ordinato nel 1874, in anticipo sull’età prescritta, per il solo fatto che la diocesi di Cremona, in un’epoca complicata e segnata da contrasti anche a livello ecclesiale, era sprovvista di sacerdoti.

Dopo quasi due anni di ministero, svolti a Paderno d’Ossolaro (oggi Paderno Ponchielli) e Cassano d’Adda, nell’ottobre 1875 don Giuseppe sceglie di entrare nella Compagnia di Gesù. Inizia il noviziato il 14 dicembre seguente, pur essendo consapevole dei suoi limiti intellettivi, ma pieno di grandi desideri; professa i voti il 25 dicembre 1877. Come discepolo di sant’Ignazio di Loyola, affina gradualmente la sua capacità di leggere la realtà e la sua stessa vita, puntando con determinazione verso la santità. Così scrive nei suoi appunti durante gli Esercizi spirituali dell’ottobre 1886: «Tu vuoi morire da santo? Ebbene, vivi da santo. Fa’ da santo secondo il tuo stato di religioso. Sii santo negli sguardi, santo nei discorsi, santo nell’udito, nel tratto, nel gusto, nel tatto. In breve, sii perfetto nell’uso dei tuoi sensi. Santo nell’obbedienza, santo nell’adempimento dei tuoi doveri e voti, e allora, certo, morrai da santo».

Nel frattempo è stato inviato a Cremona come prefetto degli studi nel Collegio Vida: lì matura una speciale attenzione all’educazione dei ragazzi. Nello stesso periodo, i superiori hanno deciso di accorciargli il cognome, forse per questioni di eccessivo pudore: da allora si firma «padre Miglia». Riprende gli studi teologici nel 1884, dopo essersi trasferito a Portoré in Istria, nuova sede del noviziato. S’impegna a fondo, ma riesce a essere ammesso nella Compagnia, dopo gli “ultimi voti” del 5 agosto 1888, come “coadiutore spirituale”: è incaricato quindi della predicazione, della conduzione di Esercizi spirituali e della catechesi ai ragazzi, ma anche di confessare negli istituti religiosi femminili. Questa parte del suo ministero la vive e Mantova e poi a Venezia, a partire dal 1887.

Tuttavia, pochi anni dopo i superiori lo accusano di “imprudenze” e lo dimettono. Lui cerca di difendersi, ma alla fine cede: l’alternativa sarebbe stata vivere praticamente da recluso, impedito nell’esercizio del ministero sacerdotale. Tra le “imprudenze”, affermano gli studiosi della sua vicenda, rientrano questioni legate alle divergenze di opinioni tra papa Leone XIII e i vescovi Geremia Bonomelli (di Cremona), Camillo Guindani (di Bergamo) e Giovanni Battista Scalabrini (di Piacenza, Beato dal 1997), ma hanno peso notevole i suoi rapporti con Giuseppina Fumagalli.

Questa donna, già religiosa in un istituto francese, continuava a vestirsi da suora e sfruttava la buona fede di molte ragazze, convincendole a entrare nella congregazione delle “Suore della Consolata” da lei fondata. Il fatto era che l’opera della Fumagalli era stata diffidata dalla Curia di Torino e in seguito lo fu anche da quella di Milano: don Giuseppe l’aveva conosciuta probabilmente nel suo ministero nella diocesi di Cremona.

Le ragazze che avevano seguito la Fumagalli, però, erano davvero certe di volersi consacrare a Dio tramite il servizio ai poveri e agli orfani. Venuto a conoscenza della situazione, l’arcivescovo di Torino, monsignor Davide dei Conti Ricciardi, chiede quindi a don Giuseppe, che attendeva la soluzione del suo caso, di dare una formazione a quelle giovani, cominciando col predicare loro gli Esercizi spirituali. La sua esperienza da Gesuita lo porta a scegliere il Sommario delle Regole ignaziane come base per quella del nuovo istituto: lo scopo che gli dà è «attendere alle opere della misericordia sì spirituali che corporali verso i nostri prossimi, massime orfani nella tenera età». Quanto al nome, il rettore del santuario torinese della Consolata, il canonico Giuseppe Allamano (Beato dal 1990), aveva fatto presente alla Fumagalli di essere, in un certo senso, il detentore di quella denominazione (in effetti, in seguito avrebbe fondato anche le suore Missionarie della Consolata). Fu quindi leggermente modificato in Suore di Maria SS. Consolatrice.

