Società

di Lucia Scozzoli

I nodi dell’alternanza scuola-lavoro

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Leggiamo sul sito del MIUR: «L’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, anche nei licei, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.

La scuola deve, infatti, diventare la più efficace politica strutturale a favore della crescita e della formazione di nuove competenze, contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. Per questo, deve aprirsi al territorio, chiedendo alla società di rendere tutti gli studenti protagonisti consapevoli delle scelte per il proprio futuro.

Con l’alternanza scuola-lavoro, viene introdotto in maniera universale un metodo didattico e di apprendimento sintonizzato con le esigenze del mondo esterno che chiama in causa anche gli adulti, nel loro ruolo di tutor interni (docenti) e tutor esterni (referenti della realtà ospitante).

L’alternanza favorisce la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze e crescita reciproca.»

Sembra il paese dei balocchi. Eppure non a tutti questa novità piace.

Uno studente liceale ha scritto una lettera al corriere per manifestare tutto il suo disappunto per lo sfruttamento indebito a cui molti studenti si vedono costretti, trasformati in operai non pagati invece che in tirocinanti messi alle prese con la praticità di un mestiere da imparare. Per un liceale fare il lavapiatti non è particolarmente formativo.

Tre giorni fa ci sono stati cortei di protesta in più di 70 città italiane da parte di studenti contro l’alternanza scuola-lavoro, in alcuni casi si è degenerato nella solita violenza gratuita, come a Milano, dove un manipolo di militanti dei centri sociali ha preso di mira McDonald’s e Zara nei punti vendita di piazza XXIV Maggio e via Torino, imbrattando tutto con uova, pomodori e vernice. Altri raid ci sono stati in Foro Bonaparte davanti alla sede di Edison, alla Camera di Commercio di via Meravigli e al circolo Pd «Aldo Aniasi» di corso Garibaldi

Mia figlia, guardando il tg che documentava gli atti di vandalismo, ha domandato ingenua: «ma perché gli studenti se la prendono con il McDonald’s?»

In effetti non c’entra nulla. La questione del tirocinio formativo studentesco è affare complesso, dalle molteplici sfaccettature: Nicola Giannelli, ricercatore e docente in Scienza dell’amministrazione e politiche di welfare all’università di Urbino, lo dice bene, dalle colonne di Repubblica: «L’errore è pensare che l’alternanza sia una cosa sola, quando invece ha assunto 100 volti differenti che cambiano in base alla scuola, al numero di imprese sul territorio, dalla presenza di enti pubblici disposti a collaborare e dalla volontà dei docenti di coordinare i progetti».

Negli istituti professionali il tirocinio in azienda è sempre stato un punto chiave, ma certo si tratta in questi casi di insegnare un mestiere in larga parte pratico, per cui la discesa in campo, a fianco di qualche lavoratore effettivo, calandosi nella realtà immanente di qualche azienda o artigiano, è esattamente il sale che serve per dare un senso compiuto alla teoria e un punto di vista efficace a tutta la formazione.

Già in un istituto tecnico la replica di questo meccanismo si fa più complessa: i profili professionali target sono spesso figure di progettisti, meccanici, elettrici o informatici, o tecnici di laboratorio, comunque figure che non si improvvisano in una mansione, che hanno bisogno di un adeguato periodo di inserimento dentro complesse realtà lavorative, a meno di confinarli a fare fotocopie, correggere cretinate su disegni autocad, disinfettare e sterilizzare pipette. Le aziende che hanno una effettiva possibilità di offrire posti pertinenti al corso di studi, non eccessivamente degradanti né insostenibilmente complessi, sono poche. Per il resto ci si adatta.

Quando arriviamo ai licei, il dramma si tocca con mano: il liceo è di per sé una scuola che getta le basi per un proseguimento in studi universitari, agli studenti mancano le informazioni pratiche per fare pressoché qualunque cosa. Che genere di tirocinio si può proporre? Ogni offerta è fuori tema. Dalla letteratura al reparto friggitoria del McDonald’s è un salto notevole, un balzo dritto dritto dalle sfere eteree degli alti cieli delle illusioni al puzzolente mondo dello sfruttamento lavorativo, con orari impietosi, mestieri usuranti, capitale umano sperperato in nome del ricatto dello stipendio (che per i tirocinanti nemmeno c’è).

Non è colpa delle grandi catene però: questa offerta di manovalanza inesperta ma gratuita è fatta dal ministero dell’istruzione, addirittura gli istituti si trovano ad implorare le aziende del territorio perché acconsentano ad accogliere gli studenti, per riuscire a raggiungere il monte ore procapite a ragazzo. Ogni scuola è lasciata a se stessa, nell’autogestione disperata di questa trattativa infame, ogni dirigente si trova la bega di collocare centinaia di alunni qua e là, o in alternativa di inventarsi progetti di simulazione a scuola, da far poi approvare dal ministero come equivalenti al tirocinio e comunque sempre rattoppi e ore perse.

