Società

di Lucia Scozzoli

Occupazione oggi: una recensione critica

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Francesco Occhetta è redattore de “La civiltà cattolica”, presbitero della compagnia di Gesù, laureato in giurisprudenza, ha conseguito licenza e dottorato in teologia morale, è specializzato in diritti umani, è giornalista nonché autore di svariati libri. Anche per l’occasione della settimana sociale dei cattolici italiani apertasi a Cagliari il 26 ottobre scorso, il cui tema quest’anno è il lavoro (“Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”), Occhetta ha raccolto il suo pensiero intorno agli interrogativi e ai turbamenti che squassano la società italiana su questo complesso problema, per approfondire il tema e capire come sia possibile creare lavoro, quale formazione acquisire, quali sfide culturali affrontare per i nuovi lavori.

Il punto di partenza è una fotografia dell’Italia, a partire dai numeri del Rapporto Censis 2016: il paese è sempre più anziano, i minorenni sono il 16,5% e gli anziani il 22% della popolazione, mentre cresce il risparmio non investito, soprattutto da parte dei più adulti, per la generale sfiducia nel futuro che spinge all’accumulo in previsione di un peggioramento delle condizioni personali. Contemporaneamente, i disoccupati di età tra i 15 e i 24 anni sono il 40.1%, i neet (not in employment, education or training), cioè i ragazzi che né lavorano né studiano, sono più di 1 milione e mezzo, il 29% dei giovani (mentre la media Ocse è del 14.6%).

Negli anni ‘70 il sommerso era di lavoro e di impresa, mentre oggi è un sommerso di redditi, di gente che cerca di ottenere liquidità attraverso piccole attività non dichiarate e transazioni cash, come lavoretti in nero o affitti di case delle vacanze o improvvisati bed & breakfast.

Il lavoro è diventato l’assillo di molti per il sostentamento, perdendo parecchio della sua valenza di realizzazione personale, in quell’«atto del creare » che dà dignità al lavoratore. La domanda sul come si lavora e sul per chi si lavora diventa cruciale, come antidoto per contrastare il filone culturale utilitarista che vuole farci perdere anche il lavoro come mezzo per costruirci e crescere come uomini. «In mancanza di un amore comune ci si accontenta di una paura comune», scriveva Étienne Gilson.

Il volume si snoda su diversi capitoli, in questo tentativo di effettuare diagnosi e proporre soluzioni, per uscire dal pessimismo generalista che ci lascia nell’immobilismo, e tocca come argomenti il lavoro 4.0, che riguarda gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, il digitale e il rapporto tra macchina e lavoratore; la missione del sindacato di oggi; il ruolo del Terzo settore nella società moderna e la sua recente riforma; il lavoro domestico con tutti i suoi problemi, dal lato famiglie e dal lato lavoratori; l’approfondimento della vicenda dell’Ilva di Taranto, ripercorrendo le tappe di una crisi ambientale e lavorativa che ha messo in concorrenza la salute degli abitanti con il diritto a lavoro, quando si poteva e si doveva conciliare le due sacrosante istanze; un focus specifico sui giovani e il lavoro.

Questi temi sono affrontati sempre con riferimenti costanti allo sguardo della Chiesa Cattolica, che ha molto da dire, e non da oggi, sulla dignità umana e sulle buone prassi del lavoro e dell’imprenditoria che edificano i soggetti e la società intera.

