Chiesa

di Giovanni Marcotullio

Le più belle conversazioni del Papa con i gesuiti

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Viene presentato oggi a Villa Malta l’ultimo libro-intervista di Papa Francesco, scritto a quattro mani con il direttore responsabile de La Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro: “Adesso fate le vostre domande” è il titolo del libro, evidentemente ispirato alla formula con cui il Santo Padre abitualmente introduce, alla fine delle sue allocuzioni, quello che con brutto ma ormai invalso anglicismo si chiama “question time”. Il volume, in libreria da due giorni, sarà presentato stasera alle 18 nella storica sede de La Civiltà Cattolica (in Via di Porta Pinciana a Roma) – sarà possibile seguire la presentazione, cui interverranno Piero Badaloni e Ferruccio de Bortoli, anche in streaming.

Il libro riporta il contenuto di tre lunghe conversazioni pomeridiane tra padre Spadaro e il Pontefice (primo capitolo), ma si sostanzia ugualmente nel riportare i testi di altri memorabili QT del pontificato bergogliano, non necessariamente prossimi quanto al dato temporale: sfogliandolo in redazione a partire dall’indice commentavamo i titoli dei capitoli. Uno, in particolare, ci ha catturato l’attenzione – era il quinto: Nella vita non è tutto nero su bianco.

«Certo – dicevamo tra noi – giusto i libri sono nero su bianco!». E subito un altro completava: «Difatti li usiamo per rassicurarci». Non c’è niente di male, anzi facciamo bene a difenderci da ciò che ci intimorisce: la condizione necessaria perché ciò resti un bene, però – quella che ci permette di non proteggerci dalla giungla chiudendoci in una gabbia (comunque sperduta in mezzo alla giungla) – è che sappiamo di avere paura e di cercare sempre, istintivamente, dei palliativi. Allora si riesce in qualche modo a controllare i loro effetti collaterali.

Il capitolo 5, in effetti, lambisce questi argomenti perché risulta dalla trascrizione di un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi. L’incontro è avvenuto ai margini della GMG del 2016, il 30 luglio, nell’arcivescovado di Cracovia: il Papa dev’essere rimasto molto impressionato da quelle giornate, a quanto pare per lo scaltrito fervore dei cattolici polacchi, dal momento che c’è almeno un episodio entrato nel novero di quelli che ha citato più di una volta. È quello del giovane che chiedeva cosa dire ai suoi amici per far sì che diventino credenti, che il Papa ha ricordato anche nell’incontro coi gesuiti colombiani a Cartagena:

Guarda che l’ultima cosa che devi fare – rispose allora il Papa – è dire qualcosa. Comincia a fare qualcosa. Poi sarà lui o lei che ti chiederà spiegazioni su come vivi e perché.

Adesso fate le vostre domande, 147-148

Quello della pedagogia da proporre ai giovani è stato il primo argomento toccato dal Papa con i ventotto confratelli presenti: piuttosto naturale, dato il contesto di una Giornata Mondiale della Gioventù in corso, ma a ben vedere queste indicazioni valgono per tutti.

Oggi a pranzo a un certo punto siamo arrivati a parlare della confessione. Una giovane mi ha chiesto: «Lei come si confessa?». E ha cominciato a parlarmi di sé. Mi ha detto: «Nel mio Paese ci sono stati scandali legati ai preti, e noi non abbiamo il coraggio di confessarci con il tal prete che ha vissuto questi scandali. Non ce la faccio». Vedete: ti dicono la verità, a volte ti rimproverano… I giovani parlano direttamente. Vogliono la verità, o almeno un chiaro “non so come risponderti”. Non bisogna mai trovare sotterfugi con i giovani. Così con la preghiera. Mi hanno chiesto: «Come prega lei?». Se tu rispondi con una teoria, rimangono delusi. I giovani sono generosi. Ma il lavoro con loro ha bisogno anche di pazienza, tanta pazienza.