Ed ecco il perché del rapporto con la diocesi di Milano: come abbiamo già visto, esisteva un gruppo di “Suore della Consolata” anche lì. Per molto tempo don Giuseppe fa la spola tra Torino e Milano, consolidando la formazione delle suore e provvedendo all’apertura di nuove case. La vestizione del primo gruppo di suore avviene a Torino il 25 dicembre 1892. L’anno seguente si tengono le prime professioni e la nomina della prima superiora generale: per questo motivo le Suore di Maria Consolatrice lo indicano come anno di fondazione. La Casa madre, nel 1898, viene trasferita a Milano, nell’attuale via Melchiorre Gioia. L’arcivescovo, il cardinal Andrea Carlo Ferrari, anche lui Beato, favoriva infatti l’arrivo di nuove congregazioni religiose, purché si dedicassero all’educazione e si stabilissero in quartieri allora periferici. È accaduto così, per citare il caso più noto, per i Salesiani di Don Bosco: sono quasi dirimpettai delle Suore di Maria Consolatrice perché la loro sede milanese sorge a poca distanza, sul marciapiede opposto.

Intanto, però, erano rimaste aperte alcune questioni con la Fumagalli: tre suore avevano sporto querela contro di lei perché non aveva restituito loro la dote che le avevano consegnato. Il processo viene celebrato a Torino tra l’8 e il 12 luglio 1893: la donna ne esce assolta con formula piena. La stampa dell’epoca la descrive come una benefattrice perseguitata ingiustamente da don Giuseppe e dalle autorità ecclesiastiche. L’istituto, comunque, prosegue la sua espansione e ottiene il decreto di approvazione diocesana a Torino il 20 giugno 1895.

Nel 1902, a circa dieci anni dalla fondazione, una svolta improvvisa: il cardinal Ferrari ordina che siano deposte la superiora generale, la superiora provinciale di Milano e la maestra delle novizie. In pari tempo, don Giuseppe viene allontanato dall’istituto: alcune suore l’avevano accusato, tra l’altro, di atteggiamenti eccessivamente autoritari. Il fondatore accetta, ma è bene precisare che nei suoi riguardi l’arcivescovo non era ostile: ricevendo le Suore di Maria Consolatrice, infatti, gli aveva dato a più riprese la qualifica di «santo».

Domanda allora di essere accolto tra i Frati Minori Cappuccini: inizia quindi il noviziato a Lovere e, il 21 giugno, gli viene consegnato il suo nuovo abito. Da allora assume il nome di padre Arsenio Maria da Trigolo. Professa i voti semplici il 25 giugno 1903 e quelli perpetui tre anni dopo. Sua prima e unica destinazione è il convento di Borgo Palazzo a Bergamo. Nessuno o quasi sa della sua vita precedente, anche perché non ne parla mai. Accoglie in silenzio tutte le umiliazioni cui viene sottoposto, ma è anche oggetto di ammirazione da parte dei confratelli più giovani. Puntualissimo nelle preghiere, ordinato seppur nella povertà, mostra di aver fatto propri anche gli insegnamenti di san Francesco d’Assisi.

Con le Suore di Maria Consolatrice non ha più rapporti diretti, ma solo epistolari con alcune, specie con suor Maddalena Defendi, cui scrive: «Cerchiamo più che possiamo di far sempre bene le cose spirituali, adempir bene le nostre regole, a far carità più che possiamo con tutti, poiché è la virtù che sta sopra a tutte: e lasciamoci guidare dal Signore con più o meno lumi, con più o meno dolcezze e grazie come a Lui parrà meglio; dal canto nostro cerchiamo di sforzarci e di andare sempre avanti». Inoltre, quando una giovane che aveva un fratello cappuccino riferisce a questi e a padre Arsenio che sta per entrare tra le Suore di Maria Consolatrice, lui le fa i complimenti, ma non precisa di essere il loro fondatore.

Quanto al ministero, lo vive nei compiti tradizionali dei Cappuccini, ossia predicazione e confessione. Cura in maniera speciale la formazione dei gruppi di Terziari e la nascita di nuove fraternità, come richiesto da papa Leone XIII. Intanto, però, la salute inizia a vacillare: soffre di inappetenza e ha frequenti capogiri. Il responso del medico è che si tratta di arteriosclerosi avanzata, per la quale non c’è rimedio. Viene quindi trasferito in infermeria, in una cella più ampia e riscaldata. Alle prime ore del 10 dicembre 1909 il frate infermiere, non vedendolo arrivare nella cappella dell’infermeria per la Messa del mattino, bussa alla sua cella. Non ricevendo risposta, apre la porta: padre Arsenio è disteso a letto, con le braccia incrociate sul petto, ormai defunto. Dopo i funerali, il suo corpo viene portato nel cimitero di Bergamo e deposto in uno dei loculi riservati ai Cappuccini.

