Politica

di Giuseppe Brienza e Mauro Rotellini

Giustizia, giudici e diritti civili da centrodestra a centrosinistra

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Dal 27 al 29 ottobre si è tenuta a Napoli la Conferenza Programmatica del Partito Democratico. Domani pomeriggio, a Palazzo Wedekind, nel centro di Roma, si terrà l’incontro promosso dalla “Fondazione per la Libertà” (fondata da Altero Matteoli) e dalla “Fondazione Magna Carta” (animata da Gaetano Quagliariello) dall’ambizioso titolo: “Il programma di governo per l’Italia”. Ci sembra utile quindi procedere all’esame ed al confronto dei programmi elettorali di centro-sinistra e centro-destra per quanto riguarda il tema della giustizia e della conseguente organizzazione dell’ordinamento giudiziario (per quanto riguarda le idee in merito del Popolo della Famiglia, su questo giornale, abbiamo presentato un breve “decalogo”, pensato come contributo iniziale ad una ulteriore elaborazione, cfr. Giuseppe Brienza-Mauro Rotellini, La #giustizia secondo il PdF, in “La Croce quotidiano”, 11 ottobre 2017, p. 6).

IL PROGRAMMA DI CENTRO–DESTRA

Iniziamo col programma del centro-destra così come risulta dal documento “Bozza del programma di governo targato centro-destra” pubblicato su “Formiche.net” il 26 ottobre scorso.

Si tratta di un articolato molto snello, basato su 8 temi principali (crescita, sicurezza, identità nazionale e cittadinanza, rilancio internazionale, giustizia, società e welfare, organizzazione dello stato e ambiente e territorio), che sono poi declinati a loro volta in obiettivi particolari e specifici.

Come da passati e ripetuti pronunciamenti dei vari “colonnelli” del centro-destra, i punti veramente qualificanti del programma sono da considerarsi la “Flat-tax”, il “No ius soli”, il “No utero in affitto” e la “separazione delle carriere”.

Quest’ultimo punto ci porta direttamente nel mezzo del tema che intendiamo affrontare.

La “separazione delle carriere” è infatti da sempre uno dei punti a cui gli esponenti del centro-destra (ed anche altre forze politiche, quali ad esempio i Radicali) attribuiscono maggior valore. Con questo concetto, si intenderebbe introdurre nell’ordinamento giudiziario italiano la separazione del ruolo di pubblico ministero (PM) e di giudice. Ad oggi, infatti, la stessa persona può essere chiamata a svolgere il ruolo di PM in un processo, e di giudice in un altro.

La questione non è di poco conto, perché indubbiamente genera sconcerto il fatto che il cittadino, in due diversi procedimenti, possa trovarsi accusato in uno e giudicato nell’altro dalla stessa persona. Solo nell’iperuranio si può pensare che il magistrato non possa essere influenzato in un procedimento da quanto viene a sapere nell’altro.