Ivi, 147

In tale senso, anzi, il coraggio di parlare apertamente senza rifugiarsi nelle teorie astratte è un favore che facciamo anzitutto a noi stessi. Ora, bisogna stare sempre attenti, quando si dicono cose simili, a non intendere o lasciar intendere che non servano le teorie: le teorie servono se vengono come risposta a una domanda, non se ci dicono come dobbiamo sentirci e pensarci prima ancora che abbiamo non solo cominciato a sentirci e a pensarci, ma anche solo a porci una domanda in merito.

È questo quello che rende possibile il “discernimento”, tanto presuntuosamente invocato dai lassisti quanto ingiustamente temuto dai rigoristi. Prima di andare via, quella sera, il Papa ha voluto aggiungere una “raccomandazione”: ci pare che chi abbia la pazienza di leggerla e capirla non possa più avere confusione in merito a cosa sia (e a cosa non sia) il “discernimento” (definito dal Papa «quello che noi abbiamo ricevuto dagli Esercizi»).

Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: «Si deve fare questo, non si deve fare questo…». E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: «Questo si può o non si può?». Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria. Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere. E soprattutto i sacerdoti ne hanno davvero bisogno per il loro ministero. […] Ma, ripeto, bisogna insegnare questo soprattutto ai sacerdoti, aiutarli alla luce degli Esercizi nella dinamica del discernimento pastorale, che rispetta il diritto, ma sa andare oltre. Questo è un compito importante per la Compagnia.

Ivi, 151

Il fiuto del soprannaturale

E a questo punto sostanzia la propria affermazione con il riferimento a un grande Rahner – non quello in cui molti teologi (anche buoni) hanno visto il cavallo di Troia del modernismo, ma il meno noto fratello, che per la pensione si sarebbe ripromesso di “tradurre in tedesco” le cose che scriveva il fratello maggiore – Hugo:

Mi ha colpito tanto un pensiero del p. Hugo Rahner. Lui pensava chiaro e scriveva chiaro! Hugo diceva che il gesuita dovrebbe essere un uomo dal fiuto del soprannaturale, cioè dovrebbe essere dotato di un senso del divino e del diabolico relativo agli avvenimenti della vita umana e della storia. Il gesuita deve essere dunque capace di discernere sia nel campo di Dio sia nel campo del diavolo. Per questo negli Esercizi sant’Ignazio chiede di essere introdotto sia alle intenzioni del Signore della vita sia a quelle del nemico della natura umana e dai suoi inganni. È audace, è audace veramente quello che ha scritto, ma è proprio questo il discernimento! Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo discernimento degli spiriti, perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta.

Ivi, 152

Veramente audace, sì, e si capisce che questa lezione risulti ancora e sempre ostica a molti: non dico (solo) del Papa o di Rahner (il maggiore e il minore), ma dello stesso sant’Ignazio, che non a caso fu lungamente inquisito proprio per quanto aveva riportato nel libretto degli Esercizi Spirituali (NB: l’inquisizione romana lo setacciò da cima a fondo con tutta l’acribia di cui era capace e non vi trovò alla fine alcunché di meno che ortodossissimo…).

Fin dalla lettura dell’indice non sfuggirà al lettore non superficiale che un tratto distintivo del libro è il fatto che tutti i capitoli riportano dibattiti avuti con religiosi (maschi: dunque in massima parte degli ecclesiastici in senso stretto). Con un filo d’attenzione in più si noterà che, mentre il primo e l’ultimo capitolo rendono conto di due dialoghi avvenuti nel contesto di congregazioni dei superiori generali, tutti gli altri avvengono con dei gesuiti. Naturalmente la selezione è fatta a tavolino, ma non per questo essa va tenuta per “artificiale” in senso deteriore: anzi, l’occasione di Adesso fate le vostre domande, direi dunque l’originalità della raccolta, sta nel mostrare come per Francesco sia proprio la vita religiosa, e in particolare la proposta ignaziana, a offrire alla Chiesa l’occasione di un rinnovato slancio profetico – e questo è tutto fuorché scontato, in un momento storico che ancora sembra incapace di rispondere in modo conciso e convincente alla domanda sessantottina sul senso e sull’utilità della vita consacrata.

