Storie

di Lucia Scozzoli

L’allenatore e il produttore tra la gogna e il banco

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La settimana scorsa un istruttore di karate, il 43enne Carmelo Cipriano, è stato arrestato a Lonato del Garda, nel Bresciano, con le accuse di violenza sessuale di gruppo, prostituzione minorile, atti sessuali con minori e detenzione di materiale pedopornografico. Un bel gruzzoletto di capi di imputazione. Il gip del Tribunale di Brescia ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare. Di questi tempi è una rarità: di solito le procure mettono fuori tutti, perché secondo loro non c’è mai il rischio di reiterazione del reato, oppure concedono gli arresti domiciliari, nell’attesa che la lentissima giustizia italiana faccia il suo corso.

Questa volta però le accuse sono particolarmente spregevoli e la trama è ingarbugliata: Cipriano dal 2008 al 2017 avrebbe costretto alcune giovani allieve, tutte minorenni, a consumare rapporti sessuali con lui e anche con altri adulti. Gli abusi avvenivano soprattutto in uno stanzino della struttura sportiva. Le indagini, scattate dalla denuncia di una ragazza che all’epoca dei primi abusi aveva solo 12 anni, avrebbero coinvolto anche alcuni genitori delle allieve: pare che tra gli adulti che parteciparono alle violenze più o meno marcate ci fossero dei papà.

Un vaso di Pandora che si scoperchia con dolore e che meriterebbe anche il dovuto fragore, ma le ferite delle vittime sono così sottili e profonde che ogni parola fuori posto le aggrava. È difficile anche parlare, di simili violenze. Infatti non si tratta tanto di aggressioni fisiche, con le quali un uomo adulto può senz’altro incantonare al muro una ragazzina per abusarne, e magari lasciarle anche qualche livido con cui fugare quel maledetto senso di colpa che, inspiegabilmente, assurdamente, arriva a ghermire le vittime da dentro, come se una vocina interiore le accusasse di arrendevolezza; purtroppo qui c’è la circonvenzione, c’è l’estorsione bieca di un mezzo consenso attraverso l’abuso della propria autorità di istruttore, c’è la manipolazione psicologica di giovanissime, troppo inesperte, troppo ingenue per difendersi dalla malizia crudele di un adulto. La ragazza che per prima ha denunciato ha impiegato 5 anni per elaborare l’idea compiuta di dover denunciare, e ci è riuscita grazie al sostegno del fidanzato, con cui si è infine confidata. Di fronte ad un amore vero, è emersa più lampante la bugia atroce, il contrasto fortissimo con quell’altra cosa, quegli approcci osceni e non voluti. Racconta ora: «capivo che era sbagliato, mi stavo allontanando da tutto e da tutti, mentivo alla mia famiglia e mi sentivo sempre più in colpa».

L’istruttore non agiva solo: altri adulti guardavano e partecipavano. C’erano le video chat in cui ci si spogliava, c’erano i messaggi sul cellulare, c’erano gli incontro nella palestra chiusa, con altri adulti, genitori di altri ragazzi. La vergogna, la voglia di scappare e, di contro, quella tattica di minimizzazione degli aguzzini: «Siamo tutti qui dai, ormai, bisogna concludere qualcosa».

Potremmo pensare che queste erano solo bambine, che si sono lasciate ingannare per la giovane età. Potremmo cercare di convincerci che ad una donna adulta non può succedere, perché le donne sanno difendersi, sono consapevoli, hanno carattere. Ai cantastorie moderni piace la favola della donna con gli attributi.

Invece…il famoso produttore di Hollywood Harvey Weinstein è stato accusato da alcune attrici famose di aver commesso abusi su di loro in occasione delle riprese di alcuni film: abusi reiterati e anche piuttosto noti. Lo scandalo è partito dalla denuncia di una reporter, Sharon Waxman, che in una lettera pubblicata da «The Wrap» ha raccontato delle funzioni di tale Fabrizio Lombardo, capo di Miramax Italia nel 2004, senza competenze in ambito cinematografico, che per uno stipendio di 400mila dollari l’anno organizzava cene al produttore con giovani russe. Una di queste ragazze, interpellata dalla reporter a Londra, rivelò di essere stata costretta a rapporti sessuali da Weinstein. Come mai dal 2004 la storia salta fuori solo adesso? Pare che la reporter abbia ricevuto grandi pressioni non solo da Weinstein, ma pure da attori famosi come Matt Damon e Russell Crowe, per non coinvolgere Lombardo. Poi nel 2011 Lombardo rimase travolto insieme a Stefano Ricucci nel crack della Magiste International ed evidentemente la sua influenza è cessata e la vicenda è riemersa dal dimenticatoio. Altre vittime, ben più illustri delle vallette russe, hanno deciso di uscire allo scoperto. Così l’attrice 44enne Rose McGowan, conosciuta per la serie tv «Streghe» e i film della saga «Grindhouse», ha postato su twitter foto di sé da giovane, con un’eloquente didascalia: «Questa è la ragazza che è stata vittima di un mostro. Questa è la ragazza che avete coperto di vergogna con il vostro silenzio». Il silenzio imputato è quello di tutte le attrici che hanno subito in questi anni le molestie e di tutti quelli che sapevano e hanno taciuto per convenienza. La collega Ashley Judd si è aggiunta a dare man forte alla McGowan, denunciando a sua volta.