Tuttavia, si osserva, la separazione delle carriere potrebbe comportare anche una sottoposizione della posizione del PM alla volontà dell’esecutivo; si replica proponendo la introduzione di due Consigli Superiori della Magistratura (CSM) con competenze uguali ma materia distinta, l’uno essendo riservato ai giudici e l’altro ai PM. Bisogna rilevare che, in quasi tutti i Paesi democratici dell’Occidente vige la separazione delle carriere, dagli Stati Uniti al Canada, dalla Gran Bretagna all’Australia, dalla Svezia alla Finlandia etc. Ci paiono quindi ideologiche quelle obiezioni rivolte da alcuni magistrati alle proposte in atto, la più recente quella di legge costituzionale di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere in magistratura promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), di voler aprire scenari apocalittici e anti-democratici. Ma i Paesi dove esiste la separazione delle carriere, Stati Uniti e Gran Bretagna su tutti, sono diventati pericolose dittature o non sono grandi democrazie? La proposta di legge elaborata dall’UCPI prevede la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri al fine di rendere il processo penale più equo in quanto assegnato ad un giudice terzo e, su questo principio generale, non ci si può che riconoscere. Nella relazione illustrativa l’Unione delle Camere Penali evidenzia come «la terzietà non potrà che essere perseguita attraverso una separazione degli ambiti ordinamentali, organizzativi e disciplinari cui appartengono il giudice e l’accusato» e, l’obiettivo finale, è quindi quello di dare completa attuazione al giusto processo disciplinato dall’art. 111 della Costituzione, il quale impone che il giudice sia non solo imparziale ma anche terzo. E terzietà non può che significare appartenenza del giudice ad un ordine diverso da quello del pubblico ministero. Personalmente simpatizziamo per il modello americano di separazione delle carriere, senza approvare però l’elezione popolare dei giudici delle corti inferiori. Oltretutto perché negli Stati Uniti si realizza una notevole mobilità nelle professioni legali, da cui scaturisce un “corpo professionale” molto meno omogeneo rispetto alla tradizione sia europeo-continentale della “casta” sia a quella inglese, dove i giudici vengono necessariamente reclutati tra gli avvocati di maggior prestigio.

Il secondo punto che esaminiamo del programma del centro-destra è quello intitolato “Giusto processo”.

Si intende con questo concetto l’insieme delle forme processuali necessarie per garantire ai cittadini la facoltà di agire o difendersi in giudizio. Possibilità di sentire in processo il soggetto contro cui si è avviata la procedura, imparzialità del giudice e ragionevole durata del processo sono gli aspetti principali intorno ai quali si articola la discussione.

In realtà, nel dibattito politico italiano, la questione si incentra in maniera precisa sul terzo aspetto, quello della durata. È un problema serio, che maschera quello della generale inefficienza del sistema giustizia in Italia (secondo fonti dello stesso Ministero della giustizia italiano su dati della Commissione europea per la valutazione dei sistemi giudiziari Cepej, siamo al 35esimo posto su 42 in Europa).

È quindi un problema che merita di essere affrontato e di trovare un posto nel programma elettorale di chi vuole governare un grande paese come il nostro.

Poco da dire sugli altri due punti che illustrano l’argomento Giustizia del programma del centro-destra, che sono: “Legalità e garantismo” e “Certezza della pena”. Così descritti sono veramente troppo vaghi. Nel primo potremmo trovare argomenti che vanno dalla individuazione (o cancellazione) di reati, fino alla disciplina delle intercettazioni; nel secondo da un rafforzamento del sistema penitenziario fino alle misure di amnistia ed indulto. Poiché nel centro-destra ci sono posizioni che danno risalto di volta in volta a concetti anche molto diversi e fra loro contrastanti non possiamo evidenziare molto di questi temi (anche se la storia del leader della coalizione, Silvio Berlusconi, certamente, qualche indicazione la fornisce…).

PROGRAMMA DI CENTRO-SINISTRA

Proseguiamo col programma del centro-sinistra così come risulta dal documento «Manifesto “Italia 2020. Costruiamola insieme”» presentato alla recente Conferenza Programmatica nazionale di Napoli e pubblicato sul sito del Pd il 28 ottobre scorso (www.partitodemocratico.it).

Si tratta di un documento consistente, di 20 pagine, ma a tratti verboso e, prevalentemente, volto a “coprire” sotto l’egida di alcuni temi molto generali (l’Europa, la famiglia, la questione fiscale, il lavoro, l’università, l’ambiente, la lotta senza quartiere contro le illegalità, l’efficienza dello Stato e, infine, l’argomento più insidioso, “diritti civili e cittadinanza”), altrettanti paragrafi che si aprono con una chiamata alla responsabilità della “comunità del Partito Democratico” (l’incipit è spesso: “Tocca a noi…”) ed individuano poi gli obiettivi di massima che saranno oggetto della pratica di governo.

Ai nostri fini, notiamo subito che non c’è un capitolo apposito per la giustizia (ed i maligni direbbero “et pour cause”...).