Dal quadrimestre, le scuole superiori si son viste costrette a passare al trimestre + pentamestre e a concentrare in tre mesi la didattica di quattro, per lasciare poi spazio al tirocinio fuori dalle mura. Gli studenti sono compressi in continue interrogazioni e compiti in classe, non c’è più il tempo di recuperare eventuali lacune, per poi disperdere due mesi nella discontinuità didattica del tirocinio, il quale, tra l’altro, si salda quasi sempre alla pausa estiva, col risultato che al rientro a settembre i ragazzi non ricordano nulla dei programmi abbandonati tre mesi prima e si sono disabituati allo studio.

Per quanto riguarda le aziende, a cui sono riservate con leggerezza uova e pomodori, vorrei far presente che esse sono soggette in modo stringente e vincolante all’onnipresente decreto 81, per cui gli studenti minorenni non possono essere adibiti a nessuna mansione che abbia il minimo contenuto di rischio: niente luoghi rumorosi (non importa se i ragazzi sono abituati a spaccarsi le orecchie in discoteca), niente utensili vibranti, nessun uso di sostanze chimiche pericolose (cioè nemmeno una bomboletta di svitol o una tinta da parrucchiera, per intenderci), niente lavori con sovraccarico biomeccanico degli arti superiori o movimentazione manuale dei carichi in fascia di rischio, per non parlare di cose peggiori, come lavoro in quota, utilizzo di attrezzature con patentino o materie cancerogene.

In sostanza una metalmeccanica che volesse accogliere un ragazzo dell’ITIS meccanica può piazzarlo in ufficio a guardare il progettista che disegna su un programma 3D (che non insegnano a scuola), o al controllo qualità dei pezzi (con tutti i rischi di un controllo errato), non certo davanti ad una macchina. Si fa presto a dire che gli studenti sono sfruttati in mansioni di basso rango, ma davvero oltre alle fotocopie non si sa cosa è lecito far loro fare.

Poi ci sono i furbi, che sfruttano senza vergogna (di solito anche i propri dipendenti però), e allora siamo decisamente fuori dal profilo consentito dalla legge e le violazioni da rilevare sono più sulla sicurezza e l’igiene del lavoro che non la pertinenza o meno al percorso scolastico.

Il problema sta a monte: mestieri di concetto non possono essere improvvisati con brevi tirocini; quando un professionista di uno studio, ad esempio, investe su una nuova risorsa, assume qualcuno già a fine percorso formativo e impiega molti mesi per inserirlo in modo proficuo all’interno dell’attività. Cosa pensa di saper fare, il liceale di quarta, in uno studio notarile, oltre alle fotocopie? Pure rispondere al telefono non è cosa banale: essere il front office di un’attività è una responsabilità, basta una frase fuori posto o un tono non adeguato per fare brutte figure che si trasformano subito in perdite di immagine.

I ragazzi sono incolpevoli: devono spendere 400 ore al lavoro, ore a volte utili, a volte del tutto buttate, a seconda di cosa la scuola sia riuscita faticosamente a trovare e le aziende a proporre. In ogni caso, in tutta questa baruffa, soggetti che ci guadagnano non mi pare di rintracciarne e questo lancio di uova andrebbe indirizzato senza se e senza ma verso il ministero, il quale ha deciso di trasformare la formazione scolastica solo e unicamente in uno scivolo di ingresso al lavoro, come se il sapere e la conoscenza non avessero un valore in sé e la scuola non dovesse formare prima di tutto le capacità critiche, per dare ai ragazzi gli strumenti con cui muoversi in un mondo frenetico e in continua evoluzione, che consuma le competenze in fretta e considera subito tutti obsoleti.

Credo che non esista studente di liceo che non si sia domandato almeno una volta “a cosa mi servirà il latino? Perché devo studiare una lingua morta?”. Il ministero ora risponde: non serve a niente, se non farai l’insegnante di latino, se non lo userai nel posto di lavoro, è fatica inutile. E così per mille altri argomenti. Tutto è diventato formazione professionale.

Questa organizzazione della scuola è figlia di una visione antropologica capitalistica, che mette al centro degli interessi della società il guadagno e il funzionamento dei meccanismi economici, non l’uomo. Non è la società a doversi trasformare per consentire la piena realizzazione dei suoi componenti, ma le persone devono essere plasmate sui bisogni dei soggetti che tirano le fila delle economie. Non servono più uomini, vogliamo solo lavoratori.

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17/10/2017
1602/2019
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