Il libro è ricco di spunti e argomenti interessanti e largamente condivisibili, a parte alcuni punti a mio avviso più controversi e sui quali il dibattito è ben lungi dall’aver trovato una sintesi risolutiva: in particolare, il giudizio sull’evoluzione del mondo del lavoro, la cosiddetta rivoluzione 4.0, che sta cambiando i connotati di molti mestieri e che per questo richiede ed ha già richiesto interventi normativi da parte dei legislatori per regolamentare nuovi settori e garantire tutele minime ai lavoratori. È nato dall’ultima riforma di maggio scorso lo smart working: lavoro leggero, sinonimo di flessibilità. Non si tratta di un semplice lavoro da remoto, ma di un rapporto lavoratore-datore di lavoro regolato per obiettivi, che lascia al lavoratore la possibilità di un’autogestione ampia nei tempi e nei luoghi. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le imprese che adottano forme di smart working sono passate dal 17% al 30% in un anno. Se andiamo a vedere quali aziende hanno adottato il modello, troviamo FS, TIM, SIEMENS, ENEL, cioè tutti grandi gruppi. Come ci racconta Leonardo Becchetti nella postfazione del libro, però, il sistema produttivo italiano è costituito da una stragrande maggioranza di microimprese che occupano quasi la metà degli addetti. Nel 2013 le imprese sotto i dieci addetti rappresentavano il 94,8% del tessuto produttivo e il 45,8% della forza lavoro complessiva. Quindi un vero giudizio sullo smart working, per essere effettivamente significativo, deve venire dalle micro imprese. È ovvio che tale forma contrattuale si adatta solo a prestazioni di concetto, da svolgersi in solitaria, o di natura informatica. Per quanto il legislatore abbia cercato di salvaguardare alcuni diritti, come quello della disconnessione, della parità di trattamento salariale e della formazione continua, ugualmente un rapporto di lavoro regolato ad obiettivi ha un ampio margine di discrezionalità e lascia nelle mani della parte contrattuale più forte il potere di decidere i confini di una commessa che potrebbe anche strabordare ben oltre le 8 ore lavorative giornaliere. Occhetta auspica l’evoluzione della cultura politica proprio verso la creazione delle condizioni per un giudizio del lavoratore focalizzato solo sulla sua produttività, nel chiaro solco di un sistema economico che premia l’efficienza lavorativa come unico parametro di valutazione possibile. Eppure non è così, e lo stesso Occhetta lo dice, nel capitolo sul Terzo settore, grandemente elogiato come svolta culturale: dai dati Istat emerge un’impennata del non profit (cioè quelle attività che non sono finalizzate alla massimizzazione di un profitto commerciale, da distinguersi dal no profit, che equivale a nessuna attività commerciale), che tende a sostituirsi al pubblico nell’erogazione di servizi di utilità generale. Anche questo è un aspetto assai controverso: il privato si è insinuato nelle pieghe di inefficienza statale, nel colabrodo di un sistema di welfare sempre più smunto di risorse e imbrigliato in burocrazie asfissianti. Che ciò sia un bene, è tutto da dimostrare. In ogni caso rappresenta un punto di non ritorno il provvedimento del governo sul Terzo settore, che ne regolamenta il funzionamento e ne riconosce ufficialmente il ruolo, e concede allo Stato l’alibi di continuare a ritrarsi nei servizi al cittadino. Certo sotteso c’è il principio di sussidiarietà e la fiducia nei corpi intermedi che vanno lasciati crescere a prendersi tutti gli spazi che riescono, sottraendoli alla giurisdizione statale.

La riforma qualifica gli enti non profit in base all’impiego di tutti gli utili commerciali, per il perseguimento del fine di utilità sociale. Gli enti non profit potranno sovvenzionarsi anche attraverso il ricorso ad attività commerciali non marginali, per finanziare scopi di utilità sociale. Le organizzazioni di volontariato, per fare un esempio, potranno autofinanziarsi anche tramite attività commerciali non marginali, senza per questo incorrere nella perdita della qualifica e nella cancellazione dal relativo Registro regionale.

Il problema si focalizza dunque sulla definizione dei fini di utilità sociale: non possiamo evitare di ripensare allo scandalo delle olnus che si occupano di accoglienza ai migranti, su cui la magistratura sta indagando a tutto campo. Fatta la legge, trovato l’inganno. In palio con la qualifica di ente con fine di utilità sociale c’è un cospicuo taglio delle tasse: la partita si giocherà soprattutto sulla definizione degli organi di controllo di questo paradisiaco Terzo settore, affinché non vengano annichiliti i giusti sforzi di coloro che veramente fondano attività con il lavoro di persone svantaggiate o si adoperano per il bene della collettività in opere di recupero e riqualificazione.