La notizia della sua morte non tarda ad arrivare alle Suore di Maria Consolatrice, ma poco dopo è sceso un lungo silenzio sulla sua persona. Per anni quasi non ne parlavano in quanto fondatore, puntando piuttosto su un’altra figura importante per lo sviluppo dell’istituto, specie a Torino, ossia il canonico Giuseppe Casalegno. Dal 1920 circa in avanti, però, le suore cominciano a prendere coscienza della loro storia e di come padre Arsenio fosse stato lo strumento perché la loro esperienza di consacrazione facesse frutto. Quel processo ha condotto, nel 1953, a far sì che i suoi resti mortali, traslati nel maggio 1940 nel cimitero di Cepino in Valle Imagna, venissero definitivamente collocati nella cappella di Casa Madre.

L’avvio effettivo della causa di beatificazione, dopo le fasi preliminari iniziate nel 1995, rimonta al 3 aprile 1998, con l’apertura dell’inchiesta diocesana sulle virtù eroiche, conclusa il 29 maggio 1999. Il tribunale di competenza è stato quello della diocesi di Milano, sempre perché le suore hanno lì la Casa madre: sia loro che i padri Cappuccini sono stati attori della causa. La fase romana è iniziata il 23 agosto dello stesso anno, mentre la convalida degli atti dell’inchiesta diocesana è arrivata il 7 aprile 2000. La “Positio super virtutibus” è stata consegnata ai Consultori storici della Congregazione delle Cause dei Santi nel 2011, ma è stata ripresentata l’anno seguente con l’aggiunta di una Relazione specifica a cura dei periti storici della causa.

Il 10 gennaio 2015 il Congresso dei Teologi, riunito per studiare la “Positio”, ha prodotto voti favorevoli all’unanimità circa l’esercizio delle virtù in grado eroico da parte di padre Arsenio. La Sessione Ordinaria dei cardinali e vescovi ha confermato il parere positivo, così che il 20 gennaio 2016 papa Francesco ha potuto autorizzare la promulgazione del decreto con cui il Cappuccino veniva dichiarato Venerabile.

Il miracolo che lo porta sugli altari rimonta ai tempi in cui la sua fama di santità stava iniziando a riemergere all’interno del suo istituto. Suor Ausilia Ferrario, suora di Maria Consolatrice, era da tempo malata di tubercolosi polmonare e intestinale: per questo motivo, era stata trasferita nell’infermeria della casa di Verghera. Il 17 ottobre 1947, dopo quasi due anni di letto, chiese di essere accompagnata nella cappella della casa, dove si svolgeva una solenne Adorazione Eucaristica in occasione del Capitolo generale. Giunto l’ultimo quarto d’ora, tutta la comunità, guidata nella preghiera da una suora, invocò per tre volte l’intercessione del fondatore per la guarigione di suor Ausilia. All’istante, lei si sentì presa da un sudore freddo: al momento della benedizione col Santissimo Sacramento, lasciò la poltrona dov’era seduta e si gettò di corsa ai piedi dell’altare, dichiarandosi guarita.

L’inchiesta diocesana sul miracolo è stata aperta a Milano (Verghera è in provincia di Varese e diocesi di Milano) il 14 dicembre 1999. Teste principale fu suor Ausilia medesima, che morì il 1° marzo 2000, tre mesi dopo aver reso la sua testimonianza. La chiusura è stata compiuta il 4 aprile in Casa madre da monsignor Angelo Mascheroni, delegato dell’arcivescovo Carlo Maria Martini. Gli atti del processo sono stati convalidati il 18 maggio 2007, ma non sono stati esaminati prima dell’approvazione del decreto di venerabilità.

Il 25 febbraio 2016, quindi, si è potuto riunire il Congresso dei medici, che ha riconosciuto inspiegabile scientificamente l’asserita guarigione. Il 29 ottobre seguente, il Congresso dei Teologi ha confermato il nesso tra il fatto e la preghiera d’intercessione rivolta a padre Arsenio. Il 17 gennaio 2017 i cardinali e i vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi hanno definito l’autenticità del miracolo, ratificata, il 20 gennaio 2017, dalla firma del Papa. Il 1° marzo 2017, infine, la data della beatificazione è stata stabilita al 7 ottobre successivo. A presiedere il rito è il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi come inviato del Santo Padre, ma l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, concelebra l’Eucaristia.

L’istituto delle Suore di Maria SS. Consolatrice ha ricevuto il Decreto di Lode nel 1915 e, nel 1929, il riconoscimento come congregazione di diritto pontificio. Le religiose sono quasi 300, sparse tra Italia, Cina, Africa e America del Sud, specie in Brasile; nella sola città di Milano hanno altre comunità oltre la Casa madre. Continuano la loro missione all’insegna delle opere di misericordia impegnandosi specialmente in ambito educativo e assistenziale, come mostrano il centro di accoglienza neuropsichiatrico «Dosso Verde» in viale Corsica a Milano, l’omonimo centro di Pavia e, a Roma, un piccolo luogo di accoglienza per le donne vittime della prostituzione.

09/10/2017
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