L’argomento è trattato in 5 righe all’interno del paragrafo dedicato alla “Lotta senza quartiere contro le illegalità”, insieme a questioni come la lotta alla mafia, l’utilizzo sociale dei beni confiscati e al ruolo dell’Autorità nazionale anticorruzione, in acronimo ANAC, che è la nota autorità amministrativa indipendente italiana presieduta dal magistrato di sinistra Raffaele Cantone.

Per la giustizia, si legge che il PD rivendica l’approccio per “...migliorare prima di tutto il servizio ai cittadini, a partire dalla giustizia civile…”, con il superamento dello “...scontro tra politica e magistratura…” e precisando, infine, che “...cultura della legalità e cultura delle garanzie devono andare di pari passo…”.

Intendiamoci non sono punti di basso profilo, sono invece di alto impegno e profonda partecipazione sociale. Però così descritti non fanno intravedere alcun punto specifico di intervento.

Essi costituiscono un quadro operativo, di indirizzo dell’azione governativa che, però, è in strana contraddizione con quanto sostenuto in molti altri punti, nei quali le azioni da intraprendere sono indicate in maniera puntuale. Ci riferiamo ad esempio allo ius soli temperato, alla assistenza domiciliare, alla legge “Dopo di noi”, ad una nuova disciplina delle adozioni etc. In altre parole, messe così le “5 righe sulla giustizia” del programma Pd denotano una ulteriore offerta di “minorità” della politica nei confronti della magistratura e, tra l’altro, riescono sofisticamente ad “ospitare” di tutto e di più, nel senso che in caso di ulteriore mandato di governo piddino Renzi e i suoi potrebbero facilmente sostenere di aver realizzato quanto promesso…

Notiamo invece che manca quello che – reale o di facciata – è stato il maggior impegno del governo attuale in materia, vale a dire il tentativo di arrivare ad un ridimensionamento dell’importanza delle correnti all’interno del CSM. Un impegno che ha portato ad un maggior ruolo del vice presidente del CSM nel richiamare i magistrati a comportamenti sobri e corretti nei confronti della società in cui si trovano ad agire (anche se va tenuto presente il clima favorevole in cui il tentativo si è potuto svolgere, caratterizzato dal fallimento di partiti politici nati direttamente da magistrati).

Non possiamo infine dimenticare che molte delle misure indicate nel programma PD avranno delle ricadute sul sistema-giustizia. Un solo accenno, per le pesanti ricadute che avrebbe anche sull’ordinamento giudiziario, al capitolo “diritti civili e cittadinanza”. Dietro l’anti-lingua del programma Pd leggiamo infatti in filigrana quatto obiettivi che sono tipica espressione dell’asservimento all’Ue, della cultura della morte e del relativismo etico. Parliamo dell’impegno ad approvare la legge sul “reato di opinione” (c.d. ddl Scalfarotto), quella sull’Eutanasia-DAT, la legalizzazione della Cannabis e il già citato ius Soli. Un “poker” contenuto nel documento renziano che, sinceramente, ci fa sperare ben poco per lo Stivale del futuro… Ecco un florilegio di questo capolavoro: «Le Unioni civili sono state un passo storico per l’uguaglianza. […] Ora occorre andare avanti. […] Vogliamo approvare la legge sul fine vita. Serve una riforma complessiva delle norme sulle adozioni e sulla responsabilità genitoriali. Ci impegniamo per un nuovo approccio di contrasto alle droghe e a proporre un cambiamento profondo dell’esecuzione penale che tenga insieme sicurezza e umanità. Ci impegniamo alla piena applicazione della legge 194. Dichiariamo guerra alla violenza di genere, ci impegniamo per la diffusione dei piani antiviolenza. Occorre investire sempre più nell’idea del “bilancio di genere” che abbiamo voluto nella legge di bilancio dello Stato». Ora, queste norme, se introdotte, prevedranno sanzioni e quindi ulteriori carichi di lavoro per il sistema giudiziario, con inevitabili e conseguenti ulteriori inefficienze. Occorre anche far notare che mentre il PD ha discutibilmente depenalizzato diversi reati di comportamento fra i “Atti osceni” (ex art. 527, 1° comma), “Mancato rispetto dell’autorizzazione alla coltivazione di stupefacenti per uso terapeutico” (ex art. 28, 2° comma, d.p.r. n. 309/1990), “Omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali” (ex art. 2 d.l. n. 463/1983), “Interruzione volontaria della propria gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate dalla legge” (ex art. 19, 2° comma, l. n. 194/1978), nello stesso tempo propone di introdurne altri di opinione….