La casa produttrice ha licenziato Weinstein e, adesso, si sono levate parole di sgomento e condanna da ogni parte per la sua condotta iniqua: Meryl Streep, che nel 2012 lo aveva definito un dio, durante la cerimonia dei Golden Globe, ora parla di un «disgustoso» e «imperdonabile» «abuso di potere», e ci tiene a sottolineare che lei non ne sapeva niente.

Weinstein dal canto suo ha pure giocato la carta delle pubbliche scuse: «Sono consapevole che il modo con cui mi sono comportato con alcune colleghe in passato ha causato molto dolore e chiedo scusa».

George Clooney ha definito Weinstein «Indifendibile». «Ha ammesso, è impossibile scusarlo. Lo conosco da vent’anni ci ho cenato insieme ma non l’ho mai visto avere nessuno di questi comportamenti» ha detto il divo. «Questo tipo di abusi non hanno giustificazioni» ha detto invece Jennifer Lawrence, mentre Kate Winslet, premio Oscar per «The Reader», prodotto dai Weinstein, descrive il tutto come «disgustoso» e «spaventoso».

In mezzo a questo coro unanime di condanne, lanciate da debita distanza di sicurezza e senza farsi coinvolgere troppo, spicca l’uscita della stilista Donna Karan, amica del produttore: in un’intervista al «Daily Mail» ha definito il produttore 65enne «meraviglioso». Ha insinuato che le donne se la siano cercata: «Forse ci dovremmo chiedere se il modo in cui ci si veste non suggerisca che è quello che vogliamo» ha detto la stilista. Per poi concludere: «Siamo noi che dobbiamo badare a noi stesse». «Mi domando anche come ci mostriamo? Che cosa chiediamo? Non ce la andiamo a cercare mostrando tutta la nostra sensualità e sessualità?» ha detto ancora.

È scoppiato un putiferio e la Karan ha dovuto chiedere scusa e dichiarare che era stata mal compresa. Ma intanto l’ha detto: le donne che subiscono rapporti sessuali da uomini in posizione di vantaggio e potere su di loro in fondo in fondo se la cercano.

La Karan è caduta nell’inganno modernista della donna con gli attributi: se non vuoi, basta dire no. Ma non funziona così, né a 15 né a 25 anni. Finché non avremo il coraggio e l’onestà di ammettere la fragilità emotiva delle donne, non potremo proteggerle davvero. Sarà anche vero che nel marasma di Hollywood, tra sgomitate e lotte senza quartiere per uno scampolo di notorietà in più, ci siano anche donne fredde e calcolatrici, che consapevolmente usano pure l’arma degradante della svendita del proprio corpo per la carriera, ma sono senz’altro una minoranza assoluta e non sono nemmeno quelle con più talento. Più spesso le giovani attrici coltivano lecite ambizioni, per le quali sono disposte a rinunciare a molte cose, non certo alla dignità. Quella viene sfilata via da sottili ricatti morali, da quella mortifera aria di normalizzazione che aleggia attorno a festini ad alto tasso alcoolico in cui si allungano mani in modo improprio e si dicono frasi tipo «siamo tutti qui dai, ormai, bisogna concludere qualcosa», o «che vuoi che sia», o «ce ne sono cento come te là fuori che ci starebbero senza storie».

È normale, è una cosa da niente, il sesso per puro divertimento (dell’uomo) è cool; avere pudore, provare vergogna è da retrograde bigotte.

E, mentre ti sussurrano questo alle orecchie, là fuori sostengono che siamo donne con le palle, che ci sappiamo difendere da sole, che risponderemo di mattarello a chi aggredisce. Certo, come no.

Mai inganno fu orchestrato con più ingegno e crudeltà: ci dicono che possiamo, mentre sanno che non è vero. E ci colgono nella fragilità che rinneghiamo di avere.

Alla difesa delle donne ha fatto veramente male l’aggressività femminista post sessantottina, perché ha illuso le donne stesse di avere una forza emotiva di tipo mascolino, che invece è una rarità riscontrabile in pochissimi casi e guadagnabile a prezzo di lunga esperienza e molte ferite, e contemporaneamente ha fornito agli uomini più spregiudicati l’alibi perfetto per mettere in campo tutte le armi di pressione psicologica che le situazioni concedono loro, senza il minimo riguardo per la delicatezza e la fragilità femminile e senza nemmeno l’ombra di un senso di colpa. Servono anni per far emergere violenze di questo tipo, per recuperare ferite che non rimarginano, per trovare il coraggio di una consapevolezza piena. E servono tante vittime per inchiodare alle proprie responsabilità simili biechi individui senza scrupoli, per i quali, se non c’è il livido, non c’è la violenza. Ma i lividi sul cuore non si vedono.

11/10/2017
1512/2017
Beata Maria Vittoria de Fornari Strata

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