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di Claudia Cirami

Educatori si nasce o si diventa?

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La capacità di educare è innata o può essere acquisita? Se ancora, dopo secoli (o millenni) di storia, abbiamo necessità di scrivere e di leggere sulla relazione tra gli educatori e coloro di cui hanno la responsabilità educativa significa che ci troviamo di fronte ad un ambito vitale sempre suscettibile di approfondimento e crescita. Un mondo che merita di essere esplorato ancora una volta, tanta è la ricchezza umana – al di là di ogni rappresentazione mitica – che è possibile esperire. È dunque interessante sfogliare il libro “Educatori si nasce o si diventa? Vivere la sfida educativa tra passione, competenza e profezia” di Lorenzo Ferraroli, edito dalle Edizioni San Paolo (208 pagine, 12.00 euro). Perché su questa relazione c’è ancora molto da sapere, scoprire, imparare, mettere in pratica. Se guardiamo ad un classico della letteratura come Il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery, alla fine, ciò che permane di tutto il libro è il modo in cui la volpe sapiente insegna all’ingenuo principe come entrare fruttuosamente in relazione con l’altro (“creare dei legami”, nel linguaggio del capolavoro francese). Se poi, in una prospettiva cristiana, andiamo ai Padri della Chiesa e alla loro definizione del Cristo come Pedagogo, è facilmente intuibile che l’educazione nasce dall’incontro di due interiorità (ed è riflesso di quella relazione primigenia che lega Dio all’uomo). Nel caso di un rapporto educativo, dunque, non si può prescindere dal creare un ponte tra persone, l’educatore e coloro che gli sono affidati. Perché siamo esseri in relazione.

Il testo ha origine esperienziale: Ferraroli è un educatore salesiano che ha vissuto in prima persona i processi educativi e la relazione, a volte alchemica, a volte difficile, che si stabilisce con le persone che siamo chiamati ad “educare” (ma è risaputo che anche l’educatore viene a sua volta educato nel rapporto con coloro di cui ha la responsabilità educativa). Psicoterapeuta e psicologo, Ferraroli si occupa di ragazzi in difficoltà in un centro specifico e insegna, come professore invitato, Psicopedagogia della Rieducazione dei Minori alla Pontificia Università Salesiana di Roma. Il connubio tra teoria e prassi trova così modo, in queste pagine, di restituirci la vitalità di processi educativi che, altrimenti, rimarrebbero astrazioni. Si evince il sottinteso di una storia di carne e sangue, una passione coinvolgente nei confronti del ruolo ricoperto in questi anni, la capacità di andare oltre le difficoltà incontrate sul proprio cammino, stimolato dal raggiungimento di obiettivi di maturità umana. Altresì si intuisce la professionalità e la competenza di chi non si è soltanto trovato coinvolto nel rapporto educativo ma lo ha anche analizzato in tutte le sue dinamiche. Non possono ovviamente mancare i riferimenti a San Giovanni Bosco, splendida figura di santo educatore, formatore eccezionale capace di motivare ragazzi difficili, il quale ha definito l’educazione come “cosa del cuore”, come è ricordato anche nel retro di copertina del libro.

L’opera di Ferraroli si presenta come un viaggio all’interno dell’universo educativo, i cui spazi si dilatano continuamente. Sono prese in considerazione tutte le dimensioni relative all’educazione: dalle caratteristiche psicologiche e doti naturali possedute da un (buon) educatore alla descrizione dei ragazzi contemporanei (che, come nativi digitali, presentano delle peculiarità diverse da quelle delle generazioni che l’hanno precedute), dalle fatiche del rapporto alle strategie perché la relazione sia efficace, dalla gestione dell’affettività al ruolo della comunità educativa. Ferraroli, muovendosi con cognizione di causa, smonta alcune false concezioni che abbiamo dell’educazione e dell’educatore, che spesso si vede come un salvatore (senza porsi il problema se gli altri vogliono essere salvati e, ancora, salvati proprio da lui). Queste concezioni, spesso, proprio perché più simili a proiezioni mentali che alla realtà, finiscono per penalizzare la stessa relazione educativa. L’educatore viene deluso dagli atteggiamenti ribelli o indifferenti degli educandi senza saperli “leggere” in modo adeguato, moltiplicando la sua frustrazione.

La peculiarità del testo, nato dal sitz im Leben dell’autore, è poi l’attenzione alla dimensione religiosa, di solito messa da parte nei testi originatisi in contesti laici, spesso segnati da indifferentismo religioso, quanto non da anticlericalismo. Eppure uno sguardo laico veramente tale – e non pregiudizievole – non può ignorare che una delle dimensioni della persona è proprio quella religiosa, che non può essere misconosciuta, ma deve essere presa in considerazione e valorizzata perché si approdi ad una maturità autentica dell’essere. Una dimensione religiosa che riguarda, in particolar modo, gli educatori cristiani perché l’Incarnazione del Figlio di Dio diviene «modello operante che si manifesta ogni volta che stiamo con i ragazzi con umiltà e con rispetto […] Ogni volta che riteniamo che la loro persona è uno spazio sacro abitato da Dio, e che i loro pantani possono ridiventare terreno sacro, anche grazie alla nostra umile presenza» (p.146). I due modelli proposti, mutuati da Anselm Grün (noto monaco benedettino e autori di diversi testi a metà strada tra psicologia e spiritualità) ma riletti in modo originale, appaiono attenti a far operare un salto di qualità alla relazione educativa e alle persone coinvolte, sia educatori che ragazzi.

I destinatari del libro sono, come leggiamo nella quarta di copertina, «genitori, docenti, educatori, catechisti, animatori, allenatori». Tutti coloro che, in contesti diversi e con ruoli differenti (ma con delle similitudini), si trovano ad affrontare la difficile sfida di esplicitare l’arte educativa nelle situazioni quotidiane. Il saggio si rivela una lettura utile e scorrevole, su cui tornare a più riprese per meditare, al fine di capire il come e il dove, tante volte, anche senza intenzioni malevoli, vengono commessi errori che finiscono per inficiare il processo educativo. La cui debolezza – per il fatto che mette in relazione due differenti “fragilità” (quella dell’educatore, perché non è onnipotente, e quella di chi gli è affidato, perché si pone come soggetto da educare) – può diventare una “forza” che aiuta entrambi i protagonisti se questa relazione si sviluppa in un modo autentico ed equilibrato. Senza nascondersi le difficoltà, ma riflettendo su di esse e lavorando perché non diventino ostacoli insormontabili. A cominciare dal prendere consapevolezza del fatto che l’educatore ha una propria umanità: il suo vissuto entra in gioco nella relazione e spesso determina scelte differenti da quelle che potrebbero essere compiute senza questo condizionamento. Attraverso le pagine del testo, ogni educatore, in atto o potenziale, è chiamato a mettersi in discussione in modo salutare. Non si tratta, infatti, di essere messi sul banco degli imputati, ma di capire che una situazione fallimentare è dovuta ad un insieme di motivi, alcuni dei quali non sono immediatamente intellegibili se l’educatore non ne è consapevole e non fa nulla per diventarlo. San Giovanni Bosco non sbagliava: se l’educazione è “cosa di cuore”, il cuore ci chiede di non prendere le distanze. Non è l’organo della freddezza, ma dell’amore.

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19/10/2017
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