OSSERVAZIONI FINALI

Si tratta di due programmi diversi, che rispecchiano anche la diversa posizione che le due coalizioni hanno nei confronti della Magistratura. Di supremazia da parte di quella del centro-destra, di “rispetto ossequioso” da parte di quella di centro-sinistra, che non arriva comunque alla posizione giacobina del M5S per il quale la politica deve “umilmente” accogliere i suggerimenti provenienti dalla “giustizia”.

Si tratta di posizioni che hanno alla loro base due piccoli “tradimenti” delle rispettive idee di base del liberismo e del socialismo, ma che trovano ampia giustificazione nella evoluzione storica delle due parti politiche nella realtà italiana.

Direi che in un mondo ideale ha più possibilità di essere realizzata la linea del PD. Essa si basa su una sostanziale collaborazione, da “pari a pari” dei poteri dello Stato, ma con inevitabile riduzione sullo sfondo del ruolo del Parlamento, dove si dovrebbe esercitare la sovranità del popolo italiano (e ciò nonostante la presa di posizione della magistratura italiana sul NO al referendum del 4 dicembre).

La linea del centro-destra, pur presentando molti aspetti che sono senz’altro migliori, presente però anche le maggiori criticità di realizzazione. Separare infatti le carriere e realizzare due CSM senza attaccare il sistema delle correnti in cui si articola la magistratura raddoppierà i problemi, non li risolverà. Il tutto, poi, si rivelerà (se il centro-destra dovesse vincere le elezioni) ancora una volta come un buco nell’acqua, come del resto abbiamo visto nel corso del “ventennio berlusconiano”. Questo tipo di riforme, infatti, saranno interpretate dalla magistratura come una minaccia e, le solite correnti, avranno buon gioco nel rivendicare “giustizia e indipendenza” come mantra di intoccabilità. Le recenti dichiarazioni dell’ex PM Ingroia sulla necessità di riaprire le indagini su Berlusconi, adesso che lo stesso sta per ricoprire di nuovo un ruolo centrale nella vita politica del Paese sono – anch’esse – indicative di quanto appena detto.

In linea generale, infine, occorre purtroppo notare che nessuno dei due programmi si muove nella linea della conformità profonda dell’essere umano, come leggiamo invece nel punto del programma politico nazionale del PdF: “G come giustizia. A ciascuno il suo”. Nei due documenti renziano e berlusconiano non ci sono riferimenti alla dignità dell’offeso (così come a quella dell’offensore cui si guarda solo come “punito”), non ci sono rimandi alla necessità del rispetto della dignità della persona, che ha diritto a non essere considerato colpevole agli esordi del procedimento giudiziario e a non essere trascinato sui giornali, non ci sono punti dove si coniughi la autonomia della magistratura con la responsabilità dei suoi membri.

In definitiva, difficilmente qualcuna delle misure di cui abbiamo discusso sarà realizzata nei prossimi 5 anni. La legge elettorale recentemente approvata e promulgata impone infatti di fare delle alleanze per poter governare. Sulla giustizia sarà quindi trovato un accordo al massimo ribasso che lascerà tutto come è oggi. Anche di questo dovremo ricordarci a marzo 2018.

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07/11/2017
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