Il ritratto complessivo sotteso a tutti questi elementi, però, è un po’ inquietante: i giovani sono invitati ad essere esplorativi, coraggiosi, super formati, disponibili, dimenticando il fatto che esistono anche persone, giovani e non, con capacità limitate, senza entrare nel patologico, che non sono portate in effetti a fare molto di più che dignitosissime mansioni manuali in serie. C’è ancora posto per costoro, in questo fulgido futuro 4.0? Non dimentichiamo che pure gli antichi mestieri artigiani, come l’idraulico, l’elettricista, il muratore, il piastrellista, il falegname, non richiedono più soltanto la capacità manuale e l’abilità tecnica, bensì anche conoscenze normative e fiscali approfondite, per divincolarsi nel mare magnum di una burocrazia a dir poco asfissiante, in aggiunta agli obblighi connessi al decreto 81/2008 e a tutti i regolamenti regionali AUSL e ambientali. Si può ancora semplicemente lavorare, fare cose, costruire? Anche il crowd working, nuova forma di lavoro, che consente a individui singoli o a imprese di commissionare, mediante una piattaforma digitale, un’attività di lavoro alla «folla» di persone, soprattutto giovani, anche se lontani geograficamente, rappresenta a mio avviso un grave rischio di sfruttamento e le proteste dei lavoratori torinesi della piattaforma Foodora che svolgono, per 4 euro lordi all’ora, un servizio di consegna di generi alimentari, ne sono la prova. Giovani laureati costretti a fare consegne in bici per la città, facendo a gara tra loro (perché la commessa se la accaparra chi arriva prima). Fatico ad essere ottimista circa le potenzialità di queste modalità di lavoro per i giovani.

Le famiglie italiane sono in difficoltà anche per il carico di cura che è loro richiesto ogni giorno di più: mentre i salari si erodono e quindi lavorare in due diventa sempre più importante, aumentano i costi per i nidi e gli asili, i nonni sono sempre più anziani e spesso non autosufficienti e comunque, se non sono anziani, sono ancora al lavoro, grazie alla riforma Fornero, per cui il mutuo aiuto intergenerazionale sta diventando impossibile. Le famiglie intaccano i propri risparmi per pagare baby sitter e badanti, spesso straniere: secondo Occhetta, il lavoro domiciliare è la prima forma di integrazione dell’immigrazione avvenuta nel paese. Secondo me, non è integrazione: è l’incontro sul campo di battaglia quotidiano di povertà differenti. Da una parte le necessità di cura a domicilio (e ricordiamo che le linee guida ospedaliere propendono da anni per dimissioni rapide e l’accollo alle famiglie del carico di cura di lunga degenza), dall’altra i bisogni di straniere che lasciano a casa loro orfani bianchi, in cerca di quattro soldi. Soldi che non ci sono da nessuna delle due parti. Il giorno libero della badante è un suo diritto, ma significa un giorno di lavoro in più per la famiglia che deve sopperire all’assenza; ogni tutela della lavoratrice diventa un esborso esoso per la famiglia, che non è un’azienda e nemmeno un’attività commerciale. Si tratta di una coperta corta.

Precarietà dei nuovi mestieri, professionalità specifiche necessarie, nessun sostegno di welfare da parte dello stato e così i giovani non riescono a diventare autonomi, a farsi una famiglia propria. E quando ci riescono, ponderano con prudenza l’accoglienza di un figlio, che resta a loro assoluto carico.