Se dunque di questo argomento si parla in svariati altri punti del libro, in uno in particolare è percettibile un’assonanza quasi letterale con la questione del discernimento, che l’infuocato (spesso capzioso) dibattito attorno ad Amoris lætitia ci porta insensibilmente ad accostare recta via alle “situazioni irregolari” della vita coniugale e famigliare.

Rispondendo dunque a una domanda di un confratello filippino su come promuovere e accompagnare le vocazioni sacerdotali (siamo nel capitolo terzo – Uscite nelle periferie dell’esistenza), il Papa ha ripercorso quei medesimi principî generali, declinandoli però nello specifico “discernimento vocazionale”.

Anzitutto, dobbiamo essere onesti davanti alle domande che i giovani possono fare. E poi, bisogna accompagnare i candidati. Un passo alla volta. Bisogna accompagnare il loro processo. Un processo vocazionale richiede pazienza. Il giovane va e viene. Bisogna avere molta pazienza. Nessuna persona che intraprende la via della sequela di Gesù lo fa col cento per cento di purezza d’intenzione: c’è sempre una mescolanza di altre cose, e vanno purificate strada facendo. Non esiste il gesuita purosangue: e se non esiste alla fine, figuriamoci all’inizio. Non ne troverete di perfetti. Preparatevi ad accompagnarli.

Ivi, 111

Quanto sano realismo mostra, il Santo Padre, nel tratteggiare i chiaroscuri dei processi umani! E a chi teme che “andando a stringere” il senso di “tutte queste belle parole” si ricada nel lassismo o peggio ancora, nel relativismo, aveva già risposto tra le righe lo stesso Papa Francesco, che proprio nelle pagine precedenti aveva ripercorso con i suoi interlocutori la storia della Compagnia nel Novecento – storia difficile fatta di sbalzi e di scompensi, di brusche virate e di repentini controsterzi.

L’esame di coscienza è essenziale al discernimento

Un paradosso che ne emergeva era che proprio le direzioni più schematiche nell’applicare i principî erano quelle che, alla prova dei fatti, si dimostravano le più rovinose quanto alle ricadute.

Mi viene in mente un aneddoto su p. Ledóchowski: era un uomo di alto livello e di governo, ma credette che avrebbe aiutato la Compagnia facendo l’Epitome Instituti, disciplinando tutto. Soddisfatto, la portò al primo abate dei benedettini. Che lo ringraziò molto. Ma qualche giorno dopo lo richiamò e gli disse: «Lei con questo testo ha ucciso la Compagnia». Una Compagnia statica, piena di missionari dappertutto, ma con una mistica di governo disciplinare. Quando sono entrato in noviziato, nel 1958, tutto era regolamentato secondo le consuetudini del noviziato di Villagarcía. Alla domenica, siccome avevamo ascoltato la predica, non facevamo l’esame di coscienza. Se sant’Ignazio li avesse avuti a portata di mano, avrebbe dato loro una bella ripassata: le consuetudini facevano perdere ciò che era essenziale. L’esame di coscienza è essenziale per il discernimento. Siccome avevi sentito il sermone, niente esame di coscienza… Ecco: la Compagnia si era disciplinata staticamente.

Ivi, 106-107

Insomma, il nuovo libro-intervista del Papa ha un pregio che – al netto della qualità di un autore – non si può dare per scontato quando ci si trova di fronte a una raccolta di scritti: attraverso un genere letterario aperto e confidenziale, non privo di riferimenti a fonti ben antecedenti alla situazione contingente del singolo dialogo, esso offre al lettore un’utile cornice per comprenderne le categorie e così formarsi del Papa e del suo pensiero un giudizio più contingente e accurato di quello accessibile tramite l’informazione (anche religiosa) ordinaria.

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21/10/2017
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