Il Rapporto Oxfam del gennaio 2017 ci informa che per arrivare alla ricchezza della metà più povera del pianeta (oltre 3 miliardi e mezzo di persone) bastano i primi 8 uomini più ricchi del mondo. Ciò fa dire a Becchetti nella postfazione: «Le drammatiche diseguaglianze che osserviamo grazie a una comunicazione ormai globalizzata sono un veleno che inquina la vita sociale e mette a rischio la tenuta delle istituzioni e della stessa democrazia. Il paradosso dei paradossi è infatti quello di una comunicazione abile che mette gli ultimi gli uni contro gli altri (a seconda che si trovino da un lato o dall’altro di confini tra Stati) e li spinge a votare, come è accaduto negli Stati Uniti, per un Governo di super-miliardari che hanno in programma di distribuire briciole, alzare barriere e aumentare ancor più le diseguaglianze».

Non sono affatto d’accordo con questa frase: le disuguaglianze sono state accentuate dalla globalizzazione, anziché appianate, perché la globalizzazione che c’è stata finora ha avuto solo carattere finanziario e capitalistico. È mancato lo stato, sono mancati gli stati a tutelare i propri cittadini dalle attività legali ma immorali di tante aziende e multinazionali di depauperamento progressivo delle risorse e sfruttamento della popolazione. Ora la globalizzazione della comunicazione le sta portando alla luce e si sanno cose che una volta mai avremmo saputo. Occorre non assuefarsi all’ingiustizia e pretendere dai governi, di tutte le nazioni, di tornare ad occuparsi del bene dei propri diretti elettori. Non posso accettare l’idea del superamento delle sovranità nazionali come dato di fatto, finché non ci sarà di pari passo una globalizzazione dei diritti. Tra le soluzioni di Occhetta all’inoccupazione giovanile italiana c’è pure l’accompagnamento alla migrazione in altre zone europee: borse di lavoro ad hoc per erasmus professionali. Dunque l’Italia non esiste già più?

Se è ovvio, come è ovvio, che la soluzione alla crisi del mercato del lavoro odierno non può essere un ritorno al fulgido passato (che in realtà fulgido non è mai stato), è anche innegabile che i giovani continuano a sognare per sé una famiglia e una stabilità minima per potersene prendere cura.

Dice Occhetta: «Per il 76,5% dei 9.000 giovani intervistati, la famiglia è concepita come la cellula della società che ha ancora un senso, sia affettivo sia sociale, nonostante essi abbiano sperimentato in prima persona la crisi del fallimento o della ricomposizione delle loro famiglie di origine. Per l’84% di loro, la propria esperienza familiare è stata di aiuto nel coltivare le proprie passioni e nell’affermarsi nella vita. L’87,8% trova nella famiglia di origine un sostegno nel perseguire i propri obiettivi».

Eppure tra le soluzioni proposte da Occhetta per guarire il mondo del lavoro non ce n’è nessuna che riguardi le famiglie e il sostegno alla natalità: solo una proposta di previdenza integrativa per i nuovi nati (finanziata per i 2/3 dalla famiglia peraltro). Se davvero la sussidiarietà è così importante e i corpi intermedi così cruciali, perché non cominciare con le famiglie, primo corpo intermedio della società? La famiglia è il regno del non profit, il principale soggetto formativo, e fondamentale luogo di cura ed assistenza. Nessun investimento sulla famiglia va sprecato: in essa si esercita la solidarietà intergenerazionale, la condivisione, il lavoro in team e l’uso ottimizzato delle risorse. Mobilità, flessibilità, precarietà non possono essere soluzioni di lungo periodo, come pure la resilienza non può essere un obiettivo finale. Capisco che non si possa essere pessimisti e basta, ma anche essere ottimisti facendosi piacere quel che non si riesce a cambiare non mi pare eccessivamente costruttivo. Forse tranquillizza le coscienze di chi riesce ancora a garantirsi un tenore di vita rassicurante, ma non allevia le sofferenze di chi vive nel quotidiano la realtà di un lavoro che non c’è o quando c’è non dà nessuna certezza e si scontra con le ingiustizie sociali e le durezze di logiche di mercato che lo vedono

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31/10/2017
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